Diciotto anni sono trascorsi fra il prescindibile “A Bigger Bang” e “Hackney Diamonds” per completare un nuovo album di inediti, poi meno di tre per arrivare a “Foreign Tongues”. Non è questione soltanto di terza o quarta giovinezza (per i Rolling Stones la seconda è arrivata già qualche decennio fa…), a chiarirlo è Keith Richards in una recente intervista: “L’unico motivo per cui ‘Foreign Tongues’ è uscito è che abbiamo fatto così tanto lavoro su ‘Hackney Diamonds’ che io e Andrew (Watt, il produttore, ndr) ci siamo guardati e abbiamo capito che, in pratica, quello era un doppio album, solo che abbiamo preferito prenderci prima una pausa”. Chiaro che, in diciotto anni, di fieno in cascina ne era stato messo, ma “Foreign Tongues” non è un disco di serie B rispetto al precedente, non è un lavoro nel quale sono finiti gli avanzi di lavorazione: tutt’altro. E lo si comprende appieno ascoltando con attenzione alcune delle canzoni più luminose che lo affollano: “In The Stars”, “Divine Intervention”, “Covered In You” e “Side Effects” hanno un’infettività pop, una rinnovata vitalità che in pochi si sarebbero aspettati dai Rolling Stones nel 2026, alla faccia della malinconia per il tempo che inesorabilmente scorre via.
Poi, nelle quattordici canzoni di “Foreign Tongues”, ci sono molti altri ingredienti che ben conosciamo e che in qualche maniera rendono il lavoro confortevole sia per il fan e accattivante che per il novizio: formidabili blues’n’roll (“Rough And Twisted”, “Mr Charm”), il falsetto di Mick Jagger in “Jealous Lover” che ci riporta nella soft disco degli anni Settanta, il consueto angolino riservato alla voce di Richards (“Some Of Us”), i caratteristici assoli di chitarra, fra i quali ne spicca uno di Ronnie Wood in “Back In Your Life”. E ancora un personale omaggio ad Amy Winehouse, spirito affine agli Stones, della quale rileggono “You Know I’m No Good”, e una “Ringing Hollow”, in pratica la canzone “politica” del disco, che trasmuta il groove ascoltato fino a quel momento in una parentesi che guarda al country per parlare di America e di disamoramento nei confronti di un paese che molti anni fa aveva tutt’altro fascino.
Non mancano le ospitate stellari, di quelle che soltanto i Rolling Stones possono permettersi: Paul McCartney al basso in “Covered In You”, Robert Smith dei Cure alle tastiere e cori in “Never Wanna Lose You” e alla chitarra in “Divine Intervention”, e ancora Steve Winwood, Benmont Tench degli Heartbreakers, Bruno Mars (al campanaccio in “Never Wanna Lose You”) e Chad Smith (basso nella traccia conclusiva).
C’è anche Charlie Watts in “Hit Me In The End”, una delle sue ultime registrazioni, e a completare il quintetto base, Darryl Jones al basso e Steve Jordan alla batteria.
Sarà l’ultimo disco dei Rolling Stones? L’epilogo affidato a “Beautiful Delilah”, una cover di Chuck Berry, potrebbe rivelarsi la chiusura più significativa possibile, ma lo stesso Keith Richards si dice scettico: vuoi vedere che Andrew Watt ha messo silenziosamente da parte materiale a sufficienza per pubblicare un altro progetto fra un paio d’anni?
10/07/2026