Davvero affascinante la sintesi di
afro-ambient noise (!),
cosmic-jazz e minimalismo dronico proposta da Aboombong, curioso
moniker dietro cui si nasconde un non meglio identificato batterista e artista digitale che, a quanto sembra, gestisce il blog
Pen & Mallet.
Dopo un esordio omonimo sbilanciato verso una psichedelica “out” che per certi versi corteggiava
Hexlove, “Asynchronic” segna una prima definizione dell’estetica sonora del Nostro. Il brano manifesto è “Never Been to Konono”, fantasia percussiva di chiara ascendenza “
congotronica” che, veleggiando dentro sere tropicali, si perde tra fitte saturazioni
droney. Condotti sotto cieli minacciosi, questi rituali incrociano davvero la consistenza della terra e l’evanescenza delle praterie celesti (il crescendo “infinito” di “Ritualistique”), con il richiamo di una tromba biblica (
courtesy of Dave Chapman) che riecheggia lontanissimo, mentre la batteria rimesta caotici simboli percussivi (quasi un
Sunny Murray indiavolato) e le fluttuazioni ambientali troneggiano desolate e ubriache (“Jericho”).
Il volto ambiguo di
Zac Nelson torna a manifestare timori raccapriccianti in “Daymare”: scie oscure e febbrili (come degli insetti impazziti dentro la canicola tropicale) per prospettive mutanti, forme sfuggenti che, attraverso il caos, riescono a stratificare l’essenza della libertà, ovvero dei
Neu! ancestrali a volo radente sulla savana, gli occhi rivoti all’oceanica afasia del cielo. L’amalgama “impossibile” di spettri in libertà, per una danza della morte o della vita: dipende dal momento…
L’elemento ritmico si dissolve del tutto, invece, in “Forsaken” (eterea e inquietante oscillazione di respiri e voci oltremondani che scompaiono e riappaiono, come in un incubo appiccicoso, una plumbea caligine soprannaturale) e in “Drag Along Behind” (nebbie paradisiache trafitte da liquidi rintocchi chitarristici).
Aboombong è in cammino verso una terra di nessuno, dove cielo e terra sono in perenne comunione, con gli dei in silenziosa, ma appassionata contemplazione.
Non fate l’errore di perdervi questo primo, grande dispaccio.