Fuzz Against Junk

Netti Netti

2008 (Invada Records) | psychedelic rock

Un calderone stregonesco pieno di bagni psichedelici e accelerazioni progressive, folk ancestrale (e talvolta celestiale) e divagazioni jazzistiche, venature mediorientali e spunti kraut. Musica fuori tempo massimo o musica fuori dal tempo? Difficile stabilirlo, soprattutto per chi è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, di mai sentito prima.

I Fuzz Against Junk, collettivo britannico formato da sette musicisti, sembrano usciti direttamente da uno di quei documentari sul rock anni Sessanta e Settanta che spesso capita di vedere di notte su Rai Tre.
Attivi sin dal 2002, si sono fatti conoscere attraverso festival come l’ "All Tomorrow's Parties", organizzato l’anno scorso dai redivivi Portishead, giungendo adesso al loro secondo album “Netti Netti” che, anche dal meraviglioso artwork di copertina, potrebbe essere tranquillamente scambiato per una ristampa di qualche vecchia gemma psichedelica, riemersa dopo anni di oblio.

La strumentazione, poi, è oltremodo eclettica: dal generatore di suoni al theremin, dal glockenspiel ai fiati, dal sitar all’oud.
Eclettici sono anche i brani, che sembrano sfrecciare in ogni direzione stilistica possibile: l’omogeneità non è il punto forte di questo disco, in compenso l’ascoltatore rimane spesso piacevolmente spiazzato.

Il pezzo d’apertura, “Rusty Fingers”, scorre via tra declamazioni mefistofeliche e accordi lisergici di chitarra: c’è qualcosa di fascinosamente occulto in queste musiche, lo confermano un sax catacombale e una sezione ritmica pulita ma ossessiva.
L’altro capolavoro del disco è il trittico “Whole Tone King Part 1 – Nevett Has New Words – Whole Tone King Part 2”, che suona come i Faust di “Faust IV” travolti dall’hardcore anarchico dei Butthole Surfers (esaltanti gli inserti free-jazz dei fiati). Si tratta di un episodio di rara potenza “rock” non retrograda, difficilmente ascoltata in questi anni 2000 di post-tutto.

Peccato che a volte il disco, nella sua schizofrenia, perda potenza (non gradevolezza, però) in brani troppo derivativi ("Several Chapters" e "Summer May", con quegli assolo galeotti di flauto, hanno più di qualcosa in comune coi primi Jethro Tull), o in episodi che stridono troppo col resto del disco (le armonie campestri di “Love Is Like Strawberries”, il blues brutale di “You Will See Me Under Rock And Stones”).

Ma ascoltare questo disco è come frugare in un vecchio baule: viene fuori sempre qualcosa di interessante. Questo qualcosa potrebbe essere l’onirismo surrealista di “25” (col contrappunto ancestrale tra sassofono e glockenspiel), o il folk degenerato di “Soul Watershed”, o ancora il rituale tellurico di "Isbister" (aperta da un ammaliante tappeto celtico di cornamuse). Tra i brani migliori va annoverata anche l’orgia folle di “Yeah Yeah Yeah”.
Ci sono poi le rumbe jazzate di "Trane To Neptune" (dai toni alquanto elegiaci)  e di "Vertiginous Inversions" (dai toni esotici e tribali).
L’epico finale di “A Progression” è un deliquio continuo in buchi neri cerebrali che sfumano in una breve danza sabbatica.

Non un miracolo, non un capolavoro, ma un disco vivamente consigliato.

(28/02/2008)

  • Tracklist
  1. Rusty Fingers
  2. Trane To Neptune
  3. Whole Tone King Part 1
  4. Nevett Has New Words (Concrete God)
  5. Whole Tone King Part 2
  6. Several Chapters
  7. 25
  8. Soul Watershed
  9. Isbister
  10. Love Is Like Strawberries
  11. You Will See Me Under Rock And Stones
  12. Yeah Yeah Yeah
  13. Summer May
  14. Vertiginous Inversions
  15. A Progression
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