Diavolo d'una Angel. In meno di un decennio di prolifica attività, la damigella del Missouri si è già imposta come una istituzione del cantautorato femminile a stelle strisce. E le sue quotazioni dopo l'ultimo, splendido album All Mirrors (2019) sono ormai in rapida ascesa. Che punti dritta all'essenza più intima della sua penna, che carichi il sound di fitte bordate chitarristiche o che proceda obliqua, alla ricerca di trasversali forme pop, che attinga alle radici country e folk degli anni 50, magari iniettate di una intensità drammatica in stile Elvis Presley o Edith Piaf, l'arte della Olsen si presenta sempre densa, imponente, un torrente lirico capace di piegarsi a ogni singola sfumatura emotiva, supportato da una delle voci più caratteristiche e versatili dell'ultimo decennio. Un fiume che i continui cambi di stile non sono mai riusciti a scalfire, portandolo semmai a un'accentuazione dei suoi tratti fondanti, a una piena consapevolezza del suo essere. Alla volta del quarto album di una carriera già ricca di soddisfazioni, quella comprensione si è tramutata in una vera e propria arma, portando l'autrice statunitense ad abbracciare un'universalità finora soltanto intravista in tralice. Ma riavvolgiamo il nastro, per tornare a St. Louis, Missouri, profondo Sud degli States, seconda metà degli anni Ottanta.
Won't you please come to Chicago
Angel Olsen nasce il 22 gennaio 1987 in quell'antico baluardo sudista sulle rive del Mississippi. A tre anni viene adottata da una famiglia affidataria che si era presa cura di lei da poco dopo la sua nascita. Il rilevante scarto di età con i genitori le lascerà un segno profondo: "Poiché ci sono così tanti decenni di differenza tra noi, mi sono interessata a come era la loro infanzia - ha raccontato Angel - Ho fantasticato su come fosse essere giovani negli anni 30 e 50, più degli altri bambini della mia età". L'ascolto della sua recente "Chance" può da solo bastare a suffragare ampiamente la tesi.
Ai tempi del liceo, si appassiona ai concerti di gruppi punk e noise al Lemp Neighbourhood Arts Center e al Creepy Crawl, ma anche alla scena Christian rock, diffusa in tutta la città. I primi strumenti ai quali si avvicina per scrivere la propria musica sono pianoforte e chitarra. Ma le opportunità nel Missouri scarseggiano: due anni dopo essersi diplomata alla Tower Grove Christian High School, Olsen si trasferisce così a Chicago. Nella windy town, cerca di farsi largo tra le nutrite schiere della scena indie. Realizza un primo Ep, l'eccentrico Strange Cacti, inizialmente inciso su cassetta nel 2010 e poi ristampato dalla Bathetic Records un anno dopo.
Strange Cacti è composto da sei canzoni, sospese tra la nuova Americana e l'indie-folk. Armata solo di chitarra e del suo soprano vibrante - con un livello incautamente alto di riverbero, che ne evidenzia i sospiri, il vibrato e le tecniche di yodeling - Angel Olsen sfodera melodie espressive e testi spontanei e naif. Grazie anche a un tocco vintage prontamente percepito dai critici dell'epoca. Come Frank Valish che su Radar scrive: "Piazzi la puntina sul disco e ti sembra di aver messo su un vecchio 78 giri di Dinah Washington, con la voce gloriosamente emotiva di Olsen che serpeggia attraverso una foschia fumosa, come se provenisse da un altro mondo, allo stesso tempo incantevole e misterioso". Non male come biglietto da visita per una debuttante, per quanto ancora acerba si mostri.
Tra i brani, spicca l'iniziale "Tiniest Lights", in cui la voce melodiosa di Angel si inerpica su trame scoscese in un idillio acustico sognante, la non meno raffinata "So That We Can Be Still", litania folk arcana non distante dagli onirismi mesmerici della coeva Marissa Nadler, e la spettrale "Some Things Cosmic" che traghetta il twee-pop anni 60 delle Shirelles nelle foschie brumose del dream-folk del Duemila. Perché Angel conosce bene l'arte del ritornello scanzonato e accattivante (basti ascoltare il finale canticchiato della conclusiva "Creator, Destroyer"). Le soluzioni sonore, però, restano piuttosto scarne, rigorosamente acustiche, nonostante lo strumento del cuore della nostra - come raccontato in varie interviste - sia la tastiera regalatale dai genitori.
Quando Angel improvvisa i suoi gorgheggi non so come sentirmi. È un misto di apprensione e soddisfazione allo stesso tempo.
(Will Oldham)
Un minuto canta a malapena - sembra più un mormorio di parole bisbigliate - ma subito dopo si trasforma in una tragica eroina del cabaret di Weimar.
(Pitchfork su Half Way Home)
A suggellare il momento magico, giunge anche la collaborazione con l'altra musa del nuovo folk, Marissa Nadler, per la cover di Richard e Linda Thompson "My Dreams Have Withered And Died": un'ottima esecuzione che fa presto il giro del web. È il trampolino di lancio per il suo album d'esordio, Half Way Home (2012), che esce per la piccola Bathetic Records. Che nel frattempo sia in corso una lenta maturazione del suo stile si percepisce già dalle note iniziali di "The Waiting", primo esercizio della sua arte corale, con la sua band di supporto ad assecondarne il canto con nitidi fraseggi di chitarra, morbidi cori maschili e una sezione ritmica minimale. Ma al centro del disco è più che mai la voce di Angel con la sua gamma di sfumature intensamente drammatiche così pittorescamente riassunta, all'epoca, da Pitchfork: "Un minuto canta a malapena - sembra più un mormorio di parole bisbigliate - ma subito dopo si trasforma in una tragica eroina del cabaret di Weimar, tremendamente sospesa, lasciando che un'emozione le spezzi la gola come se fosse travolta da un treno merci. La sua voce non è fatta per i moderni altoparlanti per laptop. Il suo gemito lamentoso le farà guadagnare paragoni pigri con Joanna Newsom, ma in realtà la sua tavolozza è un mix tra la grande e perduta Connie Converse, il vecchio dramma di Jason Molina, l'eccezionale e inquietante capacità di Bill Callahan di oscillare tra la cupezza e il comfort, e l'armonia aggraziata di Nina Nastasia".Your hands were cold
Your voice was shaky
One morning not too long ago
And at the time I was only a child
About to lose my childlike mind
The way you touched my hands
Like you never had before
It wasn't you anymore
I called for my brothers
I called for my sisters
But there was nothing left for them to do
And so I watched from far away
As the ambulances came
And started dressing for school
Goodbye sweet mother earth
Without you now I'm a lonely universe.
Di certo, il suo nome comincia a circolare con insistenza nel giro indie, tanto che è la rinomata Jagjaguwar a pubblicare il suo secondo album. Burn Your Fire For No Witness (2014) segna un'ulteriore tappa nel processo di affrancamento della Olsen dalle scarne nenie folk degli esordi. Prodotto da John Congleton (Bill Callahan, St. Vincent) e composto dalla cantautrice e chitarrista di St. Louis per la prima volta in versione full-band, l'album nasce da una sessione piuttosto vivida e istintiva: dieci giorni di fuoco nella chiesa sconsacrata di Echo Mountain ad Asheville, in North Carolina, insieme al batterista Josh Jaeger e al bassista Stewart Bronaugh.To scream the animals, to scream the earth
To scream the stars out of our universe
To scream it all back into nothingness
To scream the feeling 'til there's nothing left (...)
I'll close my eyes and try to breathe for the world
I want to die
right next to you
(da "Sister")
Due anni dopo è la volta di My Woman (2016), terzo album a nome Angel Olsen, che si muove verso uno stile decisamente più classico, in un difficile equilibrio con la proposta idiosincratica dell'americana. Ambizioso anche l'obiettivo delle liriche che, uscendo definitivamente dall'asfittica dimensione autobiografica degli esordi, si aprono a un vero e proprio "commentario" sull'essere donna oggi, con un taglio personale e anticonvenzionalmente femminista, nel quale convivono dolore e speranza, furore e lucidità: "Know your own heart well, it's the one that's worth most of your time" ("If It's Alive").I wish I could un-see some things that gave me life
I wish I could un-know some things that taught me so
I wish I could believe all that's been promised me
(da "Chance")
Riflesso di una separazione dalle conseguenze non proprio edificanti, All Mirrors (2019) è il disco che tramuta quell'esperienza in una magniloquente riflessione sul lato oscuro che si impossessa delle nostre personalità, sul cambiamento e sulle incertezze che ad esso si accompagnano, dotandosi di un linguaggio fastoso, drammatico, che sfrutta al meglio il suggestivo impianto orchestrale, per un disco letteralmente "larger than life". Un effettivo punto di snodo, in un percorso già ricco di momenti di rilievo.A neanche un anno di uscita dal suo fratello maggiore, arriva Whole New Mess, già menzionato ai tempi del precedente disco, e ne completa la visione, sovrapponendosi come un negativo ruvido sulle fastose cornici synth-orchestrali del predecessore. Accompagnate da poco altro che una chitarra, le canzoni, registrate in una chiesa sconsacrata nello stato di Washington, si presentano nude di fronte al loro prepotente nucleo espressivo, richiamando una frugalità da tempo assente nelle composizioni dell'autrice.
Se è vero che il taglio delle melodie, anche quando queste non superano lo stato di bozzetto/demo (spesso accorciando in misura significativa il minutaggio rispetto alle versioni definitive), rimane pressoché invariato, nondimeno la natura spuria del suono, legato al solo accompagnamento di chitarra, esalta ogni singola variazione di tono e umore della voce di Olsen, più che mai prossima all'essenzialità dei suoi esordi folk. Se è vero che le ricchissime tessiture sonore di “All Mirrors” sono più che un semplice corredo alla scrittura, nondimeno il processo di comprensione e accettazione del dolore qui si muove in una nuova dimensione, parla un linguaggio sì più elementare, non privo però di una sua specifica ricercatezza, nel modo in cui i fraseggi vocali dell'autrice riempiono e svuotano lo spazio a disposizione, ergendosi ad assoluti protagonisti dei brani.
Là dove le progressioni già chiariscono pienamente la forma finale del brano (“All Mirrors” su tutte, così come l'arpeggiare valzerato di “Chance”), alcune delle canzoni hanno subito ben più intensi rimaneggiamenti, tanto che la differenza si fa ben più lampante. È il caso di “Summer”, che cede ad un marcato languore espressivo prima dell'esplosione vocale sul finale, così come “What It Is”, che la baldanza sintetica trasforma completamente rispetto al canovaccio folk di base. Gli unici due brani inediti calzano la collezione con la loro carica ruspante, condendo di nuovi significati anche il progetto madre: se la title track introduce con la sua carica emozionale l'intero album, coprendone sinteticamente l'intero arco narrativo, “Waving, Smiling” si posiziona proprio dalle parti di Half Way Home, tornando ad un classicismo anni Settanta che Olsen sa interpretare con il dovuto coraggio, esibendo una personalità che a dieci anni dall'esordio appare più evidente che mai.
Il taglio più spartano di Whole New Mess rende merito alle sottigliezze di un'autrice fattasi grande, che in ogni veste sa tenere fede a se stessa e ai suoi istinti creativi. Non ci sarà ancora una soluzione agli interrogativi proposti nel disco, ma il viaggio vale sicuramente la fatica.
Una pausa al supermercato
Le cuffie alle orecchie, tra i corridoi dei supermercati che ha inforcato all'infinito, una playlist di classiconi anni 80 a rendere più divertente la scelta dei cereali e la fila alla cassa: sembrerà banale, ma la cinquina di cover che compone Aisles nasce proprio così, come una sorta di stacco dalla discografia ufficiale, una deviazione di spirito con cui presentare un altro lato di se stessa, l'ennesimo di una carriera già densa di svolte.
Nel rielaborare la versione di Laura Branigan della celebre “Gloria” di Tozzi/Bigazzi, Olsen spoglia il brano dei suoi richiami disco, rimandando alla grandeur barocca del suo ultimo album senza il soverchiante peso emotivo che lo caratterizzava. Fantasmatica, eppure dotata di una sua intrinseca levità, la cover riesce a mantenere lo spirito di partenza distorcendone le appendici stilistiche e l'espressività vocale. Ma l'asticella è stata posta in alto, troppo perché un progetto volontariamente scanzonato possa tenere botta: non che non sia competente, ma la cover di “Forever Young” degli Alphaville fa ben poco per lasciar rimpiangere l'originale. Laddove “Eyes Without A Face” ricalca il classico di Billy Idol eliminando ogni asperità chitarristica, “Safety Dance” è l'unico altro momento che sa come appropriarsi delle premesse (i Men Without Hats) e alterarne completamente la visione, rallentando i toni e piazzando una coltre vaporosa che a tratti ricorda quasi i Goldfrapp più evocativi.
Quando la lettura sa essere intensa, decisa, Angel Olsen ha tutto per non temere confronti con i mostri sacri con cui si cimenta. Ma le occasioni, anche in un Ep così succinto, sono poche per suggerire anche solo un progetto più espanso verso questa direzione. Poco male, si tratta comunque di un'aggiunta che nulla toglie né aggiunge a una discografia densa di ben altre soddisfazioni.
Perdite e redenzioni
Non è detto che il dolore debba essere necessariamente esprimersi attraverso concept magniloquenti o toni da tragedia. Non che non possano funzionare, a volte però si colpisce con maggiore incisività operando con le sfumature, col potere della giusta interpretazione. Uscito a seguito di uno dei periodi più burrascosi della vita di Angel Olsen (il coming-out come persona queer, la chiusura di una relazione con una donna, la perdita di entrambi i genitori a strettissimo giro), Big Time è album che fa proprio questo preciso assunto, e gioca con i toni pastellati di una malinconia senza fine. Il convinto sodalizio con la tradizione country, che ha sempre permeato la sua musica ma non è mai assurta a vera protagonista, arriva quindi a declinare con un nuovo cambio d'abito un'altra dimensione, contrassegnata da un controllo espressivo e da sprazzi di luminosità guadagnati a carissimo prezzo.
Patsy Cline, Skeeter Davis, Tammy Wynette, le eroine di un intero universo espressivo si danno l'appuntamento nei dieci brani dell'album, che ben si piazza nell'alveo del linguaggio par excellence dell'eredità americana, tenendo però conto delle fattezze di una carriera plasmata attorno alla straripante personalità della sua creatrice. Questa emerge senza grosse difficoltà, a prevalere però sono decisamente le mezze misure; ogni idiosincrasia, ogni slancio passa attraverso un filtro che azzera gli estremi e favorisce invece le infinite sfumature dell'emozione, delle nuove urgenze e cambiamenti che essa sa suggerire. Il tocco si fa quindi scientemente classico, perfino manierista, accoglie la versatilità del pop senza timori, sfiorando addirittura tentazioni ballabili in una title track che indovina il passo giusto.
Il pericolo viene aggirato con tutta la classe e l'espressività necessarie, l'onestà è tale che anche i momenti più a rischio brillano di una convinta partecipazione. In questo senso, la co-produzione di Jonathan Wilson restituisce una chiarezza tutta nashvilliana alle immagini di Olsen, ne vivifica la materia lirica con dolorosa precisione: forte però si fa l'impressione, specialmente nei vari lenti che costellano la raccolta, di una scrittura spesso troppo succube dell'epoca che vorrebbe restituire. Così “Through The Fires” disperde il suo potere catartico alla ricerca di una circolarità che non offre mai una reale risoluzione, e “This Is How It Works”, la stanchezza prima dell'addio definitivo, stempera la sua forza in un notturno troppo stiracchiato per farsi valere pienamente. Rimane comunque la caratura soul dei fraseggi spezzati di “Right Now”, passato e presente in un robusto passo a due, la decisa riflessività di “All The Good Times”, la consapevolezza di una serenità volata via troppo presto.
Eppure non vi è mai commiserazione, mai un senso di accusa, diretta o non che sia: la crescita vertiginosa affrontata da Olsen negli ultimi anni porta a un equilibrio che forse priva di slancio, traghetta però l'autrice ad un divero grado di consapevolezza, a una piena ricalibrazione del suo essere. La ripartenza non poteva partire con un più lucido posizionamento.
Strange Cacti (Ep, Bathetic, 2011) | 6,5 | |
| Half Way Home (Bathetic, 2012) | 7 | |
| Burn Your Fire For No Witness (Jagjaguwar, 2014) | 6,5 | |
| My Woman (Jagjaguwar, 2016) | 7 | |
| Phases (antologia, Jagjaguwar, 2017) | ||
| All Mirrors (Jagjaguwar, 2019) | 8 | |
| Whole New Mess (Jagjaguwar, 2020) | 7 | |
| Aisles (Ep, Jagjaguwar, 2021) | 6 | |
| Big Time (Jagjaguwar, 2022) | 6,5 |
NPR Music Tiny Desk Concert | |
| The Waiting (videoclip da Half Way Home, 2012) | |
Forgiven/Forgotten | |
Hi-Five | |
| | Windows |
| | Pops |
| | Shut Up Kiss Me |
| | Sister |
| | All Mirrors |
| | Lark |
| | Chance |
Whole New Mess | |
All The Good Times | |
Big Time |
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