Megadeth

Endgame

2009 (Roadrunner) | thrash-metal

I Megadeth (...) sono una mediocre thrash-metal-band che non si capisce come mai critica e pubblico si ostinino a considerare tra i classici del genere.

Così il gruppo di Dave Mustaine secondo la celebre definizione del collega Franci in apertura della nostra monografia a essi dedicata. Senza entrare nel merito della prima parte di questa frase - discorso complesso da affrontare in sede d'ordinaria recensione e comunque avulso dalla valutazione di questo disco - è sulla seconda che mi piacerebbe spendere qualche considerazione. Classico esempio di persistenza nel tempo e di radicatezza nell'immaginario collettivo, i Megadeth, vitaminizzando in chiave cinetica l'eredità musicale dei Metallica (che lo stesso Mustaine aveva contribuito a forgiare prima di esserne estromesso) e in chiave iconografica quella degli Iron Maiden (le ricorrenti copertine fumettistiche, gli scenari grandguinoleschi, l'adozione di una mascotte, uno scheletro chiamato Vic Rattlehead, che è in pratica l'equivalente di Eddie), sono diventati, nel volgere di un quarto di secolo dalla loro fondazione, una multinazionale metal di proporzioni poco inferiori a quelle dei due gruppi ispiratori.

I venti milioni di dischi venduti in tutto il mondo e i sei dischi di platino consecutivi ottenuti negli Stati Uniti parlano chiaro. Dei cosiddetti "Big Four Of Trash" - Metallica, Slayer, Anthrax e Megadeth - solo gli ex-cugini e nemici possono vantare numeri più impressionanti. A limpida testimonianza che il loro ingente pubblico, fedele ed esteso ai quattro angoli del pianeta, non li ha mai abbandonati, né dopo la svolta rock e commerciale di "Youthanasia" (1994) che portò a dischi flaccidi e mediocri come "Cryptic Writings" (1997) e "Risk" (1999), né dopo lo scioglimento del 2002 per i problemi di salute di un Mustaine sull'orlo della crisi di nervi, né quando sembravano ormai destinati a diventare una backing band per le ambizioni soliste del leader redivivo ("The System Has Failed", 2004). E questo, pur non essendo esattamente un sigillo di qualità, qualcosa vorrà pur dire.

"Endgame", uscito in questi giorni, è il secondo capitolo di quella che potremmo definire una piccola rinascita della grande M. La loro terza giovinezza. Un ritorno al futuro. Assestata la formazione su un quartetto classico e abbastanza stabile che ricorda, in tono minore, quello di fine Ottanta e inizio Novanta (con una solista imperversante, di Chris Broderick, ex-Nevermore, e un batterista tecnico e trascinante, Shawn Drover, sulla falsariga dei venerati Friedman e Menza), Mustaine ha imposto al gruppo l'ennesima sterzata che coincide, guarda caso, con una rivalorizzazione delle sonorità più riconoscibili e abrasive del loro repertorio. Periodo, indicativamente, "Rust In Peace" - "Countdown To Extintion". E se non ritrova lo smalto dei bei (?) tempi andati, col rischio di deja entendu che è sempre dietro l'angolo, sforna quantomeno un disco dignitoso, senza particolari pregi ma anche senza disdicevoli cadute di stile, che, crediamo, accontenterà i fan di vecchia data e i nostalgici delle loro più celebrate ascendenze thrash/speed.

L'intro strumentale "Dialechtic Chaos" non lascia dubbi sugl'intenti: velocità, forza d'urto, riff senza fronzoli e briglie sciolte alle due chitarre (fulcro inesausto del Megadeth-sound) che s'inseguono in assoli a perdifiato. "This Day We Fight" è un loro tipico thrash-core lancinante, granitico, contrastato, totalmente privo di melodia. La voce di Mustaine, un tempo crudescente e sgraziata ai limiti del punk adolescenziale, è rauca, blaterante e decisamente meno affilata rispetto ai dischi che contano. Né d'altronde si può dire che il cantato sia mai stato propriamente il loro punto di forza. "44 Minutes" è più epica e melodica, con un giro abbastanza ficcante e memorabile e addirittura un ritornello degno di questo nome. "1,320", coi suoi cambi fragorosi, è una corsa da videogame fast and furious che rimanda a "Countdown To Extintion". "Bite The Hand" rumina qualche timido accenno nu-metal. "Bodies" è forse l'episodio più felice e retrò con quella sua struttura aperta e variata a memoria di "Rust In Peace". Poi nella seconda parte il ritmo cala sensibilmente: "The Hardest Part Of Letting Go Sealed" è una power ballad bolsa, sgolata, improponibile, buttata lì, si presume, per dovere discografico; "Endgame", dai toni reducistici e anti-Bush, è meno cattiva di quel che vorrebbe far credere; un po' meglio "Head Crusher", scheggia ai limiti del metal-core, e la prototipica cavalcata metallica (con qualche evanescente inserto melodico) di "How The Story Ends".

C'è di peggio, comunque. Parafrasando il titolo del loro secondo album: i Megadeth vendono... qualcuno è disposto a comprarlo?

(11/09/2009)

  • Tracklist
  1. Dialechtic Chaos
  2. This Day We Fight
  3. 44 Minutes
  4. 1, 320
  5. Bite The Hand
  6. Bodies
  7. Endgame
  8. The Hardest Part Of Letting Go...Sealed With A Kiss
  9. Headcrusher
  10. How The Story Ends
  11. The Right To Go Insane
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