Non è un mestiere per vecchi, questo. La parafrasi sarà pure banale, ma è tutt’altro che inappropriata. Tempi duri per i “metal heroes” sui quarant’anni, indecisi se aprirsi verso il nuovo (col rischio di vedersi recapitare la merce fra i cd scontati sul fondo degli scaffali) o rimanere fedeli ai gusti del pubblico, anch’esso andante per la mezza età, che ha decretato nel tempo la loro ascesa (col rischio di risvegliarsi dopo l'ennesima sbornia, bolsi e scarso criniti, soffocati in una muta di pelle troppo stretta di due misure o, peggio ancora, come
Ozzy Osbourne, dall’altro lato dello “specchio segreto” d’un
reality). Prima, insomma, che il “thrash” si trasformi in “trash”.
D’altronde quando s’è trascorsa buona parte della propria carriera in avanscoperta sui confini di un genere (nei
Sepultura mark I, “padrini” del
death con “Arise” nel 1991 e del
nu metal con “Chaos AD” del 1993) è difficile che ci si accontenti di razzolare nel limbo paludoso delle vecchie glorie.
I fratelli Cavalera, ancora troppo giovani per la pensione, hanno optato per una via di mezzo fra corsi e ricorsi storici, fra vecchio e nuovo, per una riunione di famiglia che segna un compromesso fra gli abiti atavici (o le vecchie maniere) e i radicali mutamenti verificatisi sulla scena metal(o post-metal) nell’ultimo decennio. Dopo lo
split definitivo (?) di Igor con i Sep (i resti dei quali, peraltro, si dicono intenzionati a proseguire imperterriti verso uno sciagurato
mark III!), il progetto s’è attestato su una formazione stabile che comprende anche il solista Marc Rizzo (già con i Soulfly) e Joe Duplantier (dei francesi Gojira, band anch’essa curiosamente capitanata da due fratelli) al basso.
“Inflikted” è un disco di
thrash-metal rettilineo, coriaceo e tetragono, appena più digitale di quelli che si facevano un tempo, un’ opera che cancella dalla sua ascendenza matrilineare sia il tribalismo
art/fusion di “Roots”(tracce del quale traspaiono comunque, forse involontariamente, dai brani più riusciti, “Terrorize” e “Dark Ark”), che le moderate escursioni tecnologiche dei migliori Soulfly, dimostrando, però, al contempo, di aver assimilato il bagno d’essenzialità che il
metal core ha imposto a tutto il movimento, prima di riprendere il discorso da dove era stato interrotto all’inizio degli anni 90.
Per il resto gli elementi della loro
koinè brutal-musicale ci sono più o meno tutti: i muggiti taurini di Max (forse il più valoroso
growler della sua generazione e anche, anche…), i poliritmi e le vorticose acrobazie sul doppio pedale di Igor, i
riff ora panzer stentorei, ora supersonici, gli orrifici slogan
agit-prop dei testi (che ormai fanno quasi tenerezza, tanto sembrano pescati a caso in una brocca piena di foglietti con parole come “bloodshed”, “apocalyptic” o “kill”, vergate a caratteri sanguinolenti).
E poi ci sono le canzoni, che poco non è: il
nu metal ribassato e gargantuesco di “Inflikted”, il
metal core di “Nevertrust” (ridotto alla lisca, o meglio al nocciolo, “core”, appunto), “Sanctuary”, “Hex” (quasi
grind), il
thrash spurio di “Ultra-Violent” (dinosauresco), “The Doom Of All Fires” (alternato), “Must Kill” (“un, dos, tres, cuatro!”) e persino abbordaggi di
speed neoclassico e, diremmo quasi, “pre-sepulturiano”, con “Bloodbrawl” e “Heart Of Darkness”.
Un disco che contribuirà a ringalluzzire la maggior parte dei
fan della prima ora (soprattutto quei pazzi che, a suo tempo, abiurarono l’immenso “Roots”), ma sicuramente non indegno di sfilare a testa alta al cospetto di tutti gli altri. Compresi quelli che alle “cospirazioni” ormai non credono più per principio.