Kula Shaker

Strangefolk

2007 (Strangefolk/ Sony) | pop-rock

Pensare che ci sia stata un’epoca in cui un gruppo come i Kula Shaker poteva senza difficoltà arrivare a vendere nella sola Gran Bretagna, con il disco d’esordio “K”, quasi un milione di copie fa riflettere su come la musica e il mercato che ruota attorno ad essa siano rapidamente cambiati negli ultimi dieci anni. Parabola singolare, peraltro, quella del gruppo londinese capitanato da Crispian Mills: soltanto due album pubblicati e una raccolta, intitolata “Kollected”, uscita nel 2002 e ancora facilmente reperibile, utile per chi volesse dare una rapida ripassatina a quanto nel bene o nel male questa band ha lasciato in eredità ai gruppi britannici del panorama contemporaneo. Un lascito certo non così cospicuo, ma nemmeno trascurabile, che si arricchisce un po’ a sorpresa  in questi giorni di un nuovo inaspettato capitolo, intitolato “Strangefolk” e pubblicato dall’omonima etichetta fondata dallo stesso gruppo, che tuttavia, rispetto alla formazione originaria, lamenta l’assenza del tastierista Jay Darlington (visto di recente al fianco degli Oasis) e soprattutto un significativo ridimensionamento delle proprie ambizioni di successo e affermazione commerciale.

“Strangefolk” mostra un gruppo che non è poi molto cambiato negli intenti e nei risultati della propria ricerca musicale. A cambiare è il contorno, ovvero l’insieme delle tendenze e delle produzioni musicali che nel frattempo si sono andate affermando in Europa e nel mondo in ambito rock. Ed è proprio l’insieme di questi mutamenti intervenuti nella musica al volgere del nuovo millennio a conferire al disco dei Kula Shaker un valore e una “luce” del tutto particolari. In questo disco non troverete ammiccamenti funky, richiami più o meno strategici alla new wave, ritmiche angolari e spezzate di scuola post-punk, coretti strampalati o concessioni all’elettronica o alla dance (patrimonio comune di numerosi gruppi anglofoni del dopo Franz Ferdinand). Niente di tutto questo. Piuttosto una musica completamente inattuale da risultare quasi fuori dal tempo e da ogni moda, improntata ai canoni ben definiti di un neoclassicismo psichedelico costantemente omaggiato e riaffermato.

I Kula Shaker sono infatti stati per un periodo non troppo lungo tra i più credibili depositari e custodi del verbo psichedelico della seconda metà degli anni Sessanta, aggiornando la lezione tanto dei primi Pink Floyd, quanto dei vari Beatles, Small Faces, Pretty Things, Kaleidoscope e Tomorrow, senza poi contare l’enorme influenza degli amatissimi Hawkwind e Grateful Dead (omaggiati nella canzone, che qualcuno ricorderà, “Grateful when you’re dead/ Jerry was There”), del blues acido di Cream e Hendrix e, a tratti, dell’hard-rock dei Deep Purple (da cui hanno ripreso, con un certo successo, “Hush” a sua volta cover da Joe South).
E la situazione non cambia con il nuovo album che, rispetto al suo predecessore “Peasants, pigs and astronauts”, troppo pomposo e frammentario (ma da recuperare), risulta molto più snello e fruibile, strutturato su movenze asciutte, agili e eleganti dal punto di vista squisitamente formale.

Intendiamoci: trattasi di raffinati esercizi di imitazione, di abilissimi falsi d’autore, di piccoli ciuffi di note scritti in bella grafia a margine della storia del rock con perizia di esperti antichisti e antiquari. Non un guizzo che possa definirsi realmente folgorante, ma tanto mestiere e una profonda cultura (erudizione) musicale. Detto in altre parole: i Kula Shaker sanno scrivere e sanno suonare. “Out ON The Highway”, “Second Sight” o la splendida “Die For love”, in fondo, non fanno che ripetere proprio questo: la costruzione puntuale dei cori, l’equilibrio dei ritornelli, l’utilizzo sempre calibrato di una strumentazione vintage imperniata su mellotron, hammond, armonica e farfisa, tutto lascia presagire la solidità di una band totalmente sincronizzata su un respiro e su tempi che appartengono ormai solo a lei stessa, all’ombra di una tradizione la cui autorevolezza non viene mai sgretolata o innovata in modo troppo brusco o istintivo. Questo può indiscutibilmente rappresentare un limite fin troppo evidente, così come un motivo d’interesse e, in una maniera del tutto paradossale, un indizio di autenticità e di un sincero amore per la musica.

Nel blues arruffato di “Great Dictator”, Mills si diverte forse a giocare con le accuse di filonazismo che gli furono mosse dalla stampa inglese per certe sue ambigue affermazioni forse equivocate (e per una fantomatica t-shirt fregiata da una svastica che in realtà faceva riferimento alle filosofie orientali tanto care al gruppo) e che esercitarono una influenza non secondaria nel declino di popolarità patito dai Kula Shaker alla fine dei Novanta. In “Strangefolk” riaffiorano i mantra psichedelici infarciti di cori e innodie orientaleggianti e interminabili spirali sonore, croce e delizia di fan e critica, mentre a partire da “Song Of Love” inizia un lungo segmento caratterizzato da placide ballate dalla grana più acustica, la migliore delle quali è senza dubbio “Fool That I Am”, in cui la somiglianza del timbro di Mills con quello di John Lennon è a tratti impressionante.

Il fatto che la band nel complesso non abbia poi molto da chiedere, sia al mercato che al pubblico, la porta in un certo senso a sedersi su soluzioni penalizzate forse da un’eccessiva maniera e da una certa prevedibilità (come l’interminabile e autoindulgente “Hurricane Season” con quegli intarsi tastieristici alla Manzarek), ma la qualità del suono e delle sue sfumature è sempre molto curata e le composizioni sempre ben assemblate, anche se a volte la noia per il solito predicozzo salmodiante torna a fare a capolino (non è il caso comunque dell’intrigante “Ol’Jack Tar”).

In definitiva, un ritorno gradito che non sposta e non vuole (fortunatamente?) spostare, come del resto era facile aspettarsi, di una virgola l’attuale scenario rock inglese e che non lascerà presumibilmente tracce indelebili se non negli inventari di qualche archivio cronologico, ma che se non altro ha il merito di mettere un po’ d’ordine nelle gerarchie di valore di quello stesso panorama brit rock/pop che ha senza dubbio contribuito a creare.

(23/09/2007)

  • Tracklist
  1. Out On The Highway
  2. Second Sight
  3. Die For Love (Album Edit)
  4. Great Dictator
  5. Strangefolk
  6. Song Of Love / Narayana
  7. Shadowlands
  8. Fool That I Am
  9. Hurricane Season
  10. Ol' Jack Tar
  11. 6ft Down Blues
  12. Dr Kitt
  13. Super Cb Operator
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