Curioso prodotto discografico, questo "The State Of Things", dietro il quale si cela tale Jon Mclure, detto per l'appunto "Il Reverendo" - poeta,
performer e vivace agitatore politico in quel di Sheffield, già reo di aver imboccato la prima comunione artistica a Alex Turner e Matt Helders degli odiati/amati
Arctic Monkeys nella chiesa sconsacrata (e successivamente crollata) del collettivo funk Judan Siki, a cui ha fatto seguito una breve parentesi sotto il nome 1984.
Il disco in questione ha riscosso un discreto successo di vendite in Gran Bretagna, trainato soprattutto dal cavallo di battaglia (invero piuttosto impagliato e zoppicante) "Heavyweight Champion Of The World", la cui eco radiofonica ha per un breve periodo lambito anche la nostra penisola.
Insomma, non un esordiente alle primissime armi, questo Reverendo, il cui disco mostra in maniera piuttosto inequivocabile come il sedicente
new rave, con il suo assortito album di figurine fosforescenti (dai
Klaxons a Foals e New Young Pony Club, passando per gli inenarrabili
Shitdisco) stia progressivamente orientando il proprio asse stilistico in direzione dell'eldorado
baggy della Madchester che fu.
Canzoni che soffiano via dai sermoni dei padri pellegrini
Stone Roses,
Charlatans, Happy Mondays e
Primal Scream qualche strato spesso di polvere e muschio e tentano di riedificare una nuova chiesa del puritanesimo
baggy, avvalendosi nella circostanza anche di qualche affondo di sponda americana, soprattutto la risorta teologia della liberazione dei mistici
!!!,
Lcd Soundsystem e
Rapture. Ne viene fuori un mazzetto di slavate ostie pop dalle torniture vagamente
funkeggianti nelle quali è assai arduo credere che risieda l'incorruttibile corpo del Ritmo, per il nutrimento e la salvezza delle nostre anime irredente.
Insomma, non si va molto oltre un catechismo pop di base che non riesce a estrarre la spada che "Fools Gold" ha conficcato nella roccia e che dunque, salvo inganni, molto difficilmente riuscirà a farsi incoronare re d'Inghilterra (e del mondo).
In sagrestia si ritrova un po' di tutto. Ma niente che non si conosca già. Coreografie sgambate di synth ballerini in odore di
New Order ("The State Of Things", "The Machine"), linee di basso che oscillano come turiboli carichi di incenso fumante che fanno lacrimare gli occhi tanto da non vedere la tomba del divertimento attorno alla quale si sta officiando il rituale (funereo) ("He Said He Loved Me"), minutaglie e rumoristica da livello intermedio di Supermario Bros., filastrocche con accenni psichedelici pressoché innocui ("Bandits"). In "Open Your Window" sembra addirittura di ascoltare i
Bravery, altro gruppo da ufficio degli oggetti smarriti del pop (valgano almeno come monito per chi vuole fare il furbo in musica, ché questa è la fine che lo aspetta).
Non manca il lento in voce bisbigliata, "Sex With The Ex" (molto Arctic Monkeys, "Riot Van" e dintorni) in bilico tra l'estasi del Brown (Ian) più oppiacemente irrecuperabile e distante e un Gruff Rhys in vena di facili teologie. Qualche melodia risulta più ficcante, "What The Milkman Saw", ad esempio (ennesima figlia illegittima del fitto concubinato musicale con gli Arctic Monkeys) oppure "18-30" (ma quel grossolano Lalala...). In "Sundown On The Empire" si cerca invece di rianimare l'ultima cena (chimica) di Madchester ricorrendo alla fattucchieria trip-hop dei negromanti pagani
Tv On The Radio e
Massive Attack, ma nel complesso questo reverendo (la minuscola è ormai d'obbligo) non riesce a scrivere il secondo album degli Stone Roses (quello vero, quello mai uscito, che nemmeno gli stessi Stone Roses sono riusciti a scrivere).
Avanti il prossimo, allora. A questo punto si accettano anche vescovi o cardinali.