Josh Ritter

The Animal Years

2006 (V2) | folk-rock

Josh Ritter è un giovane cantautore dell'Idaho, finito sulla strada del folk sin da bambino, grazie all'ascolto del classico "Girl From the North Country". Ritter ha una buona gavetta alle spalle ed è uno dei nomi maggiormente quotati in vista di una futura esplosione: sinora ha licenziato tre dischi (l'esordio omonimo del 1999, "Golden Age of the Radio" del 2001, contenente "Me & Jiggs", il suo highlight, usato per la sigla di chiusura della serie TV "Six Feet Under" e "Hello Starling" del 2003) e ha aperto recentemente i concerti di Frames e Damien Rice.

Come fanno sospettare i suoi gusti, Ritter si pone nel solco della tradizione americana, a metà fra Dylan (presente specie nella scrittura) e Springsteen (nel suono), senza mai sbilanciarsi troppo né da un lato né dall'altro, suonando classico, forse poco personale, ma mai copia. Il suo quarto album, "The Animal Years", è semplicemente la quarta raccolta di canzoni, divise fra ballate e pezzi più veloci (lieve prevalenza delle prime), melodiche quanto basta, osando giusto quel pizzico che serve a non stancare, puntando sulla grazia e su una buona vena compositiva.

La parte iniziale è quella che presenta gli spunti più originali e per questo inganna un minimo. "Girl in the War" è poggiata su tintinnii di chitarra a girare a mo' di carillon: sullo sfondo si presentano lunghissime note d'organo a colorire l'aria, mentre in primo piano fanno la loro comparsa prima il pianoforte e poi i campanelli a infarcire il suono di quello che poteva essere un numero molto più semplice. Il risultato dà ragione alla scelta. L'organo prende più evidenza e viene meno diluito in "Monster Ballads", che, accompagnata da spazzolate di batteria, si muove docile a passo di danza. Un bel solo di piano a tre quarti del pezzo conferisce valore.

Il lento migliore è però "In the Dark", morbidissima parentesi younghiana con inciso dolce sottolineato da flauto e violini pastorali.Nella parte più sostenuta a svettare è "Thin Blue Flame", l'unico brano in cui Ritter prova ad andare un po' fuori dagli schemi, cercando di imbastire una trama più animata. La partenza è lenta, fra pizzicate di chitarra e note di piano, poi il pezzo prende pian piano velocità e la voce comincia ad accartocciarsi e arrochirsi, il pianoforte e la batteria si sostengono e montano a vicenda per lanciarsi in corsa. Rallentamenti e ripartenze si susseguono finché la canzone non si spegne.
"Lillian, Egypt" è sicuramente pezzo più banale, ma comunque divertente e divertito, scavezzacollo, svelto e for fun, fra acuti di chitarre elettriche e intrusioni di piano.

Sotto la media si piazzano giusto un paio di episodi, come il telefonato country-rock di "Good Man" e il sin troppo classico chitarra-e-voce di "One More Mouth", jazzato giusto un filo. E' un peccato veniale, dato che Ritter riesce a rimediarvi piazzando nel disco la classica bella canzone da heavy-rotation : "Wolves", accorata remembranza al passo movimentato di tamburi battenti, vestita da rintocchi di piano e organo e ricoperta da un velo di sincera e dolce passione.

Concludo qui. Il ragazzo è bravo e ci sa fare: quello che ho tracciato è il ritratto di un buon disco, canzoni piacevoli e, in media, lievemente sopra la norma. Nell'attesa di qualche sussulto maggiore, bene così.

(12/04/2006)

  • Tracklist
  1. Girl in the War
  2. Wolves
  3. Monster Ballads
  4. Lillian, Egypt
  5. Idaho
  6. In the Dark
  7. One More Mouth
  8. Good Man
  9. Best for the Best
  10. Thin Blue Flame
  11. Here at the Right Time
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