Josh Ritter

So Runs The World Away

2010 (Pytheas) | songwriter

Un songwriter è tale perché il suo lavoro è, o almeno dovrebbe essere, quello di scrivere canzoni nel senso classico del termine, ovvero i cui elementi più importanti siano le linee melodiche, sia della voce che dell'accompagnamento strumentale. Migliaia di artisti hanno scritto un numero sterminato di canzoni in questo senso, quindi forse è normale che ci possa essere qualcuno che provi a cambiare le carte in tavola spostando l'attenzione su elementi quali il suono e il ritmo, che tradizionalmente, quando appunto si staziona nell'ambito del songwriting, sono ritenuti aspetti di importanza secondaria rispetto allo scheletro della canzone come sopra inteso. Sta ad ogni ascoltatore stabilire quanto sia valida una scelta artistica di questo tipo, in conseguenza della quale le differenze tra un brano e l'altro non stanno tanto nello stile melodico, ma soprattutto nel modo in cui esso viene ogni volta concretizzato, e soprattutto se questa sia davvero una scelta o una necessità dovuta a una scarsa ispirazione proprio per quanto riguarda la composizione delle melodie.

Josh Ritter è ormai un autore navigato, sia per l'età (34 anni) che per il numero di album di inediti pubblicati, ben sei, ai quali va aggiunta una serie di Ep e un album dal vivo. Ascoltando questo disco, corredato da un packaging molto elegante, si capisce subito di trovarsi di fronte a un autore che sa bene come valorizzare le proprie idee compositive tramite un lavoro molto attento sugli elementi di cui sopra, ovvero il suono e il ritmo. Da questo punto di vista, infatti, ogni brano presenta un'identità ben definita e distinguibile da quella degli altri: si passa dal fingerpicking tanto delicato quanto guizzante di "Change Of Time" e "Lark" a quello invece etereo di "See How Man Was Made" e "Another New World", dai soffici e solari giri di pianoforte di "The Curse" ai soffusi crescendo elettrici di "Southern Pacifica" e "Folk Bloodbath", dalla marziale teatralità di "Rattling Locks" alla vivacità pop/rock di "Lantern", dall'adrenalina squisitamente rock di "The Remnant" al gentile epos di "Orbital", fino alla quiete semiacustica di "Long Shadows". Ad aumentare ulteriormente il tasso di varietà intervengono altri aspetti che sparigliano ulteriormente i brani tra loro e soprattutto i binomi sopra evidenziati: la sezione ritmica assume sempre il ruolo più consono, che può essere di primo piano oppure marginale, a seconda della situazione, e anche la sua strutturazione è soggetta a mutazioni, nel senso che ai tradizionali basso e batteria possono unirsi o sostituirsi percussioni di diverso tipo. L'intervento di tastiere, o, in misura minore, di fiati, conferisce ulteriori sfumature alla ricca tavolozza degli arrangiamenti e, di conseguenza, delle atmosfere proposte e delle tipologie di emotività proprie di ogni episodio; il timbro vocale di Ritter possiede una buona capacità di modulare la propria tonalità in modo funzionale alla resa della canzone nel suo complesso. Infine va rimarcato come i singoli episodi non risultino mai slegati tra loro, ma la coerenza stilistica d'insieme è indubbia e riconoscibile.

Cosa manca, quindi, a questo piatto così ricco per entusiasmare come potrebbe? Proprio ciò che si diceva sopra, ovvero le canzoni nel senso classico del termine. Più si va avanti con gli ascolti, più si fa strada la sensazione che, senza tutto questo lavoro, comunque pregevole, sembrerebbe di avere tra le mani tredici brani tutti uguali o quasi. Del resto questo è quanto si percepisce ascoltando Josh Ritter dal vivo, quando suona da solo con la propria chitarra, o almeno è quanto ha percepito il sottoscritto, che ha assistito a due performance milanesi del cantautore in momenti diversi della sua carriera, nel 2003 prima di Damien Rice e nel 2010 accanto agli Swell Season.
Non sarebbe comunque giusto bocciare pienamente un lavoro così ben costruito, però da un autore attivo da così tanto tempo e che ha una notorietà a livello internazionale, ci si aspetta in ogni caso un songwriting di livello senz'altro superiore. A meno che non si voglia, appunto, considerare il lavoro sui suoni, sui ritmi e sulle atmosfere una nuova forma di scrittura delle canzoni e non semplicemente un'operazione di sound engineering.

(01/08/2010)

  • Tracklist
  1. Curtains
  2. Change Of Time
  3. The Curse
  4. Southern Pacifica
  5. Rattling Locks
  6. Folk Bloodbath
  7. Lark
  8. Lantern
  9. The Remnant
  10. See How Man Was Made
  11. Another New World
  12. Orbital
  13. Long Shadows
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