In estati calde come quella che stiamo vivendo non è certo una cattiva idea recarsi al mare con i propri amici, le rispettive canne da pesca e, mentre si attende che la preda abbocchi, scambiare quattro chiacchiere, oppure snocciolare racconti, reali o di fantasia. E a volte quei racconti diventano canzoni. E’ quel che è accaduto a Marco Lombardi Satriani, voce, chitarra, synth e mente degli Efrem, navigata formazione di stanza lungo l’asse Bologna-Ferrara, capace di trasformare un rito familiare, consumato in passato con il papà, in una sorta di concept album intitolato “Halieutiké”, termine mutuato dal greco antico per definire l’arte della pesca. Dodici canzoni che definiscono la terza vita degli Efrem, progetto alternative rock inaugurato venticinque anni fa da due studenti universitari che sognavano in grande, il già citato Marco e Corrado Barberio (batteria). Dopo le prime esperienze firmate come Particularly Frame Scene, il primo netto cambio di direzione prevede la ridenominazione in Efrem (il soprannome di Marco) e il passaggio al cantato in italiano. Nel post pandemia altro rimescolamento di carte, il nome della formazione diventa “Efrem à l’école de rien” e gli avvicendamenti in line up portano l’ingresso di Francesco Sechi e Massimo Pocaterra alle chitarre e di Matia Fini al basso.
Il risultato del lavoro compiuto in questi ultimi mesi è proprio “Halieutiké”, progetto che propone una formula totalmente rinnovata, che lascia da parte gli spazi post-rock degli esordi e gli istinti indie sviluppati in alcuni lavori successivi, per concentrarsi su un suono di evidente matrice nineties. La cifra stilistica dell’album si rintraccia con evidenza in canzoni come “Atman”, nella quale risulta forte la riverenza nei confronti dei Marlene Kuntz e per i suoni che negli anni Novanta caratterizzarono la stagione d’oro del rock alternativo italiano. Ma gli Efrem riscrivono la partitura a proprio uso e consumo, aggiungendo anche una inaspettata coda strumentale in grado di fungere da vero e proprio twist narrativo. Ancor più entusiasmante il risultato ottenuto in “Ecate” dove a una prima sezione molto Verdena segue una parte nella quale il declamato e il lavoro delle chitarre ricordano da vicino l’esperienza Massimo Volume, per poi schiudersi verso un finale di matrice Afterhours, era “Ballate per piccole iene” (andate a riascoltare “La vedova bianca”). Per non parlare di una “Dreyfus” che incorpora l’illuminata attualizzazione della seminale esperienza Ritmo Tribale.
Ma “Halieutiké” non intende essere un progetto derivativo, semmai di contaminazione, un disco di chitarre suonato con grandissima attenzione e perizia sin nei più piccoli dettagli, con architetture complesse pronte ad ospitare ambizioni math-rock (il prologo iniziale “Do ut des”), deviazioni dal sapore folk (il morbido commiato fissato nella title track) e in alcuni frangenti persino costruzioni e cambi di direzione che arrivano a un passo dal prog. Dodici tracce, delle quali tre strumentali, per riscrivere la storia di una band e in qualche modo provare ad accendere le luci su possibili nuovi scenari per l’intera scena guitar oriented di casa nostra.
13/07/2026