Assouf in lingua tamasheq sottintende nostalgia, desiderio di un passato luminoso che ancora non torna e che forse mai più tornerà, insomma malinconia totale. Ebbene, i Tamikrest puntano tutto sul senso profondo di questo sinonimo per animare le otto canzoni di “Assikel”, sesto album di una carriera inaugurata nel 2010 con “Adagh” e proseguita poi con costanza negli ultimi sedici anni, mediante dischi fedeli al cosiddetto blues dei tuareg, ovvero tishoumaren, di cui con i vari Tinariwen, Bombino, Imarhan e in ultima battuta anche lo stratosferico Mdou Moctar sono di fatto tra gli esponenti più audaci e in qualche modo celebri in Europa e ovunque nel mondo.
Registrato su nastro analogico, con la band che praticamente suona dal vivo tutti i brani, “Assikel”, che significa “viaggio”, mira nuovamente a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla difficile situazione che attanaglia il Mali, dove una giunta militare al potere dal 2021 ha soppresso ogni diritto possibile, al netto della missione di pace delle Nazioni Unite avviata nel 2023, con la popolazione oppressa fino all’inverosimile da jihadisti, mercenari maliani e russi.
Il disco è ancora una volta pregno di chitarre elettriche e acustiche che si intrecciano candidamente, ricamando il tipico blues del Sahara, tra ballate in chiave folk come la lunare “Aiytma”, scritta con il poeta Mahmoud Ag Ahmouden per invocare la resistenza, e altre ugualmente avvolgenti come l’introduttiva “Adagh Oyanted”, ispirata dalla regione montuosa settentrionale del Mali con l’intento di prevenire sfruttamenti futuri. E ancora “Imanin”, che al contrario si apre con un synth sorprendente del belga Wouter Van Asselbergh, ad anticipare una cavalcata selvaggia su cammelli inferociti e oltremodo stanchi di muoversi tra cotanto sangue.
Nella pastorale “Eillal”, c’è anche Ibrahim Ag Alhabib dei sopracitati Tinariwen, in quella che è la sua prima collaborazione con gli amici Tamikrest, mentre l’evocativa “Adounia”, sospesa su accordi stavolta angelici, rende un omaggio al compianto Mohammed Ag Itlale (alias Japonais) degli stessi Tinariwen, mentore tra l’altro di Ousmane Ag Mossa, lo storico frontman del gruppo che comprende anche Cheikh Ag Tiglia (basso, cori, chitarra acustica, djembe, percussioni), Paul Salvagnac (chitarra elettrica, lapsteel, dobro e tumba tumba) e Cédric Momo Maurel (calabash, dhol, bendhir, tumba tumba, djembe). E’ una chiosa delicatissima che espone a chiare lettere quanto sia essenzialmente importante abbandonare le cose effimere della vita per abbracciare quelle essenziali, con una registrazione casalinga di Japonais che recita una sua poesia sul finale. Il degno sipario di un’opera per alcuni aspetti diversa dalle precedenti, in quanto più cadenzata e “ragionata”, tanto viscerale sul piano musicale quanto evangelica di un messaggio di pace mai così necessario.
12/07/2026