Nato durante una residenza al Mattatoio di Roma, il trio MasMas è una delle realtà più emancipate e al contempo anticonvenzionali in circolazione. Un progetto che fonde elettronica analogica e digitale, canzone, improvvisazione e sound art con il nobile scopo di restituire la necessità di “fare casino” come atto creativo e vitale. E’ una filosofia che emerge a chiare note e in tutta la sua geniale e lucida follia in “Make A Mess”, un disco di art pop, o chiamatelo pure come vi pare, dannatamente ispirato nella sua totale inafferrabilità. Abbiamo raggiunto i MasMas per farci raccontare la loro unione e la genesi dell’album.
Come e quando nascono i MasMas?
Simone Pappalardo: Tutto è nato dopo una conversione tra noi avvenuta durante un concerto annullato a causa del lockdown, con fondi destinati originariamente ai live. Era il periodo in cui avevo deciso di incontrare vari musicisti, il mio scopo era quello di sperimentare con persone distanti dai miei schemi abituali. E così chiamai Mauro e Simone, che non si conoscevano, creando di lì a poco l’unico progetto duraturo. La differenza rispetto ai miei collaboratori abituali del mondo accademico era evidente: arrivando sempre in ritardo al Mattatoio, li trovavo entrambi già intenti a suonare e divertirsi, senza aspettare partiture. Questo mi colpì molto. Era quello che cercavo.
“Make A Mess” evidenzia un dialogo tra elettronica analogica e digitale, canzoni, improvvisazione e sound art: diteci di più.
Abbiamo sentito un’attrazione verso la forma canzone, che è stata smontata, decomposta e allungata usando mezzi elettronici. E’ un titolo che riflette l’idea che per essere creativi serva necessariamente un disordine, ossia il contrario dell’ossessione per l’ordine nella forma canzone tradizionale.
E l’intelligenza artificiale?
Simone Pappalardo: La utilizziamo come qualsiasi altro algoritmo musicale, non per entusiasmo tecnologico ma come strumento espressivo. Insomma, procediamo hackerandola, modificandola e distruggendola in vari modi, mantenendo un controllo diretto.
Mauro Remiddi: Gli strumenti tecnologici sono innocenti e dipende dall’uso che se ne fa, dal gesto che diventa interessante, non dalla tecnologia in sé.
Dunque, quali sono stati i vostri riferimenti musicali per la stesura del disco?
Mauro Remiddi: Negli ultimi tempi, ascolto raramente brani completi, preferendo frammenti di massimo trenta secondi per non essere influenzato dallo sviluppo altrui. Klein è, ad esempio, una delle poche in circolazione che riesco ad ascoltare interamente.
Simone Pappalardo: Suonando insieme abbiano iniziato a sentire echi di Calexico, Aphex Twin.
Simone Alessandrini: Diciamo che l’idea era proprio quella di spiazzarsi reciprocamente rispetto alle proprie inclinazioni musicali. Abbiamo creato così una playlist schizofrenica ma con un proprio filo conduttore.
Gli strumenti autocostruiti rappresentano un elemento centrale del vostro approccio: perché questa fascinazione?
Simone Pappalardo: Mi occupo di installazioni sonore e costruisco strumenti per svariati tipi di performance, e così ho portato questa pratica anche nei MasMas. Ho sviluppato flauti a membrana stampati in 3D e poi venduti come merchandise. Questo si lega di certo al field recording di Mauro, così come alle ricerche di Simone sul sassofono modificato. E in tutto questo c’entra anche Il laboratorio permanente nel quartiere Alessandrino, un progetto pensato per coinvolgere la comunità locali, che purtroppo si è arenato nella forma originale ma che speriamo di riprendere.
Perché “Make A Mess”?
Mauro Remiddi: Nasce da mia figlia e da un simpatico episodio accaduto a Los Angeles quando aveva sei anni. Dopo aver sistemato la camera, mi ha gridato “Let’s make a mess!” e ha iniziato a svuotare tutto. Mi ha rivelato quanto la creatività abbia bisogno del disordine, liberandomi allo stesso tempo anche dalla paralisi del controllo eccessivo. Mi è subito parsa l’esclamazione ideale per esprimere al meglio ciò che avremmo poi fatto in studio.
Per “My Head” sono stati utilizzati suoni estrapolati da compact disc deteriorati e da synth modulari: come vi è venuta quest’idea?
Simone Pappalardo: Dalla mia filosofia di modificare e disturbare le tecnologie per renderle proprie. E’ un approccio critico alla tecnologia, ed evita la data di scadenza tipica dei prodotti commerciali.
“Dominant Tonality” è invece nato dalla griglia del microonde di Simone, ripresa con microfono a contatto e processata nel modulare: un’altra bizzarria…
Simone Alessandrini: Qui invece c’è molto del mio approccio non convenzionale al sassofono, come riprendere internamente il collo dello strumento per ottenere un suono “tecnicamente sbagliato” ma artisticamente interessante, evitando al contempo anche il suono brillante tradizionale che tutti conosciamo.
“In The Bunker” ha una genesi ancora più singolare ma allo stesso tempo politica.
Esatto, è stata registrata durante i primi giorni della guerra in Ucraina e in stanze separate per rappresentare, appunto, un certo isolamento. E’ un brano nato spontaneamente da un’improvvisazione delicata di Simone al sassofono, con il testo di Mauro scritto immediatamente durante la registrazione. Il nostro metodo compositivo, in fondo, si basa quasi tutto sull’improvvisazione: lunghe session da cui estraiamo materiale da montare e lavorare.
Simone Pappalardo: Ci tengo a elogiare in tal senso la capacità di Mauro di inserire voce e testo durante le improvvisazioni più caotiche. I testi nascono dal suono e dall’emozione piuttosto che da concetti cerebrali.
Come saranno i vostri concerti?
La maggior parte dei brani verrà riarrangiata completamente, mantenendo l’estetica del suono che può collassare in qualsiasi momento. “Little Rain Song” diventa chitarra, voce e flauto. “My Head” cambia ogni volta perché non ricordiamo l’arrangiamento originale, rinasce dunque a ogni esecuzione. Insomma, preferiamo suonare dal vivo piuttosto che usare sequenze, con alcune partiture ridotte appositamente all’essenziale. Siamo mediamente poi contrari alle proiezioni video, preferiamo la dimensione performativa pura e vedere la gente sudare sul palco.
La scena alternativa romana è sempre più in fermento o sbaglio?
Simone Pappalardo: E’ in ottima salute, ci sono molti collettivi, eventi e nuovi spazi autogestiti. Però c’è una carenza di chitarristi che alzano il volume, credo sia il principale problema di Roma dopo il traffico (sorride, ndr).
Chi ha creato la copertina di “Make A Mess”?
Simone Pappalardo: L’ho realizzata fotografando una stanza del mio studio. Ho seri problemi con l’ordine e l’accumulazione compulsiva, vedendo potenzialità praticamente in ogni oggetto. Il titolo dell’album mi è sembrato di conseguenza perfetto, perché racconta il mio rapporto col disordine creativo, dove il casino diventa produttività artistica.
(07 giugno 2026)