Pinback

Autumn Of The Seraphs

2007 (Touch & Go) | alt-pop

Parlare dei Pinback non è semplice. Parlarne male poi lo è ancora meno. Ma, a bocce ferme, con qualcosa di più dei soliti ascolti alle spalle, digerito ormai il digeribile, si è arrivati all'amara conclusione che i Pinback sono dei paraculi. Lo si è detto, sdoganato il termine impuro e lanciata la provocazione. Cerco ora di motivare, fornendo briciole di fondamento a una tesi che va contro più o meno tutto.

Perché, va detto, i Pinback sono un gruppo molto amato, è un collettivo di San Diego che ha navigato quasi sempre a vista, giocherellando con altri artisti, dando vita a progetti estemporanei, ad altri più seri (leggasi Castanets). Sono tra i più richiesti nei festival indie. Sono un'icona, almeno negli Stati Uniti, di un indie-pop più maturo, considerate anche le divagazioni progressive di qualche tempo fa. Da ultimo, la gloria ottenuta con il solito singolo che ha fatto da colonna sonora alla solita puntata del solito serial O.C. Non dimentichiamoci poi che "Summer In Abaddon" è stato inserito nelle playlist di fine anno come miglior album dalle più importanti riviste e webzine musicali. Ed era il 2004.

Insomma, la partenza era questa. E c'è da dire che anche da queste parti la considerazione era alta, che anche da queste parti "Summer In Abaddon" è girato parecchio nello stereo e se non è finito in playlist di fine anno è stato un caso. Alla luce, ora, degli ascolti dell'ultimo "Autumn Of The Seraphs" si è giunti alla conclusione che i Pinback ci hanno preso un po' in giro, lo hanno fatto bene, perché anche in questo disco ci sono episodi da airplay discreto. Ma rimane la convinzione che ci hanno preso in giro, si sono divertiti, ma lo hanno fatto. Non può dirsi altrimenti un'operazione che preveda la reinterpretazione di idee altrui, cavalcando con disinvoltura tutto lo scibile indie-rock 2000. Con personalità azzerata, sia chiaro. Meri interpreti, esecutori, imitatori. Niente di più.

Torna più o meno quasi tutto. L'indie-pop colto passando per il progressive-pop si mischia e imbastardisce con altro crossover, quello più rock, che nel tempo ha mischiato hip-hop e rock con funk e reggae. Dalla macedonia dei generi escono ad esempio brani come "Barnes", simile per attitudine ai primi Incubus. Con in più, l'uso della melodia pop come codice interpretativo.
A volte si rallenta e si finisce nell'indie-pop, in chiave electro, che sa molto di Death Cab For Cutie e derivati ("Good To Sea"); poi si rimane un po' stupiti, perché i toni si fanno più malinconici e si sfiora la sensibilità cantautorale di Elliott Smith ("How We Breathe" e soprattutto "Walters"). L'apertura del disco è affidata invece ai Bloc Party, pardon, ai Pinback in versione dance-punk.

Non si sono fatti mancare nulla i ragazzi di San Diego: hanno rispolverato i dischi di casa, si sono riuniti in sala d'incisione e hanno scopiazzato qua e là le idee ascoltate sui dischi preferiti. Alla fine di tutto questo, l'incertezza valutativa sui Pinback si fa sempre più chiara: siamo di fronte a un vero gruppo indie-rock, capace di sintetizzare al meglio le sensibilità del tempo, o è semplicemente un fenomeno da baraccone che prende a prestito idee di altri, frulla il tutto e imbastidisce così il proprio indie-pop?
Il dubbio viene svelato da"Blue Harvest", in cui il riff di chitarra è un ibrido tra lo strepitoso singolo "Dashboard" dei Modest Mouse e qualsiasi ballata crossover del decennio scorso. Sì certo, bravi, belle canzoni, piacciono al pubblico giovane, ma a tutto c'è un limite, e oggi questo limite è stato superato.

Se c'è una cosa che si può concedere ai Pinback, è l'avere dei buoni gusti musicali. Motivo unico di un voto non troppo basso.

(18/11/2007)

  • Tracklist
  1. From Nothing to Nowhere
  2. Barnes
  3. Good to Sea
  4. How To Breathe
  5. Walters
  6. Subbing for Eden
  7. Devil You Know
  8. Blue Harvest
  9. Torch
  10. Bouquet
  11. Off by 50
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