Gallows

Gallows

2012 (Bridge Nine) | hard-core punk-rock

Il rischio, dopo la defezione del carismatico pel di carota Frank Carter nell'agosto 2011, era quello di ritrovarceli a fare i Green Day con le chitarrine acustiche, pur di non perdere terreno nella nuova traballante scena punk. E quindi fan, e quindi soldi. Ma non bisogna mai sottovalutare la proprietà transitiva del rock. Vale a dire, visto che Frank Carter ha pensato per primo di fare la stessa cosa per la sua carriera solista con i Pure Love, si può concludere che, a parità di smanie da classifica, c'è toccato un altro disco “cattivo” dei Gallows.
Questo è il terzo omonimo disco degli inglesi, un simpatico album da trentadue minuti con nemmeno una canzone che raggiunga i duecentoquaranta secondi. Alternative core, hardcore 2.0, Nme punk: tanto siamo nel 2012, chiamatelo un po' come vi pare. I Gallows hanno un exploit stratosferico alle spalle, che aveva fatto arrivare il loro nome in posti impensabili (come la comunità lesbica della Capitale) e, quando il loro cantante venne eletto il musicista più “fico” del 2007, davanti ai soliti Pete Doherty e Liam Gallagher, non hanno battuto ciglio. I Gallows, del resto e dalla giusta prospettiva, non sono mai stati i Black Flag.

Per questo "Gallows" è un album sinusoidale e non stupisce affatto che sia così. Prodotto e mixato da Thomas Mitchener e Steve Sears (Nevethemore, The Eighties Matchboc B-Line Disaster, Spycatcher) in uno studio frequentato in passato tanto da Mortiis quanto dai Lostprophets, decolla - si fa per dire - dopo un minuto di spoken word recitato da una non meglio precisata fanciulla. Il punk hardcore fratturato non manca, ma poi è impossibile ignorare quanto il tutto sia sempre ammorbidito da introduzioni tenui o da soluzioni melodiche in situ varie ed eventuali (“Last June”, “Everybody Loves You”, “Outsiders Art”, “Vapid Adolescents Blues”).
Ma se, da sotto un palco, con la marca di birra preferita tra le mani, risulterà un lavoro da valutare positivamente, durante l'ascolto domestico non si può certo ignorare la ripetizione casuale di tutte le pecche di un genere già saturo.

La sommatoria tra l'indole prettamente abulica e rassegnata ai clichè di facile consumo e una scrittura solida e luminosa si rivela in una manciata di brani, un paio al massimo; mentre “Cult Of Mary” è punk'n'roll ad alta velocità come potrebbe piacere ai soli nostalgici degli stradaioli Silver. Se qualcuno ancora se li ricorda. Ma il resto giace in un giochetto ridondante che alla lunga stufa. Wade Macneil (già Alexisonfire) è un buon cantante ma di sicuro inadatto a sostituire l'ingombrante ex. Frank Carter aveva affascinato tutti, tanto da creare un rinnovato e non indifferente interesse su tutta una scena metal/post/hardcore; forse, per via di un'interpretazione vocale sempre vissuta allo spasimo espressivo. Non si è mai capito, in fondo.
Spiace comunque confermarlo, ma limite maggiore dei Gallows di oggi è dato proprio da questo, da un confronto assai difficile da superare in un coacervo di riff e linee melodiche fra Laurent Barnard  e Steph Carter ammassati l'uno su l'altro per non arrivare sostanzialmente a nulla.

Così facendo, a breve, ci toccherà portare i fiori sulle tombe di due gruppi: i Gallows e i Pure Love. 

(02/11/2012)

  • Tracklist
  1. Victim Culture
  2. Everybody Loves You (When You're Dead)
  3. Last June
  4. Outsider Art
  5. Vapid Adolescent Blues
  6. Austere
  7. Depravers
  8. Odessa
  9. Nations - Never Enough - 
  10. Cult Of Mary
  11. Cross Of Lorraine


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