Se la fine del mondo annunciata dai Maya ci fosse stata, gli scenari da “The Day After” avrebbero presentato grandi città industrializzate semi-distrutte e qualche malconcio sopravvissuto che cerca di tirare avanti tra rovine fumanti e carcasse metalliche deflagrate.
Tale caos e il suo post ha una sua degna rappresentazione sonora nel monolite “Posthuman” di JK Flesh, ossia quel genio di Justin K Broadrick già mente dei Godflesh e poi attivo con tanti altri progetti rumoristi e marziali (Ice, God, Sweet Tooth, Final, Techno Animal, primissimi Napalm Death) e personale shoegaze (Jesu).
L'artista ha sviluppato sin da subito un sound chitarristico più che mai riconoscibile, un gioco di effetti tagliente e penetrante che ora si accompagna a dinamiche elettroniche brutali e a una inquietante base ritmica che risulta come un'autentica pressa che schiaccia tutto.
In questo doloroso e “cinematografico” nuovo disco, l'impressione che viene fuori è che a suonare non ci sia un essere umano, ma robot e macchine che hanno preso il sopravvento comandando tutto, sottomettendo l'umanità a un regime tecnologico che non fa sconti a nessuno e che anzi risulta oppressivo e senza possibilità di dialogo.
Anche la voce di Broadrick è un qualcosa di inascoltabile e deviato, come se l'urlo umano fosse stato stato ammutolito da manomissioni e grida di tenenti di acciaio e ferro.
Ci sarà qualcuno che riuscirà a scamparla? L'ultimo canzone s'intitola “Walk Away”, ma dove è diretta questa fuga ancora non è dato saperlo.
Attendendo il sequel di tale saga, ci si lascia annichilire da questo brutale quanto avvolgente episodio.