Lolina è la reincarnazione di Inga Copeland, moniker con cui Alina Astrova a inizio anni Dieci impastava un pop etereo di matrice ipnagogica. Chiusa la collaborazione con Dean Blunt e il progetto Hype Williams, l’artista russa, oggi di stanza a Londra, ha virato verso un terreno emotivo fatto di dissonanze e minimalismo concettuale: un’economia dei mezzi che valorizza pochi strumenti gonfiandoli e dissacrandoli, tra atonalità e ritmi storti. Il rimando più immediato è quello dei Drexciya, per lo stesso caos sintetico e per gli strumenti che cadono come pioggia acida: synth che scivolano dalla sci-fi ai regni acquatici, drum machine scarne e una Roland TB-303, la stessa che i Phuture resero acida, qui portata al limite dello stridore.
Su tutto, domina un uso smodato di delay, riverberi e un abbecedario di effettistica che semina angoscia e inquietudine. I sintetizzatori lavorano su microtonalità e accordature imperfette, e il senso di straniamento cresce tra feedback e ritmi che suonano tutto fuorché a tempo; ogni strumento sembra andare per conto suo, salvo ritrovarsi nello stesso trambusto. Non tutto il disco segue però questo filone. La voce di Astrova accompagna diverse tracce, spesso manipolata tra i vocoder, con un tono stanco, canzonatorio e a tratti lascivo: il canto è trattato con apatia, alla stregua di uno strumento sintetico in grado di alimentare un flusso derealizzato, freddo al tatto e volutamente indifferente.
Con un approccio rumoristico eppure ludico, e lontano dalla letargia notturna del progetto Inga Copeland, “Monopoly Of Mistakes” trova carattere nell’eccesso di tempi ritardati, storture del beat e accordature non convenzionali, quasi a volersi fare manifesto dell’errore. Lolina si muove come una dilettante allo sbaraglio, primo synth, prima registrazione, prima voce, ed è questo il suo riscontro più affascinante: una prossimità al lo-fi che, parafrasando quel poco che si sa di lei, pare adottata per ribellione alla sua formazione da critica d’arte. Tolta quella vicinanza alla bassa risoluzione, però, il rischio è una certa autoreferenzialità, che non manca di espedienti brillanti ma al contempo trattiene l’opera dal salto verso un rumore pienamente catartico.
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10/08/2026