La "spiaggetta" di quelle piccole, placide emozioni che appena scalfiscono la superficie del mondo circostante: questo è il luogo in cui si ambienta un disco troppo compassato per essere "degno di nota", un mite erbivoro di grosse dimensioni in un habitat di scattanti, affilati sciami di piccoli carnivori. Gli Small Sur sono un trio di Baltimora, tre ragazzi che - ormai uno standard - suonano nel tempo libero e auto-producono i loro dischi grazie a campagne di finanziamento tra i fan.
"Tones" è il loro secondo Lp, tutto imperniato su un tremolante folk da camera nel quale si incrociano chitarra, batteria e un flauto, all'insegna di un'inoffensiva passeggiata musicale dai contorni lentamente lenitivi, terapeutici. Una sorta di innocente contemplazione, dal piglio monacale, assorto.
Intime, soffuse come nella migliore tradizione di un
Bill Callahan ("The Woods", nella accezione
lo-fi dei
Breathe Owl Breathe), le canzoni del disco ripercorrono con misura linee melodiche insistenti,
à-la Low ("How I Love You", "The Sand") per intenderci, colorandosi brevemente di uno svolazzo di
pedal steel e pianoforte ("South Dakota"), di qualche nota di flauto ("Under Trees"), di uno spunto di armonizzazione che subito si volatilizza ("Saint"). La tradizione di
CSN&Y riemerge qua e là e si attualizza verso gli ultimi
Grand Archives in "The Darkest Parts" e "South Dakota", in una sorta di aggiornamento rallentato della lezione di
Neil Young. Allo stesso tempo si avverte, in sottofondo, il dibattersi solo suggerito dei
Dodos ("Elder Days", "To Be Everything").
I Nostri si gettano insomma nella riproposizione di un canovaccio rappresentato già decine e decine di volte negli ultimi anni, ma lo fanno con un tocco invidiabile, che porta in dote una leggerezza quasi orientale ("Three Haiku").
Un album, dunque, che si schermisce, una tappezzeria smunta che ha visto troppi oziosi pomeriggi, eppure in questa veste dimessa sa affascinare senza imporsi, attraendo l'attenzione pur restandosene in disparte. Un merito raro, che dimostra la cura disinteressata riposta da questi tre ragazzi nel proprio prodotto e l'invidiabile crescita "comunitaria" (con l'apporto di musicisti della scena di Baltimora, tra cui membri dei
Wye Oak), che anche in questo disco ha fatto valere il suo peso.