Sisyphus, when we’ve kept trying
And all this nonsense has made sure we got rich
When all this spending and buying
Will have us shrunk to tiny dots in the kitsch
Quale sarebbe stata la punizione di Sisifo, se il mito greco avesse avuto come sfondo l’epoca del capitalismo estrattivo? Una possibile risposta si scorge tra le righe del nuovo album di Odd Beholder. In “Honest Work” la musicista svizzera Daniela Weinmann esplora le assurdità del mondo lavorativo contemporaneo, tra task non gratificanti prive di senso, sfruttamento del corpo e delle energie di chi lavora e una sperequazione del reddito sempre più marcata. In questa stortura strutturale, il consumismo narcotizza il Sisifo lavoratore di “Second Beer”, gli offre immediato sollievo pur funzionando come un oppiaceo. La pietra-punizione assume dunque le forme di un continuo ricorso all’acquisto-consumo breve ed eccitante, che è però incapace di allievare una fame che forse corrisponde al semplice bisogno di senso in una realtà in cui il senso sembra essere inafferrabile vapore. Il velo ostruente si sfrange paradossalmente solo grazie all’effetto intossicante dell’alcol ed è alla seconda birra sospesa su una coltre chill-out che, come un’epifania, il desiderio riemerge fiammante: “I just wanna get out of here”.
Rispetto a “Feel Better”, l’atmosfera e gli arrangiamenti si fanno, salvo in alcune eccezioni, più cupi, i beat sintetici più diretti, gelidi e assecondano il mood e il tema della raccolta. Frammenti realistici e squarci distopici si alternano così nel pennellare i diversi volti di un’alienazione contemporanea che non è più solo quella della working class delle fabbriche ottocentesche, ma che s’intrufola e serpeggia anche nei moderni uffici open space della borghesia. A essersi incrinato è persino il ruolo dell’artista, che nell’oceano digitale degli algoritmi diventa content creator. E quando l’unica prospettiva è quella del consumo effimero reiterato all’infinito, ecco che per metonimia questa nuova figura muta – e perde – attraverso un processo metamorfico la propria identità: in “Ring Light” artista e prodotto sono ormai la stessa cosa.
I’m just another incarnation
Of the product placements on the shelf
A private life feigned to perfection
I objectified myself
C’è, quindi, una way out? L’affilata “Drive”, tra post-punk ed echi shoegaze, potrebbe essere una risposta al disorientamento in cui si scoprono Sisifo e la moglie in “Second Beer”: un’impulsiva fuga nella notte per varcare i confini di questo limbo anestetizzante e riconquistare così la propria libertà.
Ma è davvero ancora possibile questa fuga o, come sembra, dal dedalo non c’è più modo di uscire? “Now that we’re needy/ Are you gonna eat those?/ I need another dose”: se siamo davvero intrappolati in una struttura con i varchi sigillati da colate di lava e cemento, forse, piuttosto che fuggire o volare via, conviene trovare il modo per abbatterle, queste mura, e ricostruire, insieme, le fondamenta per una realtà più giusta.
D’altronde la monotonia alienante di quelle giornate proprio tutte identiche si rompe in “Remind Me” con un atto ribelle e una stilettata alla produzione capitalista: “Taking a day off/ There is too much at stake/ honey”, canta Weinmann in quello che mi sembra essere l’apice della raccolta. Con una costruzione progressiva che per ampiezza di respiro ricorda i precedenti successi indie di Odd Beholder (le splendide “Disaster Movies” e “Landscape Escape”), “Remind Me” si lancia, trainata dal kick digitalizzato, in una ricerca che è già in sé una riconquista di senso. In bilico tra il passato della memoria e il futuro possibile di una società trasformata la canzone non nasconde le difficoltà: “And if I surrender/ There ain’t no shame/ ’Cause it can’t be won/ This lonely game”. Certo, da soli la partita non si può vincere. Ma se, collettivamente, ci prendessimo la giornata libera?
06/06/2026