Drones

Gala Mill

2006 (ATP) | alt-rock

Un continuo rimbalzare ed implodere di elettricità, innervato ad una figura di chitarra ossessiva e malsana. E' così, con l'eccellente "Jezebel" che inizia "Gala Mill", terzo disco dei The Drones, band australiana in bilico tra tradizione "aussie-rock", le "murder ballads" di Nick Cave e certa polverosa America cantautoriale. Una rabbia non disperata ma, come dire?, sicura di sè, fiera del suo clamore trova nella voce di Gareth Liddier un veicolo di sicuro impatto, supportato da una sezione ritmica (la bassista Fiona Kitchin e il batterista Mike Noga) arcigna quanto basta e infiorettato da un chitarrismo minimalisticamente lacerante (Rui Pereira).

"Gala Mill" (dal nome di una sperduta fattoria nell'est della Tasmania dove il disco è stato registrato) è un disco geograficamente sincero, verace, anche quando riassorbe influenze altre, magari apparentemente eterodosse, come il Neil Young che, attraversato l'oceano, si ridesta a nuova vita in "Dog Eared", con una grandeur docilmente elettrificata che lancia, di sfuggita, occhiate verso scenari immaginari e senza limiti. Fatalità e malinconia: tutto avvolto da un pulviscolo emozionale a volte quasi ingombrante, ma mai capace di infastidire, perchè la band dimostra carattere e maturità, anche quando le partiture si distendono, si muovono come lente processioni di sofferenza.

Perciò, meditazioni contese tra rassegnazione e vampate repentine come quella di "I'm Here Now" (un non luogo tra i primissimi, maledetti Toiling Midgets e i demoni più subdoli di Nick Cave) fanno crescere un mare d'inquietudine con una classe davvero invidiabile. E' il gioco, insomma, del chiaroscuro applicato all'anima, quell'anima che, anche nel peggiore dei casi, ha sempre obliqui bagliori che ne decantano una grandezza magari insospettabile, ma mai del tutto obliata, si fosse pure al cospetto del crimine più tremendo ("Words From The Executioner To Alexander Pearce", ovvero in memoria di un cannibale giustiziato). La voce di Fiona cavalca, al ralenti , la ballata dimessa di "Work For Me" (in cui fa capolino anche un violino), mentre "I Looked Down The Line And I Wondered", con i suoi rivoli di furia e il suo cadenzare sornione, trova un equilibrio perfetto tra roots-rock e ballata "assassina".

In mezzo a tutto questo furore addomesticato, la svagatezza "arcadica" di "Are You Leaving For The Country " e l'ardore punk di "I Don't Ever Want To Change" potrebbero di certo farci la figura dei cavoli a merenda, ma è piacevole riprovare, ad ogni ascolto, lo stesso senso di compattezza, la stessa tensione lineare che, fin dal primo ascolto, immediatamente si manifesta, senza la minima esitazione. In fondo, quelli sono attimi da gustare con il sorriso sulle labbra, prima che la lunga e dolente "Sixteen Straws", narrata più che cantata da Liddiard, ci rimembri di suicidi, sensi di colpa e prigionieri senza speranze, in un'atmosfera quasi irreale, magica, atemporale.

(25/11/2006)

  • Tracklist
  1. Jezebel
  2. Dog Eared
  3. I'm Here Now
  4. Words From The Executioner To Alexander Pearce
  5. I Don't Ever Want To Change
  6. Work For Me
  7. I Looked Down The Line And I Wondered
  8. Are You Leaving For The Country
  9. Sixteen Straws
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