Delude le aspettative il ritorno della compagine belga.
Nonostante la volontà di muoversi verso nuovi territori sonori, pur conservando riconoscibilissimi elementi di fondo, "Alliance" non riesce a ripetere l'
exploit del precedente "
Facial", disco in cui i belgi Vincent Stefanutti (fiati, synth, effetti e voce), Sébastien Schmit (percussioni, elettronica e voce) e Grégory Duby (chitarra) giocavano a fare gli equilibristi sulle macerie di un suono-politiglia derivante da una fusione claustrofobica di rumore, jazzcore, industrial e elettronica, il tutto mediato, comunque, da un'attitudine
free-form che qui guadagna decisamente il palcoscenico.
Giocato su accesi contrasti tra rarefazione e condensazione e dominato da sonorità più algide (oltre che da evidenti influssi degli anni Ottanta più "scheletrici"), il disco si apre con un distante richiamo di sax ("Japaner Sein"), incamminandosi, dunque, tra scansioni metalliche, verso nevrotici rituali
This Heat ("Empirism"), ipotesi tribal-jazz-wave ("Blurred Vision") e
soundscape della desolazione urbana "Gefahr". Pur minuzioso, il lavoro di assemblaggio non riesce, comunque, a nascondere il calo dell'ispirazione, anche se un numero come "Astral Feelings" (incubo metropolitano sospeso in una terra di nessuno, tra
Wolf Eyes e i primissimi
Tuxedomoon) è comunque degno di nota.
Piccole impennate di orgoglio che, però, non mitigano l'amaro in bocca che si rinnova ascoltando gli ultimi due dispacci: la fanfara di "Assente Cultura" (che sfocia in un minimalismo androide un po' fine a se stesso) e la marcia terminale di "Shields".