La fusione tra suoni ambient, dub, metal, jazz e industrial, amalgamati attraverso una logica spesso allucinata e claustrofobica, ha trasformato il duo Techno Animal in una delle più creative esplorazioni avvenute nella musica elettronica tra gli anni Novanta e l’inizio del decennio successivo. Per loro è utilizzata anche l’etichetta illbient, a identificare una fusione di tecniche di sampling hip-hop con suoni ambient e dub definita per la prima volta da Dj Olive e Dj Spooky. Attraverso un gruppo di album sperimentali, orientati a composizioni lunghe, spesso visionari e ipnotici, si sono imposti come un esempio di composizione senza confini, orientata a esplorare le potenzialità sonore del campionamento e della composizione digitale.
Prodotto dallo stesso Broadrick, che coltiva anche questa carriera parallela, l’esordio Ghosts (1991) si inserisce di diritto tra gli album più spaventosi del periodo. Nell’imponenza dei suoi 72 minuti totali, è dominato da tre brani colossali e due appena più contenuti nelle dimensioni, attorno ai quali si sviluppano alcuni episodi più brevi.La più breve “White Dog” è un lavoro sui loop che concede qualche pausa ai timpani ma si chiude comunque con un sample di Hitler che prosegue in “Freak Fucker”, meno di quattro minuti senza beat dove dominano riverberi ed echi elettronici. Dopo oltre 22 minuti di terrore sonoro, il jazz atmosferico e liminale di “The Dream Forger” è puro balsamo per la psiche, una flebile melodia che costruisce una danza senza peso dai toni onirici.
Segue una coppia di composizioni ciclopiche. La prima, “Tough Cop/Soft Cop”, intreccia ritmi e chitarre distorte per oltre undici minuti, usando le voci riverberate in modo orrorifico e dei fiati deformati, simili al free-jazz di Albert Ayler, come a imitare la danza di flauti ultraterreni che Lovecraft immagina che sia suonata per non risvegliare Azathoth, “il dio cieco che gorgoglia e bestemmia al centro dell’Universo”. E proprio dalla figura divina riparte il carillon spettrale “God vs. Flesh”, che supera i 23 minuti complessivi: una nuvola di suono, che fluttua tra rintocchi notturni e droni eterni, si scopre un gorgogliante magma dopo oltre un quarto d’ora, ed è come se si accedesse nel bel mezzo di una sessione di meditazione a un’altra dimensione, estranea e vertiginosa; alla lunga, predomina però una lugubre malinconia, spazzata via dall’esplosione riverberata all’infinito del finale, un’apparizione ectoplasmatica di travolgente intensità emotiva, una visione del divino che stordisce, abbaglia e disorienta nella sua incomprensibilità e che prosegue nella conclusiva “Spineless”.
Se Ghosts è ancora un lavoro di industrial-metal per metà della sua durata, Re-Entry (1995) è un album soprattutto dub, pur con quel twist sperimentale che il progetto ha messo in primo piano da subito. Ancora una volta, confluiscono in queste composizioni fonti d’ispirazione molto diverse. Le dimensioni complessive dell’album superano qualsiasi idea di formato standard: dodici brani per 148 minuti di musica, divisi in due dischi intitolati rispettivamente “Dream Machinery” e “Heavy Lids”.
Il mago dell’onirico in musica Jon Hassell collabora nella lunga “Flight Of The Hermaphrodite”, una danza esotica dal futuro remoto che evolve in un funk meccanico e quindi in un ballo allucinatorio. Se l’opener giustifica i suoi undici minuti di durata con un’evoluzione avvincente, che sviluppa in modo creativo le idee iniziali, questo non si può dire di altri brani, come “The Mighty Atom Smasher”, dieci minuti che si affidano fin troppo al groove e limitano ai margini gli esperimenti sull’arrangiamento e gli effetti, soprattutto nella coda aliena e straniante, o la fin troppo prolissa “Demodex Invasion”, 19 minuti di cui i primi faticano a giusitifcarsi nella loro interezza e fungono soprattutto da preludio per un’assordante esplosione minimalista poi rimodulata in un lungo baccanale psichedelico, una specie di Sister Ray post-industrial con una coda prolissa.
Il funk a passo pesante di “Mastodon Americanus” imbastisce un motivetto ai limiti del grottesco e del clownesco, disturbato da fiammate elettroniche, che sfocia naturalmente nei dieci minuti di “City Heathen Dub”, ridotta dopo un paio di minuti a un synth-bass lontano e un groove di piatti e quindi ricostituita come un funk galattico, progressivamente più distorto. Lo scenario da incubo dell’esordio, apparentemente abbandonato, ritorna prepotentemente nel 14 minuti di “Narco Agent Vs. The Medicine Man”, un dub ossessivo disturbato da pulsazioni minacciose, bave elettroniche, droni lugubri.
Il secondo disco, “Heavy Lids”, è decisamente più ambient e oscuro: “Evil Spirits/Angel Dust”, di ben dieci minuti, è una minacciosa trenodia cosmica per rintocchi sinistri; “Catatonia”, che sfiora i 16 minuti, abbandona l’ascoltatore in un paesaggio senza vita, pieno di riverberi minacciosi, con un loop di batteria vagamente jazzy che si contrappone ai miasmi elettronici imperanti, almeno finché la composizione non collassa in una pulsazione galattica degna di Klaus Schulze; “Needle Park”, altri 11 minuti, rallentata fino a deformarsi e sciolta in un fumoso funk-jazz dell’oltretomba, conduce alla più informe “Red Sea”, 11 minuti di synth che rifrangono nello spazio, abusando un po’ della pazienza dell’ascoltatore.
L’attesa è stata lunga ma la ricompensa si chiama “Cape Canaveral” ed è il compimento del tuffo nell’abisso iniziato con il secondo disco, senza più un ritmo a fungere da guida. Le lunghe note che si alternano, in uno spazio senza confini e seguendo una curiosa concezione del tempo, instillando tensione e attesa nella mente dell’ascoltatore. È una sinfonia occulta, una liturgia sconfinata che ha pochi paragoni in termini di angosciante bellezza, tra cui i “fuochi fatui” del già citato Klaus Schulze.
Segue un periodo di pubblicazioni eterogenee e complessivamente minori, ma non per questo immeritevoli di una panoramica.
Babylon Seeker (1996) è un Ep di cinque brani distribuiti in 47 minuti, quindi con un minutaggio che per altri sarebbe proprio del formato album. L’aggressiva “Nerve Agent Vs. The Back Breaker” riconfigura i Techno Animal come un progetto big-beat senza perdere del tutto l’aspetto industrialoide. Il dub inquietante di “Zealot”, tra mille riverberi, diventa immaginifico soprattutto nel finale senza beat. “Sugar Ray” opta per una più banale techno atmosferica poi ibridata con un ritmo più articolato e con bave di synth. L’ultima parte dell’Ep è occupata dalla plumbea “Heavy Water” e un suo remix più vivace e (fin troppo) lungo.
Il brano che apre Phobic, un ulteriore Ep del 1997, è quanto di più vicino a una canzone abbiano mai proposto: “The Myth/Illogical” potrebbe essere un brano trip-hop se non avesse un beat distorto e non fosse cantata con l’entusiasmo di un moribondo. “Fistfunk” è praticamente solo un groove. “Toxicity” non è troppo diversa, semplicemente è distorta fino a risultare mostruosa. Solo la conclusiva “Needle” ritorna verso la sperimentazione, giocando con la puntina del giradischi per deformare il suono e distorcere il tempo.
Sempre nel 1998 arriva anche la compilation di rarità Radio Hades, quasi settanta minuti che riassumono la tendenza a sperimentare su ritmi tra dub e hip-hop emersa dopo Re-Entry. Tra i vari brani, il tribalismo distorto e assordante di “Phantom Tribe” risulta l’esperimento più azzardato.
Sono brani spesso ossessivi, come “Bio Morphium” (dei Techno Animal), o lugubri, come l’informe “Phosporic” (dei Porter Ricks). L’episodio maggiore è probabilmente a firma del duo berlinese: i 13 minuti di “Ionic” sono un viaggio di techno minimale da togliere il fiato, costruito su ritmi frenetici e synth che si rincorrono incessantemente, minacciati dal rumore.
Il beat assordante di “Caucasian Deathmask”, con fiati jazz spaccatimpani, è un modo efficace per presentare un progetto che anche nella successiva “Escape The Earth” esagera nei volumi, deformando i loop fino a renderli irriconoscibili e glitchy.
Il più canonico industrial-hip-hop di “Substance X”, che deflagra in un disturbo sonoro finale, e “Low-Tech Predator”, con minacciosi interventi di chitarra metal, conducono al groove disturbato da fischi e riverberi di “Anti-Matter”: sono brani che intrattengono senza stupire, un po’ troppo prolissi, se si considera quello che offrono in termini di creatività. “Kamikaze Space Programme” potrebbe riassumere, nei suoi otto minuti, buona parte dell’album con un beat hip-hop che viene risucchiato da rumori apocalittici.
“Total Annihilation Of Self” apre con un assalto spaventoso, fra harsh-noise, breakcore, digital-hardcore e grindcore, ma anche le successive “Parasite” e “Iron Ghetto Man Crusher” non sono da meno, con quest’ultima che sfiora momenti d’intensità estrema, un punto di non ritorno che conduce al cyber-grind più violento e annichilente. Si lanciano anche in alcuni brani miniaturizzati, tra cui spiccano gli appena 17 secondi di “The Myth Of Democracy”, i Napalm Death in un’allucinazione industrial-noise.
L’esperienza Techno Animal si conclude con un quarto e ultimo album, The Brotherhood Of The Bomb (pubblicato il fatidico 11 settembre 2001), che risulta al contempo diverso dai precedenti e relativamente più accessibile. Il formato è quello di 12 brani per 61 minuti, sei dei quali contengono interventi di vari rapper del panorama alternative. Gli ospiti sono: Rubberoom, gli Antipop Consortium, i Sonic Sum, Toastie Taylor, El-P (Company Flow, Run The Jewels), Vast (Cannibal Ox) e Will “Dälek” Brooks.
L’impatto frontale con “Cruise Mode 101” è una questione di rap senza respiro e un sound che trasporta i Public Enemy nel mezzo di un bombardamento industrial. La dub tensiva di “Glass Prism Enclosure”, rappata ma puntando su un flow più rilassato, evolve naturalmente nel groove circolare della strumentale “Hypertension”, dominata dalle frequenze basse, e conduce al beat rallentato e allucinato di “DC-10”, rappato da una voce deformata, riverberata o assalita da rumori assordanti. Questo quartetto iniziale ben restituisce la natura multiforme di un album che può lanciarsi in ritmi tutto sommato ballabili per poi farli esplodere in roventi colate di rumore e bassi distorti (“Robosapien”), può sommergere un motivetto sotto una coltre di suoni assordanti (“Freefall”) ed esercitarsi in groove squadrati e aggressivi (“Monoscopic”) senza rinunciare a un proprio gusto per l’atmosfera asfissiante, il loop come centro compositivo e l’elettronica come strumento contundente da usare per ballare, terrorizzare e assordare a seconda del momento.
Alla luce dei wobble bass e delle decostruzioni sul ballabile emerse nel decennio successivo, The Brotherhood Of The Bomb ha un qualcosa di visionario e sembra anticipare alcune delle coordinate di una musica che nel 2001 era ancora da definire e che, forse, ha contribuito a delineare. Persino il ruolo dei rapper, da affiancare al duo di produttori esperti, appartiene più agli anni Dieci che all’inizio del secolo.
La sirena inquietante che apre “Piranha”, con un rap frenetico con richiami caraibici e un assalto ritmico tra distorsioni feroci e synth angoscianti, è un vertice che comunque si amalgama bene con l’ultimo terzo dell’album, devastante anche nel rap spaccatimpani a due voci “We Can Build You” e nel gorgo di funk ciclopico e infernale “Blood Money”.
Chiuso da una “Hell” che lascia senza fiato, forte di un’intensità estrema, The Brotherhood Of The Bomb conclude la storia dei Techno Animal suggerendo in realtà una direzione che altri percorreranno fino in fondo, come i Death Grips o i clipping.
Non che i Techno Animal siano mai stati particolarmente digeribili, ma la prima parte della scaletta richiede molta pazienza e premia chi ha resistito con un cambio di passo nella seconda parte dell’album, più veloce e adrenalinica, nonché strumentale. Qui i due ritornano più efficacemente a un misto di dub e industrial-hip-hop che rappresenta un seguito coerente di The Brotherhood Of The Bomb, senza ovviamente replicarne l’originalità.
All’altezza di “S.O.S.” si è tornati ai clangori meccanici, alle bave di synth, ai suoni compressi e distorti di sempre. La pausa di tensione di “Alien Within”, dark-ambient desolante senza beat, e l’assordante drone di “Stargazer” suonano, poste in chiusura, come cartoline da dopo l’Apocalisse.