Arbouretum

Song Of The Pearl

2009 (Thrill Jockey) | folk, stoner, psych-rock

Ai primi cenni del disgelo primaverile le piante prendono coraggio e incominciano a fiorire. Sarà perché non esistono più le mezze stagioni, ma perfino il mercato indie sembra sintonizzarsi sullo stesso calendario: esce per i tipi della benemerita Thrill Jockey l’atteso ritorno degli Arbouretum, la band di Baltimora che, due anni or sono, con “Rites Of Uncovering”, aveva suscitato non pochi entusiasmi.

Dal punto di vista stilistico e compositivo, “Song Of The Pearl” rivela ben poche novità rispetto al suo valente predecessore: potente miscela cantautorale di folk-doom e hard-blues, con le chitarre di Dave Heumann e Ben Stroheimer - che si rincorrono in cavalcate elettriche, s’intarsiano in arpeggi di scuola sassone, si rinserrano in mura di fuzz - in evidenza, il basso sottocutaneo di Corey Allender, la batteria massiccia e virtuosa di Daniel Franz, e il cantato efebico e disperato, vagamente alla Jack Bruce, del primo.
Tuttavia, scavando un pelo più a fondo fra le pieghe delle canzoni, emergono le prime differenze. Nulla di che, beninteso, nel bene e nel male: rispetto ai riti blues precolombiani e alla magia apotropaica di “Rites”, “Song” sembra poggiare un poco più solidamente i piedi sulla terra desolata del presente, una realtà fatta di “nulla fuorché solitudine”, piena di ombre, di gente morta che ci osserva annidata nel buio dei nostri ricordi, sfumata di sogni a occhi aperti e di paesaggi evanescenti intravisti dal finestrino in una traversata sonnambulica. Come quella di “Another Hiding Place”, highway song che marcia scura e onirica sulla sua cadenza bluesy fino alla dolèance del ritornello.

E se nella title track gli archi instaurano un inedito response con lo spleen melodico e rassegnato del canto di Heumann, in equilibrio sulla doppia fune del picking delle chitarre, altrove prevale un suono più brullo, elettrico, stratificato, come nel massiccio hard-rock psichedelico di “False Spring”, nel lungo doom melodico e accidentato dai tempi dispari di “Infinite Corridors”, dove le chitarre, per tutta la seconda parte, si rincorrono in un dedalo di assoli citrici infestati di feedback e flanger, nello stoner stringato e sincopato di “The Midnight Cry”. Prima che una riuscita cover slo-fuzz di un vecchio pezzo da collezione dylaniana (“Tomorrow Is A Long Time”) faccia calare il sipario sulla loro terza prova assoluta, la psichedelia acustica e mohicana di “Down By The Fall Line” (arpeggi acustici insistiti, voce ultra-riverberata, progressione ipnotica e liturgica) e la ghost dance impetuosa di “Thin Dominion” (il vero pezzo da novanta, anzi da cento, a giudizio di chi scrive) riportano in auge la vena più arcaica, pagana e fantasmagorica del gruppo.

Anche se un po’ di nostalgia canaglia nei confronti di “Rites”, sotto, sotto, permane, “Song” ribadisce gli Arboretum come una delle realtà più interessanti della scena psichedelica americana post-stoner. Per il resto: se son rose fioriranno.

(07/03/2009)

  • Tracklist
  1. False Spring
  2. Another Hiding Place
  3. Down By The Fall Line
  4. Song Of The Pearl
  5. Thin Dominion
  6. Infinite Corridors
  7. The Midnight Cry
  8. Tomorrow Is A Long Time
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