Il signor Volker Bertelmann, dopo anni nel mondo modern classical, aveva voglia di un disco techno. Ve lo dico, perché da soli non ve ne accorgereste mai. "Salon des amateurs" è infatti un album splendido, sospeso tra minimalismo e folktronica, ma senza tracce evidenti della freddezza formale a cui si ispira (o si ispirerebbe stando alle dichiarazioni dell'autore).
Al contrario, è caldo e frizzante. Accogliente. Ricorda tante cose belle e giocose, accomunate da un approccio trasparente e sognatore: Four Tet, Yann Tiersen, Nico Muhly, i Múm (che "prestano" il batterista Samuli Kosminen).
I timbri sono quasi tutti acustici, e il grosso lo fanno i suoni "piccoli" di ogni genere: pizzicato d'archi, tintinnii, ticchettii legno-contro-legno, strusci di spazzole sui piatti, ruzzolii di sonagli e carabattole varie. E poi c'è il pianoforte, onnipresente signore del disco che preferisce però non dare nell'occhio, mimetizzarsi nella foresta di suonicchi e tlin-tlan e con discrezione dar struttura alle composizioni.
Cosa c'è allora di techno in "Salon des amateurs"? Qualcosa nei ritmi, dai. O meglio: il fatto che i ritmi ci siano, che l'elemento percussivo sia in primo piano.
Ogni figura melodica che ricorre in loop è infatti lì, prima di tutto, come mattoncino di un'architettura ritmica fantasiosa e stratificata. Botta-e-risposta, innesti strumentali e invenzioni timbriche costruiscono un gioco di incastri che continua a reinventarsi e scompaginare accenti e metri.
Ma non solo, va ammesso. Qua e là sbucano, seminascosti, tappeti elettronici e beat dritti. Più che rimandare all'estasi del dancefloor, però, fan pensare ai mille ritmi e flussi del mondo naturale. Al brulicare di vita di una qualsiasi giornata di sole.
E sapete che vi dico? Fuori c'è il vento, il cielo è azzurro e me ne esco con "Salon des amateurs" nelle orecchie. Buon ascolto anche a voi.
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03/07/2011