E il sole che si leva
È sole tramontato
Per levarsi di nuovo
Dal suo luogo
(Qohélet, trad. di Guido Ceronetti)
Che cosa resterà del giorno di ieri che è finito? John Darnielle si dichiara allergico alla nostalgia, eppure il passato è uno dei temi centrali del canzoniere dei Mountain Goats. Quello che non sopporta è il rifugio consolatorio del ricordo, il si stava meglio quando si stava peggio. Ma, alla soglia dei sessant’anni, si è scoperto un po’ più indulgente verso la memoria.
L’idea di “Days” è nata quasi per gioco, intorno a un titolo scartato: “Grunges”, il seguito ideale di “Goths” (l’album del 2017 dedicato agli adepti della scena dark), con al centro ovviamente gli anni Novanta. Un amarcord all’insegna del rimpianto per l’era delle camicie di flanella a scacchi? Neanche per sogno. All’epoca, a Darnielle del grunge non importava praticamente nulla. Piuttosto, un espediente per interrogarsi sul senso dello scorrere del tempo, sul desiderio di essere ricordati, sull’epifania dell’istante presente.
In “Days”, insomma, l’elegia degli anni Novanta non è che il pretesto, a partire dalla dedica di “Song For Layne Staley” all’indimenticabile voce degli Alice In Chains (con tanto di citazione esplicita del fill di batteria più iconico del grunge, quello di “Smell Like Teen Spirit”). Il suo posto è in quella galleria di personaggi tragici che Darnielle canta praticamente da sempre, quelli destinati a soccombere al loro stesso fato (dalla Judy Garland di “All Eternals Deck” alla Amy Winehouse di “Transcendental Youth”). Il suo segreto è nell’antitesi tra il sogno (“This is what you wanted/ When you were a kid”) e il disinganno (“I don’t want this/ I don’t need this”), che vibra sull’erompere delle chitarre.
Ad alleggerire subito i toni ci pensa però “Charlie Sheen Reaches Out To The Feds” (passo incalzante, sax vivace e cori contagiosi), che gioca con l’aneddoto di un Charlie Sheen – probabilmente all’epoca non proprio lucidissimo – talmente sconvolto dalla visione dell’horror giapponese “Guinea Pig 2” da chiamare l’FBI convinto di trovarsi di fronte a uno snuff movie reale…
Le canzoni di “Days” sono fatte così, sono una trama di ipertesti che va dalla parabola metal dei Venom (“Hidden Majesty Of Later Venom Albums”) fino alla lapide del criminale Eddie Nash in California (“Crying On Eddie Nash’s Grave”). A dominare sono le tonalità maggiori, le armonie vocali, le chitarre dal suono nitido e brillante (John Congleton è sempre una garanzia, e la sua produzione è una delle più riuscite nella discografia recente dei Mountain Goats). Un disco estroverso e conciso, alla maniera di “Bleed Out” e “Beat The Champ”. “Ma non lasciatevi ingannare”, avverte sornione Darnielle, “alcune di queste canzoni sono davvero tristi”.
“Il punto è che tutti i nostri sforzi titanici, alla fine, vengono dimenticati”. Sognare un posto da headliner andando in tour come gruppo di supporto dei Candlebox, urlare un’improbabile dichiarazione d’amore per la cocaina sul palco di Woodstock ’99: tutto quanto è vanità. Nessuno si ricorda che i Renaissance hanno suonato alla Carnegie Hall, avverte Darnielle sulle tinte alla Steely Dan di “Annie Haslam Imperial Phase”. “Ma c’è una dolcezza nel fatto che tutto svanisca”, aggiunge, “proprio come succederà a ognuno di noi”.
Il dolce e l’amaro, ecco il sapore di “Days”. Un memento mori illuminato dall’andatura briosa di “Shallow Grave”, dove i corpi non restano sepolti a lungo (chi se non Darnielle potrebbe citare in una canzone il finale di “Carrie”?) e dove il trapasso non coincide con l’annullamento, ma con la forma finale del nostro esistere. Così, accompagnato dal suono cristallino dell’hammered dulcimer, Darnielle trasfigura la Fennario della classica “Peggie-O” in una mèta ultramondana, avvolgendo nel profumo dei Grateful Dead la fiaba folk di “Going To Fennario”: “le canzoni tradizionali sono lucide e prive di sentimentalismo quando parlano di morte e cambiamento, sono canzoni che presentano la vita così com’è”.
Sul ritmo plastico della title track, l’interrogativo diventa una sorta di inno all’impermanenza: “Do you know how short the days are? No, you don’t”. Essere completamente presenti ora, in questo momento: ecco il punto. Perché il per sempre, come diceva Emily Dickinson, è fatto di tanti adesso. E sono proprio quegli adesso che i Mountain Goats di “Days” vogliono celebrare, fino all’epilogo festoso di “Last Day”: sarà dolce, l’ultimo giorno, sarà lieve anche nel pianto. L’organo sa di gospel, la sapienza è fatta di cose semplici: “Well, you know what the prophets say/ Keep a good thought in your mind/ Don’t leave anybody behind”.
12/08/2026