Entrando in “Hotel Usona” è come se lentamente sentissi una porta chiudersi alle tue spalle. Joe Casey ti dà il benvenuto nell’albergo come se fosse già tutto familiare, ma basta ascoltare meglio per capire che questo posto è marcio dall’interno. Non è un semplice concept album: è un edificio mentale, una nazione trasformata in corridoi, stanze, ospiti e fantasmi.
Al settimo album, i Protomartyr (band originaria di Motor City) prendono l’America e la immaginano come un vecchio hotel sull’orlo del collasso. Ogni camera contiene una delle sue malattie: la paralisi della vita moderna, l’intelligenza artificiale, la deportazione, il patriottismo deformato, la violenza, il potere e la paura di aver portato un figlio dentro tutto questo (proprio durante la lavorazione dell’album, Joe Casey e Alex Leonard sono diventati genitori).
Ma la vera sorpresa è che la band non si limita a rendere più cupo il proprio post-punk: lo spalanca a tante influenze diverse tanto da non essere più il genere di riferimento. Per questo album, i Protomartyr hanno infatti lavorato con Dave Fridmann (Mercury Rev) ai Tarbox Studios. La fiducia costruita anche sui dischi che ha prodotto in passato (dai Flaming Lips ai MGMT, dagli Interpol ai Mogwai e tanti altri) ha permesso al gruppo di spingersi verso suoni addirittura più orchestrali. In questo ultimo lavoro c’è molta meno chitarra rispetto ai precedenti e una dinamicità incredibilmente interessante. Fridmann aveva già fatto qualcosa di simile con “The Soft Bulletin” dei Flaming Lips, un disco pesante senza fare affidamento sullo strumento. Il risultato è un album in cui la batteria di Alex è spesso in primo piano mentre il basso di Scott Davidson tiene tutto ancorato. E poi ci sono i fiati: corni, sax, arrangiamenti che introducono qualcosa di mediorientale, esotico, quasi cinematografico.
“The Old Hotel” apre le porte con una calma malata e profondamente mesta, prima che “Sounds We Cannot Hear” arrivi a stringerti la gola. “Converts” poi trasforma la tensione in una specie di danza spezzata, mentre “The Knife Dream” sprofonda in un incubo di sussurri, pianoforte e crescendo irrisolti. “Feed The Sewer” è invece la detonazione: rumorosa, furiosa, quasi tossica, con l’AI trasformata in una macchina che mastica merda e restituisce altrettanta merda al mondo.
“Third Country” sembra provenire da un vecchio film dimenticato, mentre “Lavender – Gospel” apre una crepa inattesa: malinconica, enorme, quasi sacra. Infine, “Checking Out” arriva giusto in tempo per lasciare l’hotel con una batteria marziale e una confessione che pesa più di tutto il resto.
“Hotel Usona” è estremamente denso, ansioso e spesso estenuante. Ma è proprio questa resistenza all’ascolto distratto a renderlo necessario tra le ultime uscite autunnali. I Protomartyr non offrono una via d’uscita o una permanenza accogliente, tuttavia ti consegnano le chiavi di una stanza e ti voltano le spalle per sparire in un labirinto di corridoi. Alla fine siamo sopravvissuti a “Hotel California” cinquant’anni fa (dove potevamo fare il check-out ma non potevamo ovviamente andare via), forse questa volta è quella giusta per pensare a come poter evadere.
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30/09/2026