Ambizioni ancora una volta tradite quelle di Laurel Sprengelmeyer, ennesima polistrumentista - e "poli-artista", dato che la copertina del disco è uno dei suoi (discutibili?) dipinti - folgorata dall'arte a emergere nella sempre scoppiettante fucina di Montreal. Ambizioni talmente grandi da intitolare il suo esordio con riferimento al lancio, nel 1977, di uno Shuttle che aveva al suo interno una capsula contenente l'ingombrante bagaglio sonico del pianeta Terra (o, almeno, una sua rappresentanza): suoni, musiche, dialoghi e una facile poesia per artisti in cerca di riconoscimento.
"Segretamente canadese", in piena coerenza con il nome dell'etichetta, dato che è nata nello Iowa, ma la scena di Montreal ha adottato
in toto questa uscita, con le ospitate importanti di Becky Foon (
Silver Mt. Zion), Patty McGee (
Stars) e Sarah Neufeld (
Arcade Fire).
La tanto sbandierata tensione all'ultraterreno, in cui l'Islanda di
Björk e dei
Sigur Rós sembra essere l'interporto galattico incaricato di intercettare l'impalpabile rumore di fondo del contatto a distanza, non si traduce però in canzoni di vero impatto emotivo, cercato e forzato attraverso blandi crescendo rumoristici ("Your Radio", "Boatman") o ieratiche sospensioni, nelle quali il linguaggio umano sembra dissolversi in un'immaginaria ascensione sacrificale ("The Lamb", "People Is Place").
Ancora più preoccupante è la tranquilla medietà dei brani meno d'ambientazione, il singolo "The Heron And The Fox" (con
Aaron Dessner alla chitarra) e "Black Cloud", pallidi e ripetitivi bozzetti nei quali Little Scream si limita ad accennare alle grandi,
Joni Mitchell su tutte, suggerendo scoscesi dirupi interiori (nella seconda).
Molto poco, insomma, si cela al di sotto di questa
next big thing del mondo cantautorale al femminile: del pianeta che vorrebbe descrivere si scorge solo uno sgangherato ("Red Hunting Jacket") miscuglio di colori smunti.