A Sunny Day In Glasgow

Scribble Mural Comic Journal

2007 (Notenuf) | dream-pop, shoegaze-pop

No, non sono scozzesi. Sono di Philadelphia, sono in tre e suonano un mix di dream-pop, shoegaze e indietronica che sorprende per originalità e qualità della scrittura. Dopo un'Ep pubblicato l'anno scorso, “Scribble Mural Comic Journal” li vede esordire sulla lunga distanza, regalandoci un disco di cui ci si innamora al primo ascolto. Elettronici, nebbiosi soundscape; chitarre distorte, tormentate e stordite; lo-fi beat che donano all’insieme un sapore synth-oriented; e quella voce, infine, angelica e ovattata (courtesy of Lauren Daniels) che si perde, immateriale, dietro le nuvole: chiamatelo pop dei sogni, chiamatelo come volete, ma lasciatevi sedurre.

Sarà come precipitare/percepire una distanza sfuocata (“Wake Up Pretty”), mentre si avvicina il suono di quel party surreale che risponde al nome di “No. 6 Von Karman Street”. La musica si fa “estasi” (“Our Change Into Rain Is No Change At All (Talkin’ ‘bout Us)”), la nostalgia scolora in un’innodia generazionale senza tempo (“The Horn Song”), e persino i Byrds vengono portati davanti all’altare dei My Bloody Valentine, mentre lo squittire melodicamente incantato delle chitarre viene dilatato a formare un universo parallelo di strimpellii onirici (“A Mundane Phonecall to Jack Parsons”).

In giro, c’è gente che vorrebbe accostare il moniker della band all’aggettivo “pretenzioso”. Ebbene, dateci il nostro disco-pretenzioso quotidiano, ne abbiamo bisogno in questi giorni di magra… Forse che “pretenzioso” è un nuovo modo per dire “coraggioso”? Il coraggio di giocare a carte scoperte con le proprie fonti, senza timori reverenziali. Nulla nasce per caso, sia chiaro: ma contano la personalità e il buon gusto. Per questo, ma non solo, “Ghost In The Graveyard” può ambire a essere un piccolo requiem multi-direzionale e postumo della generazione “china sulle scarpe”. Questo è l’angelico disorientamento di chi, presa per buona l’impossibilità di non riuscire a imporre il proprio punto di vista, se ne va in Paradiso a cercare una ragione di vita direttamente dal grande capo (ecco, perché, allora “Panic Attacks Are What Make Me “Me” – che titolo! – diventa un trip astrale che vivacchia, beato, tra Loscil e Manitoba).

Un suono che scava dentro di sé, che si guarda allo specchio, ammirandosi vaporizzare, come un geyser intangibile, diafano, forse davvero irreale (“Watery (Drowning is Just Another Word for Being Burried Alive Under Water)”, ovvero il sintomo (l’ennesimo!) dell’ambizione cosmica del dream-pop). Rumori elettronici, chitarre-muraglia e la voce, come al solita, ultraterrena fanno di “5:15 Train” uno dei momenti più incantevoli e trasognati del lotto, rivelandoci l’ardore compositivo e l’impressionismo astratto-elegiaco di una band che deve (per forza!) far parlare di sé. In “C’mon” c’è una chitarra atonale, forse aliena: segue, discreta, una danza caotica che cerca la redenzione acida. Poi, la forza centrifuga Stereolab-iana e il pulsare dub di “Lists, Plans” collocano definitivamente questi momenti di onirismo pop in una dimensione patafisica che i Soft Machine degli esordi asseconderebbero con un bel cenno della testa.

Insomma, questo è il disco che potrebbe tranquillamente accompagnarvi dentro il sole della vostra “Best Summer Ever”... Però, nell’attesa che questo autunno-già-inverno sfoghi la sua rigida passione per i toni crepuscolari e le nostalgie più recondite, non dimenticate di consumarlo senza riserve!

(21/10/2007)

  • Tracklist

1. Wake Up Pretty
2. No. 6 Von Karman Street
3. A Mundane Phonecall to Jack Parsons
4. Our Change Into Rain Is No Change At All (Talkin’ ‘bout Us)
5. Ghost in the Graveyard
6. 5:15 Train
7. Lists, Plans
8. C’mon
9. The Horn Song
10. Panic Attacks Are What Make Me “Me”
11. Watery (Drowning is Just Another Word for Being Burried Alive Under Water)
12. Things Only I Can See
13. The Best Summer Ever

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