Dopo la catacombale e ipnotica variante blues-doom di "Burners", con "Too Down To Die" Britt e Alex Brown (una delle coppie più famose di tutto l'underground americano) tornano a esplorare i loro retaggi krauti, quasi risalendo il fiume verso la sorgente primigenia della loro ispirazione.
Ecco, quindi, in apertura sfavillare i ventidue minuti di "Parallel Wanderer", un raga-cosmico dalle titaniche proporzioni. Il continuo diffondersi e rimescolarsi delle trame sintetiche, unito a un gioco di fibrillazioni sommesse, lascia che il brano si dilati fino all'inverosimile, prima di imboccare, intorno al decimo minuto, la strada di un cupo ritualismo post-psichedelico con voci in delay, percussioni marziali, feedback-saette e sciamanesimo come se piovesse.
"Too Down To Die" è il disco giusto per rinnovare l'interesse intorno al progetto dei due padroni della Not Not Fun, sempre più alle prese con materiale che, nonostante i risultati altalenanti, continua a stuzzicare l'appetito degli appassionati di mezzo mondo. Anche qui ci sono buoni motivi per sintonizzarsi e restare in ascolto e, dopo l'ottima escursione del "vagabondo parallelo", il trip si riaccende tra le terre minacciose di "(In The) Cybershade/Universal Migration", un brano che, dopo un lungo preludio fantasmatico, si nutre sostanzialmente del contrasto esibito tra massiccia pulsazione ritmica e lisergico deragliamento, come nella migliore tradizione Chrome.
Fattezze simili, ma con trasporto orientaleggiante, possiede "Dungeon Crossroads", con voce ancora più filtrata, trasfigurata quasi in un biascicare digitale. "Afterburners" chiude, invece, relegando l'eccitazione lisergica in secondo piano e concentrando tutta l'attenzione su una danza sufi tutta "mentale".
Un gradito ritorno.
17/09/2011