Wedding Present

El Rey

2008 (Manifesto) | pop

Si stenta a crederlo ma i Wedding Present sono sulla scena da qualcosa come vent’anni e più. Impressionante, non c’è alcun dubbio, eppure quanti si ricordano o hanno semplicemente sentito parlare di loro? Non molti, a dire il vero. Il che è un vero peccato, perché quello di cui stiamo  parlando è, con ogni probabilità, uno dei segreti più gelosamente custoditi di tutto il pop britannico delle ultime due decadi. Una gioia intima e segreta per pochi fortunati (e scelti) intenditori, che hanno saputo perseverare nelle ricerche e alla fine meritarsi dischi come “George Best”, del 1987, “Seamonsters” o “Watusi”. Nel loro piccolo dei maestri, per quanto “minori”, usciti da quel febbrile e brulicante laboratorio musicale che era l’Inghilterra agli sgoccioli degli anni Ottanta, in pieno riflusso dopo lo scioglimento degli Smiths, un insieme caotico di tendenze estetiche fra loro anche molto distanti (e da lì in sostanza che vennero fuori rivoluzioni a loro modo “epocali” come lo shoegaze, gli Stone Roses, la generazione “forever young” C86 o una etichetta come la Creation di Alan McGee) che prima o poi qualche illuminato dovrà prendersi la briga di raccontare in maniera più organica rispetto a quanto si tenda a fare oggi.

Ma come suona il nuovo parto discografico (prodotto da Steve Albini, è bene ricordarlo) dei Wedding Present? Fondamentalmente come i suoi più o meno illustri predecessori e, in fondo, non ci si dovrebbe stupire eccessivamente di questo aspetto. Non sono certo un gruppo di “avanzamento” o di “avanguardia” (come direbbe il guru Simon Reynolds) i Wedding Present, in realtà non lo sono mai stati. Il termine che più caratterizza il loro lavoro è senza dubbio  “artigianato”, che va qui inteso più o meno come paziente affinamento di una cifra forte e riconoscibile, a base di guitar-pop ispido e scapigliato, infarcito a dovere con ironia vagamente intellettuale e stoccate di romanticismo introspettivo. In casi come questo i critici “laureati” in genere scrivono che ogni singola canzone dell’album meriterebbe di essere stabilmente prima in classifica in un mondo bello e sensato solo in quanto non esiste. Lo stesso vale grosso modo per “El Rey”, un agglomerato enciclopedico di pop declinato con naturalezza in fogge svariate e apparentemente inesauribili. E quando si dice “enciclopedico” vuol dire che all’interno si trova letteralmente di tutto: la melodia dei gruppi sixties sposata a forme di rumorismo scomposto e frastagliato di (anti)scuola sonicyouthiana (“Santa Ana Winds”, “Spider On Hollywood”), coretti strampalati e del tutto obliqui in salsa provinciale (“I Lost The Money”, lungo l’asse Pavement-Grandaddy), strani codazzi intrisi di umore krauto inacidito, e chi più ne ha più metta. Nessuna canzone costituisce di per sé un capolavoro eclatante (l’artigiano non è il genio, infatti lavoro nella replicabilità, per produzioni seriali), eppure osservando i particolari del disegno, le minute articolazioni della costruzione, l’equilibrio architettonico  e la grazia delle forme e degli intrecci vocali, non si può rimanere meno che ammirati.

Nel complesso si può dunque parlare di un disco che non lascerà impronte troppo evidenti ma che, a conti fatti, merita più di un ascolto episodico o distratto, a maggior ragione se si ha scarsa confidenza con la produzione passata del gruppo. Voto diminuito allora di una tacca per stimolare i più volenterosi a recuperare qualche piccolo frammento del materiale “più vecchio” di cui questo “El rey” rappresenta  solo un assaggio parziale (per quanto decisamente prelibato). Da riscoprire e rivalutare.

(27/06/2008)

  • Tracklist
1. Santa Ana Winds
2. Spider-Man On Hollywood
3. I Lost The Monkey
4. Soup
5. Palisades
6. The Trouble With Men
7. Model, Actress, Whatever
8. Don't Take Me Home Until I'm Drunk
9. The Thing I Like Best About Him Is His Girlfriend [Santa Monica And La Brea Version]
10. Boo Boo
11. Swingers
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