THOMAS DOLLBAUM - Birds Of Paradise

2026 (Dear life)
alt-contry, alt-songwriter

È quasi inevitabile evocare MJ Lenderman quando si parla di “Birds Of Paradise”, il secondo album di Thomas Dollbaum. Non soltanto perché l’artista del North Carolina compare nella strumentazione del disco e si concede uno degli assoli più memorabili dell’anno in “Dozen Roses”, ma perché Dollbaum appartiene a quella stessa corrente di songwriter americani che stanno riportando il country-rock indipendente a una dimensione letteraria e profondamente umana. Eppure sarebbe riduttivo fermarsi lì. Dollbaum possiede una voce autoriale distinta e appartiene a una genealogia più ampia, quella degli autori che hanno imparato da Bill Callahan e Jason Molina che una storia può essere raccontata meglio inseguendo un’immagine. I suoi personaggi non spiegano mai davvero chi sono; li scopriamo osservandoli mentre attraversano parcheggi vuoti, periferie assolate, strade che sembrano non portare da nessuna parte.

 

Le canzoni di “Birds Of Paradise” sono popolate da figure in transito, uomini e donne che inseguono sogni troppo grandi o troppo lontani per essere raggiunti. Dollbaum osserva questi personaggi con uno sguardo partecipe ma mai sentimentale, lasciando che siano i paesaggi, le strade secondarie e i dettagli apparentemente insignificanti a raccontarne speranze e sconfitte. In “King’s Landing” il sogno di ottenere una licenza da pilota diventa la metafora di una fuga impossibile da una provincia che trattiene i suoi abitanti come una forza gravitazionale. In “Coyote” il protagonista osserva il mondo da un tetto, combattuto tra il desiderio di spiccare il volo e la consapevolezza di non poterlo fare. In “Dozen Roses” il tempo trasforma i ricordi in reliquie e gli amici perduti in fantasmi benevoli. Sono personaggi che continuano a sognare pur sapendo che quei sogni probabilmente non si realizzeranno mai.

La voce di Dollbaum, calda e accogliente, agisce come una guida discreta attraverso queste piccole epiche della provincia americana, dove il desiderio di partire convive costantemente con la consapevolezza di restare.

 

Non tutto il disco possiede la stessa forza evocativa, ma quando scrittura e arrangiamento trovano il loro punto d’incontro il risultato è notevole. “Dozen Roses” è un perfetto equilibrio tra malinconia e slancio rock, illuminato dal già citato assolo di Lenderman. “Coyote” costruisce una tensione narrativa straordinaria su un groove lento e crepuscolare, mentre “Big Boi”  mostra il lato musicalmente più immediato di Dollbaum: una progressione armonica semplice ma estremamente efficace, chitarre sospese tra jangle-pop e alt-country e una sezione ritmica che accompagna il brano con leggerezza senza rinunciare alla tensione melodica.

“Scrub Jay” racchiude in sé tutti i temi che attraversano l’album. Dal suo testo proviene il titolo Birds of Paradise e nelle sue immagini visionarie, sospese tra natura e memoria, il cantautore della Florida condensa la poetica del disco: il tentativo di trattenere ciò che il tempo, inesorabilmente, porta via. La finale “Blue Meets Blue” è una sorta di controcampo emotivo. Se la prima osserva ciò che il tempo porta via, la seconda,  sostenuta da un crescendo dal sapore heartland,  suggerisce che qualcosa, attraverso il ricordo, possa comunque restare.

 

Dollbaum non reinventa il lessico dell’Americana contemporanea, né sembra interessato a farlo. La sua forza risiede piuttosto nella capacità di trovare nuove sfumature emotive all’interno di una tradizione consolidata, raccontando sognatori, perdenti e irriducibili romantici con una sensibilità rara. Come in una fotografia in controluce, ritrae un’America ai margini della narrazione contemporanea, remota nei luoghi ma profondamente umana nelle sue ferite.

08/06/2026

Tracklist

  1. 1. Visitation
  2. 2. Dozen Roses
  3. 3. Rabbits
  4. 4. Coyote
  5. 5. Waterbirds
  6. 6. Big Boi
  7. 7. Pulverize
  8. 8. King's Landing
  9. 9. Scrub Jay
  10. 10. Blue Meets Blue

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