Dopo trent’anni di carriera, parlare della straordinaria produttività di John Dwyer è oramai irrilevante. Ogni anno gli Osees pubblicano abbastanza musica da alimentare intere scene underground e il vero paradosso è che raramente sembrano ripetersi. Negli ultimi anni, li abbiamo visti trasformarsi in guerrieri proto-metal, fanatici synth-punk, sabotatori hardcore e mercenari del rumore ma “OFF COURSE” compie una mossa più sorprendente: rallenta l’assalto frontale e torna a qualcosa di più libero, organico, quasi accidentale.
Questo disco nasce dalla rielaborazione di alcune jam session e lo si percepisce immediatamente. Non c’è scrittura, non c’è una mappa precisa, ma è stato una scoperta lungo un tragitto cosmico, riscoprendo il piacere dell’errore, della deriva e della deviazione.
La title track apre il disco come una trasmissione spaziale, le prime chitarre evocano i fantasmi cosmici di “Astronomy Domine” dei Pink Floyd, ma presto il brano muta forma. Le melodie emergono e scompaiono come miraggi, mentre la doppia batteria di Dan Rincon e Paul Quattrone costruisce una sorta di autostrada ipnotica che continua ad avanzare indipendentemente da tutto il resto. Ed è proprio qui che si trova il cuore dell’album: per una volta il protagonista non è davvero Dwyer. Il basso di Tim Hellman e il dialogo costante tra i due batteristi diventano il vero motore narrativo del lavoro. Le loro ritmiche, profondamente debitrici tanto del kraut-rock quanto delle pulsazioni afrobeat, producono una sensazione quasi fisica di movimento perpetuo.
“Hecate’s Reflection Is A Trick” rappresenta probabilmente il manifesto estetico dell’intero progetto. Campanelli metallici, organi psichedelici, percussioni che si moltiplicano e la voce ridotta ad elemento ritmico. “OFF COURSE” raggiunge stati di trance raramente esplorati dagli Osees recenti e anche qualcosa di profondamente ludico. Una qualità che negli ultimi lavori della band era stata spesso sacrificata sull’altare dell’aggressività sonora e della velocità. Persino il finale, “The Brute On His Knees”, appare quasi come una provocazione. Un lungo epilogo dominato dall’organo che guarda contemporaneamente al rock progressivo britannico, al garage psichedelico e a certe malinconie gotiche.
Se alcuni gruppi psichedelici contemporanei utilizzano la jam come estetica, qui gli Osees la utilizzano come metodo di esplorazione. E con “OFF COURSE”, John Dwyer e compagni sembrano ricordarci che alcune delle scoperte più interessanti avvengono quando smetti di chiederti dove stai andando e inizi semplicemente a seguire il groove.
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14/07/2026