There is a crack, a crack in everything
That’s how the light gets in
– Leonard Cohen, “Anthem”
Alla ricerca di uno spiraglio di luce nel bel mezzo di un momento difficile. È da questa premessa che ha preso gradualmente forma “I Built You A Tower”, undicesimo album dei Death Cab For Cutie. Primo disco a firma Anti-, dopo ventidue anni di collaborazione con la major label Atlantic, il nuovo capitolo della creatura guidata da Benjamin Gibbard segna ufficialmente un ritorno al circuito indipendente. L’opera prende le mosse dalla fine del matrimonio del frontman, con conseguente necessità di raccogliere i cocci e rimettere in sesto il proprio presente. Non è raro infatti che la musica giochi un ruolo fondamentale in un processo di guarigione, sia per chi ne fruisce da ascoltatore sia per chi decide di comporre (munito di qualcosa che potrebbe divenire carburante perfetto), e in questo caso in termini di sonorità, si è scelto di lanciare uno sguardo verso gli esordi del gruppo.
Nel ruolo di produttore ed engineer spicca inoltre John Congleton, ormai una garanzia quando si parla di indie-rock e indie-pop, basti pensare a nomi come Angel Olsen, St. Vincent, Sharon Van Etten, o al sophomore dei Friko uscito poco tempo fa, sempre a sua cura.
Il sipario si solleva gradualmente sui timori espressi dal passo cadenzato di piano e chitarra di “Full Of Stars”, sulle cui note si cullano i fragili tentativi di salvare una relazione senza riuscirci, perfetta anticamera del successivo ottimo momento offerto dalla grintosa “Punching The Flowers”. Dai versi introduttivi di quest’ultima, accompagnati da un mood claustrofobico sapientemente servito da giri di batteria e bassline ferrea, troviamo un primo riferimento al cerchio raffigurato in copertina, dove il protagonista continua a vagare senza via d’uscita e le sue parole finiscono per ferire chi cercava di farlo stare meglio.
Words were sharpened like axes
And he swung them blindly around
With no regard for the dangers
And slashed her to the ground
Il pop velatamente fosco di “Pep Talk”, rischiarato da barlumi di chitarra, tamburello e, nella seconda parte, venature di synth, racconta lo sforzo di restare in equilibrio quando tutti i colori sembrano amalgamarsi in un buio nero pece, proseguendo l’imbastimento dell’architettura del dolore con l’agrodolce “I Built You A Tower (A)”. In questa prima parte della title track, caratterizzata da un piccolo bridge dal sapore orchestrale, ritorna il tema della “prigione circolare” già incontrata in “Punching The Flowers”, dove ad essere rinchiusi stavolta sono la memoria e i ricordi di una persona che il protagonista avrebbe voluto trattenere a sé per sempre.
Un improvviso desiderio di pace e silenzio prende il sopravvento insieme alla voglia di librarsi in cielo (per sfuggire all’ennesimo litigio) espressa dai riff incalzanti di “Envy The Birds”, in un’ottica di ripensamento della parola che potrebbe perfino ricordare quella trattata a più riprese da Jean-Luc Godard nelle sue opere, in particolare in “Adieu au langage” (2014) e nel celebre dialogo tra Nanà, personaggio interpretato da Anna Karina, e il filosofo esistenzialista Brice Parain in “Vivre sa vie” (1962).
Si prende fiato con il dondolio della placida ballad “Stone Over Water”, giusto in tempo per scontrarsi con le arie post-punk revival conferite dalle ritmiche solide e i cambi di passo frenetici di “How Heavenly A State”, il cui testo trae ispirazione da alcuni sogni fatti da Gibbard, nei quali compariva un suo amico morto suicida diversi anni prima.
A instradare verso la chiusura sono i guizzi e i rintocchi di piano della ballata alt-pop “Trap Door”, il basso in evidenza su “Riptides”, e “The Flavor Of Metal”, che cita apertamente la ricerca di luce della “Anthem” di Leonard Cohen, ma con una generosa dose di timore in più. La conclusione è lasciata ad “I Built You A Tower (B)”, che riprende parte dei versi della traccia A in chiave interpoliana; qui l’impossibilità di pensare a qualcun altro paventata in precedenza si sgretola, sfumando sotto il peso della stanchezza di rimuginare sul passato. Complici un songwriting più ispirato e un concept a fuoco, con “I Built You A Tower” i Death Cab For Cutie risollevano il capo, sia a livello di vicende personali in particolare per Gibbard, sia musicalmente, dopo una serie di episodi meno fortuiti.
15/07/2026