A inserire in certi contesti alcune canzoni di questo disco però non si sbaglia, poiché nei credits appare volentieri un nome, quello di Paul St. Hilaire, che molti ricorderanno più facilmente come Tikiman. Voce prezzemolina di sterminate produzioni dub&co, ma soprattutto ugola ufficiale del mostro raggae postmoderno Rhythm and Sound, ovvero Ernestus & Oswald, ovvero Basic Channel, ovvero Berlino. Le cose non succedono per caso... L'apertura e la chiusura vedono coinvolto il cantante caraibico in due spunti semplicemente reggae fatto e finito nel 2008, con i suoi tiratissimi bassi sintetici che esplodono, piattini che ricamano il beat e il tipico incedere in levare.
Quello che stupisce di più però è come, a distanza di anni e anni, il metodo Basic Channel abbia ancora il suo diritto di paternità su innumerevoli cose. Deadbeat è un loro figliastro e dunque non è esente dal sentirsi chiamato in causa, specie se ci propone gli otto-minuti-otto di “Deep Structure”, in cui la manopolina del pitch del basso reggae viene girata, viene quantizzato e infine viene incastrato il tutto dentro a una gabbia di techno notturna, in cui il synth modula finché ne ha e la melodia non è che uno scampolo lasciato andare. Si somma, si sottrae e si gioca con gli spazi. Ma lo si fa con grande metodo. Quello stesso metodo, studiato nei minimi dettagli, raffinato nel tempo e poi mostrato con una visione personale e moderna che attraversa tutto il disco.
Deadbeat non sconvolgerà nessuno, ma è uno che sta segnando un percorso di alta qualità costante. Solo nei live si fa fregare come una mammoletta, ma in studio è pachidermico e anche questa volta mette insieme i pezzi del quadro che gli altri lasciano sparsi, facendo sembrare tutto parecchio facile. Anche questa volta, con "Roots And Wire", segna a suo favore e non possiamo che riconoscergliene il merito.