Gli americani Lesbian sono responsabili di una delle sintesi
metal più intriganti degli ultimi anni. Armati di uno spettro stilistico molto ampio, questo quartetto di Seattle maneggia la materia con grande personalità e competenza, imbastendo trame articolate in cui il
doom, l’
heavy-metal classico, il
thrash, lo
sludge e finanche qualche accento
death vengono fusi secondo una robusta inclinazione
progressiva.
“Stratospheria Cubensis” è il loro secondo disco e veniva rilasciato nell’Ottobre del 2010 dalla Important Records. Nei suoi oltre settanta minuti di musica, l'opera mostra la grande perizia strumentale della band e, soprattutto, evidenzia uno scarto netto e decisivo rispetto a “Power Hör”, esordio ancora acerbo e poco ispirato. Il primo indizio di questo nuovo corso è, nell’immediato, “Poisonous Witchball”, che alterna possenti cadenze
sabbathiane ad accelerazioni rovinose, passando per acidi
detour strumentali, oasi melodiche e scariche luciferine. Granitica e lirica, “Poverty And War Forever” alterna, con dosata schizofrenia, masse imponenti, conflagrazioni caotiche e passaggi cadenzati, spesso lasciando l’impressione di ascoltare una jam tra una versione più plumbea dei Morbid Angel e una variante heavy-metal dei
King Crimson.
Al centro dell’opera, “Raging Arcania” ipnotizza e dilata con arpeggi ariosi e labirintiche progressioni, conducendoci in un avventuroso saliscendi emotivo che testimonia una capacità di coinvolgimento al di sopra della media. Sia la torrida eruzione della
title track, intervallata da inserti riflessivi e solcata da sciami tastieristici, che la lunghissima (22:31) “Black Stygian” (vero capolavoro del disco) accentuano a dismisura questa idea di onnicomprensivo
prog-metal, imbastardendo il tutto con vertiginosi cambi di tempo e di registro, passando, quindi, con una facilità pazzesca da ottundenti cadenze funeral-doom ad anthemici rettilinei thrash, da gorghi paludosi a trionfali schermaglie chitrarristiche, in un continuum torrenziale che, per certi versi (si ascolti, per dire, tutta la seconda parte di “Black Stygian” e, nello specifico, il riff che chiama alla battaglia finale poco prima del diciannovesimo minuto), fa pensare alle pagine più incompromissorie e trionfanti dei messicani The Chasm, così come, nel suo acceso dinamismo epico, rimanda alle epopee di
Iron Maiden e
Judas Priest. Alla fine, si va di repeat compulsivo…