“Blackbird’s Echo” è probabilmente una tappa cruciale nel lento pellegrinaggio di
Niobe dalla
glitch music all’attualizzazione di una canzone d’autore dal sapore archeologico e ricercato. Conservando l’impronta minimale e l’astrattismo di fondo frutto degli anni di pratica al
laptop e lasciando che sul terreno dissodato dell’elettronica attecchiscano orchestrazioni sobrie, suggestioni
pre-war, numeri da
cafè chantant o da notturni hollywoodiani, folklori mitteleuropei e balugini di esotismo tropicale (quasi un piccolo omaggio alla discendenza: per metà tedesca, per metà venezuelana). Una scrittura semplice e frugale, che non si esaurisce nel citazionismo fine a se stesso o nel gusto per gli accostamenti paradossali ma trova una perfetta consonanza sul piano delle melodie e degli arrangiamenti. Un quadro metafisico in cui passato e presente s’intersecano e si sovrappongono creando un universo musicale post-moderno, futuribile, immaginifico in una cornice nostalgica e retrò. Come aggiungere la giusta tonalità di colore a una splendida foto in bianco e nero senza gualcirne l’espressività formale, né tradirne la partecipazione emotiva.
Uno stile che aveva già contraddistinto l’ottimo “
White Hats”, di quasi tre anni fa, elevando Yvonne Cornelius, in arte Niobe, una o due spanne sopra la torma di esili e irregolari
act che da inizio millennio imboccano, per vie traverse, il sentiero del sincretismo elettro-acustico. Qui il raccordo compositivo di tutti questi elementi risulta ancora più essenziale, diretto, centellinato in motivi che hanno il pregio non comune di suonare, anche dopo molti ascolti, variati, spiazzanti ed estremamente godibili.
A cominciare da “Silicone Soul”, ballata
soulful da camera affidata all’accompagnamento della chitarra acustica e del violoncello e puntinata di echi “binari” in sottofondo, doppiata dall’arietta spensierata, arpeggiata, fischiettante che sgorga in “You Have A Gift”, e poi ancora fulminee e preziosissime miniature d’antiquariato: come le ovattate emissioni da radio a valvole della
title track, un motivetto che risuona nel salone vuoto di una casa di campagna abbandonata in qualche dove fra le due guerre, e il free-jazz a 78 giri di "Shark".
Un’opera disinibita, variopinta e ispirata, come traspare anche dal fulgore dei pezzi più “sostanziosi”: le tentazioni operistiche su fondali concreti, intemperanze elettrostatiche, voci sovrapposte, nastri smangiati in
reverse, il tutto scandito dal “cuore rivelatore” di una cassa lontana, della splendida “Time Is Kindling”; gl’inattesi languori dance di “Cadillac Night”: ritmiche
dubstep, bassi funk, effusioni vocali nu-soul cesellate su un impasto glitch a presa rapida; il
lounge-soul latineggiante di “Fever” con uno spumeggiante assolo di synth;
pasodoble jazz-pop con divagazioni “a cappella” come “My Conversion”;
dream-folk alla canapa indiana come “Gnomes And Pixiez”, impreziosita dal flauto traverso; per finire con il carosello da Copacabana di “Ava Gardner At The Swimming Pool” e culminare nel
wormhole di “Blue Wolf”, sorta di sciamanico squarcio dimensionale che contamina post-rock,
glitch, droni, vibrati classici, voci e dissonanze perse nel blu dell’indefinibile sonico.
È sempre un piacere abbeverare le nostre orecchie alla fonte di Niobe.