Azita

Disturbing The Air

2011 (Drag City) | songwriter

In un anno come il 2011, che ha assistito a un dispiegamento di forze mai così esteso da parte del cantautorato femminile, da sempre più o meno succube dello strapotere della sua controparte maschile, durerà moltissima fatica a farsi notare il quarto lavoro solista della chicagoana di origini iraniane Azita Youssefi. Sotto l'ala protettiva della mai troppo lodata Drag City, l'artista continua a tracciare le linee di un itinerario pirotecnico e trasformista come pochi altri, pervenendo a quello che può senza alcun obiezione esser definito il suo massimo risultato in termini di coerenza ed efficacia narrativa, il suo corpus di canzoni più organico mai pubblicato sinora.

"Disturbando l'aria", recita lo splendido titolo sopra un fosco paesaggio selvatico, e raramente titolo era riuscito, in maniera così incisiva, a presentare lo stile e i contenuti di un'opera intera, tanto ostica quanto affascinante. Sin da "Enantiodromia", l'approccio creativo di Azita non è mai stato dei più ortodossi, tuttavia in nessun caso le lande attraversate si erano rivelate così impervie, una sfida che coinvolge non soltanto l'ascoltatore, ma soprattutto lei stessa.
Spariscono le luminose aperture pop del precedente, bellissimo "How Will You?", sparisce anche la vivacità melodica profusa nel suonare il pianoforte, dal binomio con il quale erano scaturiti momenti di raro fascino ed eleganza. Volta sempre di più a coniare una formula che tragga da un piccolo nucleo di elementi la massima varietà possibile, la ex-bassista delle Scissor Girls si lascia sedurre dal richiamo della sua vena più minimalista, e giunge a un disco tormentato, un'opera di dolente scarnificazione compositiva.

Totalmente sola nella sua nuova avventura, affiancata soltanto dalle fragili note del suo strumento e da qualche asciutta comparsata di effetti sonori, la cantautrice aggiunge un nuovo tassello alla sua poliedrica personalità artistica, raccontando le confessioni segretissime di un'anima angosciata che, chiusa nel suo silenzio, solo attraverso le pagine del diario della sua mente riesce a porre un ordine nell'afflizione che la opprime. E' un dolore che fa di tutto per celarsi agli occhi altrui, talmente radicato nell'intimo che quasi si fatica a notarne le tracce, talmente impercettibili che, appunto, non arrivano nemmeno a disturbare l'aria.
Solo con notevole concentrazione si riesce a intuire quanto sia interiorizzato lo struggimento vissuto dalla narratrice. La fiera impassibilità del suo racconto lascia lo spazio a barlumi di sentita commozione nell'eterno trascorrere delle stagioni (tema a cui è dedicata quasi interamente la prima parte del disco, con l'eccellente "September" a descrivere il profilo di un inverno arrivato troppo presto), ma anche a rari, fulminanti, barlumi di stregata vigoria come in "I Was Indebted", brano che si regge sul soprano luciferino della Youssefi, con cui arricchisce un repertorio vocale tra i più plastici degli ultimi anni. Sono però soltanto sporadici frangenti di una psiche tenuta sempre sotto controllo, di un'umanità talmente raccolta che in ben più di un'occasione vive soltanto della sua memoria, del suo racconto, al punto da smaterializzarsi e diventare lo spettro di se stessa.

Le tonalità immateriali del disco si manifestano anche nel nuovo modo di porsi davanti al pianoforte: non più allegro compagno di scorribande in smaglianti episodi jazzy, né tanto meno valido mezzo per lanciarsi in morbide jam psichedeliche, lo strumento intona pochissime note col passo di una funerea ninna-nanna, fungendo solo da lento accompagnamento a testi e melodie che sono vere e proprie testimonianze di un'anima scissa tra essere e non essere.
A partire dalla breve, quanto illuminante "Ghost (When I Are You)", momento in cui finalmente si palesa l'elemento spettrale ("Matching inside to the outside/ The lack of fullness there/ I recede", ma anche "No trace / No proof... No sound/ No lodge"), è tutto un pullulare di metafore e allusioni a questa doppia natura. Che siano dilanianti domande esistenziali da amante non corrisposta ("Should I Be?"), oppure surreali disquisizioni su trascendente e immanente ("I bought you the best telescope I could afford/ Because you said you wanted to look at the stars/ The mildest evenings came and went/ You only ever look at the ground", canta in "Stars Or Fish"), a prevalere è sempre un sinistro presagio di isolamento e dissoluzione, che vive di quegli inconfessabili tormenti tanto cari a Lisa Germano, di quella remissiva accettazione di un'emarginazione che sconfina nell'anonimato.

Non vi è alcuna speranza di redenzione, nessun possibile riscatto: ci potranno essere alcuni tentativi di risalita, ma l'aria sarà sempre troppo opprimente e, al contempo, troppo indispensabile per osare turbarne l'equilibrio. Il tragico ritornello dei tre movimenti della title track, distribuiti saggiamente ad apertura, interludio e chiusura del lavoro, afferma proprio questo, che la sconfitta e il definitivo annullamento, non importa quando, ma prima o poi arriveranno, calando ogni possibile pensiero nel più totale silenzio. A braccetto col vuoto, la musica, i testi, e la voce di Azita hanno partorito momenti di incredibile, tragica, poesia. E il naufragar m'è arduo in questo mare.

(19/12/2011)

  • Tracklist
  1. Disturbing The Air (Pt. 1)
  2. Then Our Romance
  3. Parrots
  4. September
  5. Stars Or Fish
  6. Say You're The Finest
  7. Disturbing The Air (Pt. 2)
  8. I Was Indebted
  9. Ghost (When I Are You)
  10. Should I Be?
  11. Disturbing The Air (Pt.3)
  12. Keep Hymn
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