JACK WHITE - Frozen Charlotte

2026 (Third man)
blues, rock

Con la pubblicazione a sorpresa di “No Name”, Jack White ha firmato il cortocircuito perfetto del music business contemporaneo. In un’epoca dominata da campagne marketing asfissianti, l’ex White Stripes ha scelto la via della sottrazione radicale: nessuna promozione, un vinile trasparente con il solo titolo del disco e le prime copie stampate in totale anonimato. La distribuzione stessa si è trasformata in un atto di guerriglia artistica, con i vinili infilati di nascosto nei sacchetti della spesa dei clienti della Third Man Records, esortati dallo staff stesso a piratare l’album online prima dell’approdo ufficiale sulle piattaforme di streaming.
Questo caos calcolato ha trovato una valvola di sfogo immediata in un tour fulmineo, durante il quale White ha cementato un’intesa formidabile con la band attuale. Proprio per blindare quella stessa urgenza live, Patrick Keeler alla batteria, Dominic Davis al basso e Bobby Emmett alle tastiere si sono rinchiusi con lui negli studi di Nashville.
L’intento era chiarissimo: intrappolare su nastro la spietata veemenza delle performance dal vivo e modellarla attorno a composizioni solide e vibranti, gettando così le basi per il nuovo e imminente capitolo, “Frozen Charlotte”.

Il risultato è un suono monolitico, crudo e carnale, che spazza via le sofisticazioni dei lavori precedenti per ritrovare la violenza primordiale del rock. Un’energia già evocata dai sottotitoli delle due facciate del vinile di “No Name” — “Heaven And Hell” (Black Sabbath, 1980) e “Black And Blue” (Rolling Stones, 1976) — che qui non suonano come semplici citazioni, ma come la rivendicazione di un’appartenenza genetica: da un lato riff oscuri, pesanti, solenni; dall’altro un blues sfacciato, saturo, tirato. Due pilastri storici che spiegano come, per guardare avanti, White abbia dovuto graffiare via gli abbellimenti e rimettere in moto il cuore più primitivo del rock.
Anche questa volta nulla è lasciato al caso. Il titolo dell’album, “Frozen Charlotte”, tesse un filo conduttore colto e perturbante con le celebri bambole di porcellana di epoca vittoriana, diffuse nell’Ottocento tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Questi piccoli simulacri, rigidi e dal pallore spettrale, incarnavano una complessa stratificazione antropologica: venivano persino cotti all’interno dei dolci come sorpresa o usati come cupo memento mori dell’epoca, ammonimenti morali legati alla ballata della fanciulla morta assiderata per vanità.
Questo immaginario diventa oggetto di una rivisitazione creativa da parte dello stesso White, autore delle sculture presenti nell’artwork del disco. Fondendo la ruvidezza del suo sound con l’estetica del ready-made, il musicista trasforma questi reperti storici in icone di una contemporaneità inquieta.

L’album si apre con le due tracce pubblicate in anteprima. “G.O.D. And The Broken Ribs” alterna uno spoken word atipico a un riff di basso ossessivo che contrasta con la chitarra grintosa e luminosa. Nessun assolo di rito: lo strumento evade la tradizione per proiettarsi direttamente verso un finale aperto. A seguire, “Derecho Demonico” esplicita le sfumature funky blues solo accennate nel brano d’apertura, ricollegandosi alla natura viscerale di “Lazaretto”, declinandola però attraverso un approccio più immediato, ruvido e di forte impatto emotivo: un ritorno alle origini sostenuto da una rinnovata foga blues e da un tocco chitarristico incendiario e da uno spirito funky-rock che evoca Prince e Stevie Wonder.
Con queste premesse, quel che segue è tanto prevedibile quanto  inimmaginabile: le canzoni diventano il telaio per una serie di riff pregevoli sia per quantità (“Nobody Knows”) che per qualità (“Dollar Bill”), di distorsioni laceranti e oscuramente tribali (“Raising The Grain”), e di brani hard-rock dal fascino immediato e pronti a esplodere nella loro versione live (“There’s Nobody There”).

Con “Frozen Charlotte” Jack White compie l’ennesima svolta sonora, distanziandosi dalla forma canzone tradizionale per fare spazio a un’architettura rock potente, acida e sanguigna. Più che indulgere nel passato, White preferisce misurarsi con la grandeur di leggende come Jimmy Page, Jimi Hendrix e Jack Bruce, tra virtuosismi gettati in pasto al caos (“She’s In A Frenzy”), pezzi volutamente ottusi e granitici (“You’ll Never Fix Me”) e scale rock-blues da manuale che non suonano passatiste (“Thick As Thieves ”).
La verità è che un disco come “Frozen Charlotte” trasforma i propri limiti e la propria prevedibilità nel suo vero punto di forza: sono pochi gli artisti ai quali può essere ancora concessa una tale padronanza della materia rock più classica, fino a lambire perfino il metal con “Making Contact” e il grunge con “All Alone Again”, senza risultare anacronistici né perdere slancio.
I cinque minuti della conclusiva “Neighbors Blues” sono l’ennesima lectio magistralis del chitarrista Jack White. Già nota ai fan per la sua presenza nei concerti — vero e proprio momento di assoluta immersione nel rock blues più rozzo e nell’improvvisazione — questa pagina, con il suo martellante groove ritmico e l’incisivo refrain lirico “Not In My Backyard”, si inserisce tra le più potenti mai scritte dal musicista.

Spudorato, incurante delle possibili critiche di conservatorismo musicale, Jack White è decisamente ritornato a fare quello che gli viene meglio: suonare la chitarra e spazzare via qualsiasi incertezza pseudo sperimentale. Un colpo al cuore che rischia di essere salutato come il miglior album solista del musicista americano.

07/07/2026

Tracklist

  1. 1. G.O.D. And The Broken Ribs
  2. 2. Derecho Demonico
  3. 3. There’s Nobody There
  4. 4. Raising The Grain
  5. 5. You'll Never Fix Me
  6. 6. Nobody Knows
  7. 7. Dollar Bill
  8. 8. I Can't Believe What I'm Hearing
  9. 9. Thick As Thieves
  10. 10. All Alone Again
  11. 11. She’s In A Frenzy
  12. 12. Making Contact
  13. 13. Neighbors Blues

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