Angel Olsen

All Mirrors

2019 (Jagjaguwar) | art-pop, songwriter

Che punti dritta all'essenza più intima della sua penna, che carichi il sound di fitte bordate chitarristiche o che proceda obliqua, alla ricerca di trasversali forme pop, l'arte di Angel Olsen si presenta densa, imponente, un torrente lirico capace di piegarsi ad ogni singola sfumatura emotiva, supportato da una delle voci più caratteristiche e versatili dell'ultimo decennio. Un fiume che i continui cambi di stile non sono mai riusciti a scalfire, portandolo semmai a un'accentuazione dei suoi tratti fondanti, a una piena consapevolezza del suo essere. Alla volta del quarto album di una carriera già ricca di soddisfazioni, quella comprensione si tramuta in una vera e propria arma, e porta l'autrice statunitense ad abbracciare un'universalità finora soltanto intravista in tralice.
Riflesso di una separazione dalle conseguenze non proprio edificanti, “All Mirrors” è disco che tramuta quell'esperienza in una magniloquente riflessione sul lato oscuro che si impossessa delle nostre personalità, sul cambiamento e sulle incertezze che ad esso si accompagnano, dotandosi di un linguaggio fastoso, drammatico, che sfrutta al meglio il suggestivo impianto orchestrale, per un disco letteralmente “larger than life”. Un effettivo punto di snodo, in un percorso già ricco di momenti di rilievo.

Registrato inizialmente nella dimensione raccolta di Anacortes, Washington, successivamente rivisto attraverso i contributi orchestrali di Ben Babbitt e Jherek Bischoff, l'album è la perfetta incarnazione di un'anima contesa, stufa delle sofferenze del passato e conscia delle esigenze del presente, ancora insicura sul percorso da prendere. Ne deriva una narrazione ondivaga, dal tono talvolta sospeso, che mostra tutta la potenza delle sue dichiarazioni con ripide esplosioni melodiche, ascese di colore, improvvise spallate compositive. È questo un taglio lirico che premia gli sforzi compiuti in fase di arrangiamento, l'imponente malleabilità di un'orchestra che sa risparmiarsi le declinazioni da ballad strappalacrime e il commento cinematico, prendendo pieghe inattese, dal sicuro tocco vintagista eppure fresco, vitale, mai seduto su spenti cliché, come nel caso della sontuosa chiusura di "Chance".

Già i due singoli di lancio, strategicamente posti ad apertura del lavoro, chiariscono la finezza dei meccanismi esecutivi, rodati con invidiabile premura.
Con la coordinazione di due arrangiatori d'eccellenza, e la collaborazione di un produttore quale John Congleton, un pezzo come “Lark” sfugge alla sorte dell'overture leziosa grazie alla gestione del suono, un continuo perdersi e ripartire che sottolinea la spasmodica ricerca di evasione e contemplazione della voce narrante, il perfetto compimento di una relazione conclusa, rievocata però con dolente amarezza. Il contraltare rappresentato da “All Mirrors” (provvisto di uno splendido video dai toni bushiani) è una vera e propria parabola sul tempo, il passato rivissuto ed elaborato con intensità sempre più insostenibile; il nucleo melodico, variato da maggiore a minore nel corso della canzone, acuisce la sua dolente carica comunicativa in un ineluttabile climax per synth e striature di archi, modulate quasi con fare gotico, a ribadire la forza di eventi a cui non ci si può sottrarre. Là dove “Too Easy” incanala il modernariato dolceamaro della prima St. Vincent in un illusorio castello emotivo, “New Love Cassette” irrora di echi gainsbourghiani un canto perso nella convinzione di un amore impossibile: gli irruenti commenti di archi, frapposti ai lunghi movimenti interpretativi, quasi sottintendono la natura erronea di una convinzione basata su premesse già tradite.

Altrove la rabbia si fa sentire in maniera più definita: “What It Is” si specchia nel passato rock di Olsen, tra giravolte di archi e insistiti bordoni di chitarra, ad autosarcastico sostegno rivolto alla propria idiozia. “Tonight”, sorretta su un lento passo di swing, appiana la drammatica grandeur di “Impasse” (il momento più tragico della collezione, contrassegnato dall'uso violento della strumentazione) e lascia finalmente intravedere la luce in fondo al tunnel, riscoprendo una dolcezza che pareva essere stata sepolta per sempre. Se “Summer” affila le lame sui modi del grande canzoniere americano, tra le galoppate country-rock del ritornello e le aperture sintetiche (dalle atmosfere espanse à-la War Of Drugs) delle strofe, “Endgame” è un pezzo notturno, pronunciato a labbra socchiuse, tra strie di violini e sibili di ottoni, quasi per timore che la forza del desiderio distrugga tutto al suo passaggio. Il tutto, prima che una “Chance” chiuda l'album con una classicità volitiva, e allo stesso tempo sfumata, notturna, una conclusione potente per un disco memorabile.

Ultimo di una serie di album che ha spostato indietro le lancette del pop d'autore, alla ricerca di una convivenza tra modi ed epoche (il caso più eclatante di quest'anno, Weyes Blood), “All Mirrors” è la più imponente espressione della caratura artistica di Angel Olsen, adesso artista pienamente matura e cosciente, di sé, dei suoi errori, del timore di ricaderci di nuovo, a capofitto, con ardore rinnovato. In fondo, invecchiare significa anche sbagliare, meglio e più convintamente.

(09/10/2019)

  • Tracklist
  1. Lark
  2. All Mirrors
  3. Too Easy
  4. New Love Cassette
  5. Spring
  6. What It Is
  7. Impasse
  8. Tonight
  9. Summer
  10. Endgame
  11. Chance






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