Public Enemy

Public Enemy

Le pantere nere dell'hip-hop

di Antonio Silvestri

Il gruppo che ha trasformato l'hip-hop nella "Cnn del ghetto" ha una lunga storia fatta di inni, manifesti e capolavori che hanno cambiato per sempre il genere e, in parte, la musica di fine millennio

La cultura e la musica hip-hop nascono negli anni Settanta a New York, da quel melting pot metropolitano innervato dagli aspri contrasti fra grattacieli e senzatetto, opulenza e delinquenza, bianchi ricchi e neri (o non-bianchi) poveri.
L’epoca dei fondatori come Dj Kool Herc,
Grandmaster Flash e Afrika Bambaataa è animata dai block party in strada e le prime registrazioni arrivano a fine decennio, con “Rapper’s Delight” del 1979 a rappresentare il primo grande successo discografico di questa nuova musica, all’epoca praticamente sconosciuta in Italia, dove attecchirà qualche anno dopo e giungerà al successo nei Novanta inoltrati.
Intorno a metà anni Ottanta quel
sound iniziale è diventato un punto di partenza per creare nuove commistioni, comprese quelle con la musica rock tanto centrale per l’industria musicale dell’epoca: da LL Cool J e il suo muscolare rap di strada prodotto dal produttore leggendario Rick Rubin ai Run-Dmc che si proclamano “King Of Rock” nel 1985; arrivano anche i primi bianchi, per i quali praticare la fusione fra rap e rock è forse più immediato, come dimostrano i Beastie Boys già dall’esordio “Licensed To Ill” (1986). Di pari passo con questo allargamento verso il rock, l’hip-hop migliora anche la propria tecnica di sampling, grazie alla diffusione di strumentazione sempre più performante e l’affinamento che viene con la pratica intensiva per i producer.
Anche i testi, inizialmente incentrati sul
fun, si sono progressivamente allargati anche verso il commento socio-politico, la cronaca della strada, il racconto introspettivo: da “The Message” (1982) in poi è diventato possibile almeno immaginare di dire qualsiasi cosa con l’hip-hop, facendone un linguaggio universale e flessibile.

 

Questa new school, come verrà poi etichettata per segnare la distanza dalla old school più legata a balli e party, vede in un nuovo stile più complesso, aggressivo e adrenalinico alcuni dei suoi tratti caratterizzanti, pur con i dovuti distinguo. L’idea stessa dell’album hip-hop prende forma soprattutto grazie a questi nuovi artisti, un altro elemento che rende alcuni dei classici di metà anni Ottanta e successivi i primi a entrare anche nel radar degli appassionati di musica rock, per i quali, soprattutto all’epoca, l’album rappresenta ancora il formato ideale su cui misurare la caratura di un artista.
Anche per questo un rapper come Kurtis Blow, pur avendo ottenuto uno dei primi successi
mainstream del genere, non è mai stato granché considerato dalla critica di formazione rock, quella fiorita dagli anni Settanta in poi: ha scritto “The Breaks”, il primo disco d’oro dell’hip-hop, ma nessuno dei suoi album è da ricordare.
I protagonisti di questa nuova scuola hanno avuto una grande influenza sull’hip-hop dei decenni successivi ma molti di loro non hanno mai attecchito nel cuore dei rocker, tranne rare eccezioni fra cui i già citati Beastie Boys e i protagonisti di questa monografia, i politicizzati e radicali Public Enemy.


Public Enemy #1: Chuck D e Flavor Flav prima dei Public Enemy

 

pebody1Carlton Ridenhour, nato nel 1960 a Long Island, New York, cresce ascoltando molta musica e in seguito allo storico blackout del 1977 inizia a scrivere le sue prime rime. All’Adelphi University, dove studia graphic design, incontra William Drayton. Ridenhour lavora come presentatore nella radio dell’università e collabora all’organizzazione di alcuni eventi hip-hop.
Drayton, invece, è nato a Roosevelt, New York, ma cresce vicino a Long Island, a Freeport. Suona il piano da auto-didatta, canta nel coro della chiesa e si diletta anche alla batteria e alla chitarra. Ha qualche problema con la legge, così entra ed esce di galera diverse volte. La scuola non va benissimo, ma anche lui finisce alla Adelphi e collabora alla radio dell’ateneo insieme a Ridenhour.
Nonostante i vari avvicendamenti nella formazione, Ridenhour e Drayton rimarranno l’unica costante di ogni formazione (o quasi…) dei Public Enemy: tutti li conosceranno con i loro nomi d’arte, Chuck D e Flavor Flav. Il primo pubblica un nastro intitolato “Public Enemy #1” per promuovere la radio dove lavora insieme a Bill Stephney, il quale è destinato a mettere in contatto proprio Chuck D con un giovane produttore in cerca di nuovi talenti: il già citato Rick Rubin.

 

Come production team arriva la Bomb Squad, dove troviamo lo stesso Bill Stephney, Hank Shocklee, Keith Shocklee, Eric "Vietnam" Sadler e Gary G-Wiz. Chuck D darà anche nella produzione il suo contributo, firmandosi però Carl Ryder. Nel gruppo arrivano, poi, Professor Griff come “Minister Of Information”, praticamente un portavoce per la stampa che non mancherà di creare qualche problema, e il leggendario deejay e turntablist Terminator X.
La scelta del nome è ispirata al nastro già citato ma anche, dice Stephney, a una serie di fatti di cronaca che vedono come vittime degli uomini neri, additati e osteggiati come fossero, appunto, i nemici pubblici per eccellenza.

“A superlative rock band”: il debutto e l'album-capolavoro

 

pebody2È Simon Reynolds a definire, in diretta, i Public Enemy una superlativa rock band su Melody Maker, nell’ottobre del 1987.
Sono trascorsi otto mesi da quando il gruppo ha esordito con l’album
Yo! Bum Rush The Show, una raccolta di una dozzina di brani attraversati anche da alcune prese di posizione legate anche al nazionalismo nero, impegnato a raccontare il razzismo e orientato su posizioni politiche radicali. Nell’epoca di Reagan, i Public Enemy si presentano in copertina come un gruppo di militanti pronti a sovvertire il sistema. Persino il logo del gruppo non potrebbe essere più provocatorio e schierato: un mirino con al centro la sagoma di un uomo nero. Anche per queste scottanti prese di posizione socio-politiche, anche della formazione in generale, l’album viene sostanzialmente ignorato dalle radio nonostante ottenga buoni risultati commerciali, totalizzando 300mila copie entro la fine del 1988 e raggiungendo il mezzo milione nel 1994.
A ben vedere la fama di militanti è più nell’attitudine che nel content in alcuni dei brani di questo esordio, come quello dedicato con acrimonia a una donna in “Sophisticated Bitch” o il party anthem di “Too Much Posse”, ma anche quando il messaggio è più distante dall’inno rivoluzionario, a suonare inedito è l’amalgama di rap quadrato e potente con un complesso puzzle di campionamenti che mettono insieme funk, rock e heavy-metal con naturalezza.
Ad aggiungere spessore ad alcuni degli arrangiamenti anche una serie di
scratch (si senta "Raise The Prof" e l'assolo di Terminator X in chiusura) e suoni presi in prestito dal caos cittadino e da altre fonti sonore, secondo un lavoro di sovrapposizione che funge da contrappunto, a tratti cacofonico, delle strofe snocciolate da Chuck D e Flavor Flav.
In scaletta troviamo anche “Public Enemy #1”, un muscolare rap su un beat spigoloso, animato dall’energia strabordante di un testo costruito per esaltare soprattutto Chuck D, con Flavor Flav a fungere da comprimario: è un altro esempio di come la formula della band fosse a questo punto della carriera ancora incompleta, con l’aspetto più politicizzato e barricadero spesso in sordina, ma l’intelaiatura dei brani è già assimilabile a quella della maturità.
Certamente, poi, in canzoni come “Timebomb” e “Rightstarter (Message To A Black Man)” i Public Enemy fanno davvero poco per nascondere gli intenti politici della formazione, collezionando versi come “Panther power, you can feel it in my arm” e intere strofe segnate dalle discriminazioni subite ma anche incendiate da un senso di urgenza e una voglia di rivalsa:

Some people fear me when I talk this way
Some come near me, some run away
Some people take heed to every word I say
Some wanna build a posse, some stay away
Some people think that we plan to fail
Wonder why we go under, or we go to jail
Some ask us why we act the way we act
Without lookin' how long they kept us back

In alcuni casi, come nella title track, sembrano giocare proprio con l'immagine aggressiva e la loro minacciosità:

Searchin' my body for fuckin' what?
My gun's just for fun and my knife don't cut

Per quanto Yo! Bum Rush The Show sia già il modello del sound della formazione, mancano alcuni elementi per trasformare questo nuovo modo di fare hip-hop in qualcosa di leggendario. Principalmente manca ancora un content che suoni aggressivo e potente come i loro rap.
Per il capolavoro
It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back (1988) i Public Enemy però decidono di strafare e lasciarsi trasportare dall'ambizione: non solo decidono di costruire un album di commento sociale e politico come "What's Going On" (1971) di Marvin Gaye ma anche di portare a un nuovo livello di densità ed energia il loro sound.
Se l'esordio aveva dei messaggi non sempre all'altezza del potente ibrido funk-rap-rock, per il secondo album i Public Enemy rendono più veloce, più caotico e più imprevedibile il loro amalgama e poi lo supportano con input dinamitardi. Il risultato è qualcosa di mai sentito prima.
Anche il successo è molto maggiore, con oltre quaranta settimane nella “Billboard 200” e la conquista del disco di platino in patria nel 1989 e soprattutto con il riconoscimento, più ampio e più deciso, della critica rock.

 

Anche a livello macroscopico, alcune novità rispetto all’esordio si notano sin dall’iniziale “Bring The Noise”, primo brano dopo l’apertura galvanizzante e minacciosa di “Countdown To Armageddon”. La velocità è sostanzialmente aumentata e l’arrangiamento è assai più denso che sull’esordio, con un continuo avvicendarsi delle voci, degli scratch, dei break e soprattutto delle assortite cacofonie; lo stesso concetto di rumore diventa centrale nell’estetica della formazione, che costruisce i brani di questo album-capolavoro alla continua ricerca di accostamenti innovativi e fusioni inaspettate, appropriandosi del termine in modo positivo dopo l’uso fattone dal giornalista John Leland per descrivere il primo album della formazione. È lo stesso Chuck D a spiegare il concetto su Melody Maker nel 1988 (traduzione nostra):

Tutti usano il rumore adesso. [...] Ora per essere diversi devi impegnarti in cose più profonde, schemi di rime differenti, stili di rime differenti, differenti velocità, cambi di pitch, suoni diversi. Non è che noi sentiamo uno strano rumore là fuori e diciamo “Hey! Mettiamolo su disco”, è una cosa molto più profonda.

I testi, poi, sono decisamente più diretti e provocatori nel loro messaggio politico, con una citazione di Malcom X messa in apertura come dichiarazione d’intenti (“Too black, too strong/ Too black, too strong”), e vengono rappati secondo una dinamica molto più spettacolare, con una costruzione metrica perfezionata.
Il lessico si è notevolmente ampliato, il
flow è diventato più eclettico e i versi memorabili si moltiplicano, affiancando un messaggio molto più articolato con un generale senso di adrenalinico divertimento, un entusiasmante assalto verbale. C’è, anche solo nel manifesto “Bring The Noise”, tutto un affastellarsi vertiginoso di riferimenti anche musicali: da LL Cool J ed Eric B. agli Anthrax, passando per Sonny Bono e i Run-Dmc. Fra i tanti temi, anche quello della difficoltà di farsi accettare come musicisti al pari dei colleghi rocker: “Roll with the rock stars, still never get accepted as”.

 

L’importanza dell’album nell’elevare l’hip-hop a musica da considerarsi al pari delle altre, anche per il pubblico dei rocker, è ben esemplificata dal fatto che nel 1991 ne suoneranno un remix proprio con i metallari Anthrax, a testimoniare che il ponte verso quel pubblico era stato gettato e il legame, persino il crossover fra rap e metal tanto praticato a fine millennio, è stato reso possibile anche grazie ai Public Enemy.
Le osservazioni fatte per “Bring The Noise” sono però tutt’altro che un caso isolato. Il seguito della scaletta si configura come un succedersi di brani che rifondano il modo di fare hip-hop: dalla proclamazione di estraneità alle mode di “Don’t Believe The Hype”, diventata un inno della strada, all’uso di fischi e manipolazione dei nastri estensiva di “Terminator X To The Edge of Panic” e “Cold Lampin' With Flavor”, arrivando ai manifesti di rap politico e militante “Louder Than A Bomb” e “Rebel Without A Pause”. Quest’ultima contiene versi come:

The only party your body should be partyin' to
Panther power on the hour from the rebel to you


In alcuni casi è lo spettacolare gusto per gli accostamenti più eccentrici a rubare la scena, così in “She Watch Channel Zero?!” si saccheggia il riff di “Angel Of Death” degli Slayer per unirlo a un più canonico sample di James Brown, ma altrove è quello che viene raccontato a distinguersi per l’impegno sociale, come nel caso di “Black Steel In The Hour Of Chaos”, che racconta l’evasione di un obiettore di coscienza (e che sarà risuonata anche dai celebri metallari brasiliani Sepultura) o nella conclusiva rilettura del motto dei Beastie Boys con “Party For Your Right To Fight”.
L’influenza sugli altri musicisti e il segno lasciato nella storia della musica, non solo hip-hop, da It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back sono enormi. Ai voti stellari e ai riconoscimenti ottenuti praticamente presso qualsiasi magazine e webzine, da Robert Christgau a Pitchfork, passando per la bibbia dell’hip-hop The Source, si affianca l’entusiasmo del pubblico e dei musicisti contemporanei e successivi.
Rientra fra gli album preferiti di Kurt Cobain, come risulta dai suoi diari, e ha influenzato tanto Kathleen Hanna delle Bikini Kill quanto Busta Rhymes. Il numero di tributi, campionamenti e citazioni conferma una conoscenza e un amore diffuso e viscerale per quest’album: il sito WhoSampled, che raccoglie ed enumera i campionamenti dei brani, registra oltre 900 pezzi che campionano “Bring The Noise”, compresi Eminem, Kanye West, Linkin Park e Kid Rock.

Fear Of A Black Planet: la fine della trilogia e dell’epoca d’oro

 

pebody5I concerti del periodo si fanno sempre più spettacolari e intensi, con i Public Enemy che diventano un riferimento socio-politico fra i giovani neri. Questa strabordante energia, amplificata da due album di successo e un seguito sempre più ampio, è solo scalfita da alcune dichiarazioni antisemite del Professor Griff e dalle polemiche sulle idee radicali esposte nei testi.
L'obiettivo del terzo album è proprio quello di riflettere questi show costruendo un ascolto che sia idealmente fruito per intero dall'ascoltatore, come un'esperienza estetica non troppo diversa dai classici album del rock. È Chuck D a dire a PopMatters nel 2011 che l’ispirazione di It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back è “What’s Going On” di Marvin Gaye, mentre per il suo successore, intitolato Fear Of A Black Planet e pubblicato nel 1990, il modello di riferimento è “Sgt. Pepper’s” dei Beatles.

 

Il testo di riferimento è il saggio “The Cress Theory of Color-Confrontation And Racism (White Supremacy)” della suprematista nera Frances Cress Welsing, ma Chuck D e Flavor Flav parlano, più in generale, della situazione della comunità nera contemporanea, proseguendo il loro stile ricco di riferimenti culturali e rime tanto aggressive quanto creative.
Il sound è un’ulteriore evoluzione di quello ascoltato sui primi album, imperniato sulla nuova versione del wall-of-noise costruito dalla Bomb Squad, ora ancora più affollato e stratificato: i sample usati si aggirano fra i 150 e i 200, un numero che approssimativamente raddoppia il totale del secondo album. Siamo ancora nell’epoca in cui il concetto di autorizzazione legale per l’uso dei campionamenti è sconosciuto, così la creatività del team di produttori scorre libera.

 

Nei suoi venti brani, Fear Of A Black Planet è soprattutto un incredibile esercizio di assemblaggio, sin dall’iniziale "Contract On The World Love Jam", e si può descrivere come un lungo flusso sonoro, magmatico e ipnotico. Detto questo, alcuni episodi spiccano come nuovi inni, a partire da “911 Is A Joke”, che racconta le disparità subite dai quartieri neri persino nei soccorsi d’emergenza. “Welcome To The Terrordome”, poi, è pura benzina sul fuoco, una risposta piccata agli esponenti della comunità ebraica che hanno criticato la formazione in seguito alle affermazione del Professor Griff, portata all’ascoltatore nella forma di una cattedrale sonora di sample intarsiata di alcune delle strofe più intricate, varie e complesse dell’intera carriera di Chuck D, con passaggi da capogiro come:

Snake bitten, been spit in the face,
But the rhymes keep fittin'
Respect's been given, how's ya livin'
Now I can't protect, a paid-off defect
Check the record and reckon an intentional wreck
Played, off as some intellect
Made the call, took the fall, broke the laws
Not my fault that they're fallin' off
Known as fair and square throughout my years
So I growl at the livin' foul
Black to the bone, my home is your home
But welcome to the Terrordome

L’esplosiva "Burn Hollywood Burn", con una collaborazione di Ice Cube e Kurtis Blow all’epoca degna di notizia, è uno dei brani più veloci e frenetici che l’hip-hop avesse mai conosciuto fino a quel momento e attacca Hollywood per il modo in cui stereotipizza i neri; “Who Stole The Soul?”, invece, bersaglia le ingiustizie subite dalla black-music e i suoi artisti con un amalgama di simile intensità.
All’imponente quantità di messaggi socio-politici sparsi nell’album dà degna conclusione la doppietta posta in chiusura: l’esaltante Flavor Flav della strofa finale di “War At 33 ⅓” e soprattutto il singolo “Fight The Power”, scelto da Spike Lee per il suo “Fa’ la cosa giusta” (1989) e uno dei loro più grandi successi, nonché l’ennesimo testo di provocazione e orgoglio nero da antologia. In particolare, la terza strofa suona, anche dopo più di tre decenni, come un pugno in faccia, sin dal suo incendiario inizio:

Elvis was a hero to most, but he —
Elvis was a hero to most —
Elvis was a hero to most, but he
Never meant shit to me, you see, straight out
Racist—that sucker was simple and plain
Motherfuck him and John Wayne! 'Cause I'm Black and
I'm proud, I'm ready, I'm hyped, plus I'm amped
Most of my heroes don't appear on no stamps

Anche grazie a una più aggressiva campagna pubblicitaria, forti di una carriera ben avviata e sfruttando a proprio favore l’eco delle polemiche e il volano del cinema, i Black Enemy con Fear Of A Black Planet ottengono buoni risultati in classifica, vendendo oltre un milione e mezzo di copie in patria in pochi mesi (si arriverà a oltre due milioni negli anni successivi).


È un successo maggiore dei primi due album e contribuisce non solo alle fortune della Def Jam di Rick Rubin, l’etichetta che li ha sotto contratto sin dall’esordio, ma a fare spazio all’hip-hop nella programmazione delle radio, negli articoli di approfondimenti della critica e nell’immaginario collettivo.
L’idea, diffusa negli anni Ottanta, che l’hip-hop fosse una moda passeggera da ridurre all’ennesimo prodotto commerciale, deve scontrarsi ora con una formazione dalla carriera invidiabile, consistente nel suo processo di maturazione e innovazione artistica, aperta alla contaminazione e al rinnovamento, abbastanza eclettica da potersi impegnare anche nelle colonne sonore senza perdere nulla della propria conflittualità e creatività.

 

Il trittico Yo! Bum Rush The Show, It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back e Fear Of A Black Planet racchiude il periodo d‘oro della carriera dei Public Enemy, quello in cui all’irruenza giovanile iniziale, inserita in un nuovo modo d’intendere l’hip-hop come musica politica e complessa, si è aggiunta una sempre maggiore sicurezza di sè e l’ambizione di competere con i grandi classici degli altri generi.

Apocalisse, messaggi e veleni: il resto degli anni Novanta

pebody4Apocalypse 91… The Enemy Strikes Black (1991, un doppio gioco di parole cinematografico) deve, per forza di cose, rinunciare alla produzione stratificata che ha reso entusiasmanti i precedenti album, a causa di un furto del materiale musicale su cui la band stava lavorando.
La nuova fatica, in cui la Bomb Squad è affiancata dagli Imperial Grand Ministers Of Funk, suona decisamente più funk, incentrata su geometrici
beat e con il rap in primo piano. Ovviamente, i Public Enemy rimangono gli stessi fuoriclasse della trilogia che ha garantito loro un posto nell’Olimpo del genere e lo dimostrano con cannonate come la critica ai neri che danneggiano la loro comunità in “Nighttrain”, l’accusa al capitalismo di “Can’t Truss It” e la polemica “By The Time I Get To Arizona”, in risposta alla scelta di votare contro all’istituzione della festa nazionale in onore di Martin Luther King da parte della popolazione dell’Arizona.
Sono tutti brani che, sfilando nella prima parte della scaletta, fanno passare in secondo piano il fatto che gli arrangiamenti siano assai più semplici e i testi, benché più affinati e meno epidermici nei loro proclami, proseguano sulla scia di quanto già ascoltato in precedenza, senza quella dose di innovazione a cui la formazione aveva abituato i suoi ascoltatori.
La seconda parte dell’album, proprio per la mancanza di significative novità e per la minore profondità delle produzioni, suona meno ispirata. “Move!”, per esempio, è un’aggiunta alla loro serie di arrembaggi esaltanti, come furono “Bring The Noise” e “Welcome To The Terrordome”, ma senza quel fuoco rivoluzionario. Anche il brano per contrastare i problemi legati all’alcolismo nero di “1 Million Bottlebags” sembra evidenziare il calo d’ispirazione, concentrandosi su una questione assai meno ambiziosa della rivoluzione.
Il brano che più si ricorda, e quantomeno di gran lunga il più ascoltato su Spotify fra quelli di questo quarto album, è il
remix di “Bring The Noise” con gli Anthrax, un crossover rap-metal che sarà poi guardato con grande interesse da molto metal del decennio.

 

Anche sulla scia dei successi precedenti, Apocalypse 91… The Enemy Strikes Black ottiene comunque risultati commerciali molto buoni, posizionandosi egergiamente in classifica e vendendo oltre un milione di copie in patria. Sarà, però, l’inizio di un lungo periodo di crisi, che non li vedrà mai tornare a questi livelli di notorietà e di successo commerciale.

 

Il quinto album, Muse Sick-n-Hour Mess Age (1994, un mondegreen al rovescio), anche a causa di alcuni problemi con la casa discografica, venderà circa la metà delle copie e vede affiorare i primi dubbi della critica: alla luce delle nuove leve dell’hip-hop, i Public Enemy sono ancora da considerarsi rilevanti? Il 1994 è l’anno di album rivoluzionari per il genere come “Illmatic” e “Ready To Die” e nel 1993 è stato già pubblicato “Enter The Wu-Tang (36 Chambers)”, per certi versi l’album e la formazione che hanno reso i Public Enemy obsoleti. Per non parlare di quello che sta accadendo sulla costa del Pacifico, con “The Chronic” di Dr. Dre e l’esordio del suo pupillo Snoop Dogg, l’Ice Cube solista, l’iconico 2Pac e tanti altri, nonché l’affacciarsi ormai prossimo della terza scuola, quella sudista (vedi i vari OutKast, Three-6 Mafia, UGK, Goodie Mob ecc.).
L’impressione è che non siano più loro, gli uomini da battere nella scena. Divertono con la ruffiana party song “Give It Up”, secondo un modello jazz-rap affine agli A Tribe Called Quest, ma troppo spesso si limitano a ripetere il loro stile classico, rendendolo meno spigoloso e assordante (“What Kind Of Power We Got?”, “Race Against Time”, "Live and Undrugged, Parts 1 & 2" ecc.).
Solo in “Hitler Day” si può sentire di nuovo il ruggito di un tempo, in un’orgia di campionamenti,
scratch e cori da pub.
Muse Sick-n-Hour Mess Age è un quinto album dignitoso, ma non di meno il suo ruolo nella storia del genere è assai secondario, a differenza dei primi album. Persino “The Source” inizia a storcere il naso, sull’onda dell’entusiasmo per i nuovi campioni della rima arrivati da poco sulla scena.

Inizia un periodo di crisi nel quale anche le pubblicazioni si diradano. I Public Enemy ritornano solo nel 1998 con la colonna sonora di He Got Game, il film di Spike Lee sul basket. Sono, adesso, una formazione meno aggressiva e caotica, che trova nella title track una nuova hit, grazie anche all’uso centrale di “For What It's Worth” dei Buffalo Springfield con tanto di comparsata di Stephen Stills.
Rispetto agli inni esplosivi di un tempo, ma anche in confronto all’assordante collaborazione con gli Anthrax di inizio decennio, questo nuovo successo ha qualcosa di senile: sono passati dal whisky alla camomilla in pochi anni.
Pur se il resto della scaletta è più energico, anche grazie agli interventi di KRS-One e Masta Killa, l’impressione è che la band abbia perso personalità e potenza, assestandosi su un hip-hop che trova un compromesso fra anni Ottanta e Novanta con un po’ di affanno, senza mai azzardare qualcosa che suoni davvero originale.

 

Per il settimo There's A Poison Goin' On (1999, un gioco di parole su “There's A Riot Goin' On”) decidono di pubblicare attraverso il sito della Atomic Pop, abbandonando la Def Jam.
Propongono 14 brani che suonano intensi fino al drammatico (“Do You Wanna Go Our Way???”, “41:19”), generalmente attraversati da un’aura minacciosa, guidati da
beat duri a tempo medio, sempre al servizio della coppia di rapper che ruggisce lungo (quasi) tutto l’album, con le sole “World Tour Sessions”, con le sue assonanze ossessive, e la festosa ma obsoleta “What What” a conservare anche l’aspetto più d’intrattenimento del loro sound.
Per la prima volta la Bomb Squad non è alla produzione, e se ne sente la mancanza.

La lunga crisi, le celebrazioni e lo spin-off PE 2.0

 

pebody3Per Revolverlution (2002) i Public Enemy si affidano molto al loro stesso passato, ingrossando la scaletta di registrazioni live e numerosi remix, finendo per imitarsi, suonando al contempo attempati e classici. Stanno spremendo tutto il possibile da una creatività inariditasi nel corso di un decennio e nulla dei nuovi brani merita una citazione fra i loro migliori.
Sembra che sia tempo di guardarsi indietro e capitalizzare quanto è stato già fatto, alimentando la propria leggenda.
La band ha già proposto nel 1992 una
compilation per collezionisti, Greatest Misses. Un best-of è stato già pubblicato nel 2001 con il titolo 20th Century Masters – The Millennium Collection: The Best Of Public Enemy ma è Power To The People And The Beats: Public Enemy's Greatest Hits (2005) a sintetizzare al meglio e in modo completo il periodo d’oro e a ricevere l’attenzione della stampa. La sua pubblicazione rappresenta l’ideale chiusura e cristallizzazione di una carriera che sembra nel pieno di una lunga e profonda crisi.

 

Nel 2006 arriva anche un intero album di remix, Bring That Beat Back e nel 2007 un video album d’archivio come It Takes A Nation: The First London Invasion Tour 1987, quarta pubblicazione in questo formato nella loro carriera ma anche la prima che guarda al passato invece che alla promozione in diretta della musica appena pubblicata, come fu per Fight the Power... Live! (1989), Tour Of A Black Planet (1991), The Enemy Strikes Live (1992).

 

Per un triennio pubblicano anche dei live album: la versione su compact disc di It Takes A Nation: The First London Invasion Tour 1987 (2005), ma anche MKL VF KWR - Revolverlution Tour Manchester UK 2003 (2006) e Fight The Power: Greatest Hits Live! (2007). Quest'abbondanza di pubblicazioni minori sembra dover compensare un decennio creativamente arido.

 

La produzione in studio continua nel frattempo con New Whirl Odor (2005), che vede la collaborazione con Moby nella chiassosa “MKLVFKWR”, ma fatica, lungo tutta la scaletta, a farsi ricordare. Quando provano a riproporre la fusione rap-metal della versione di "Bring The Noise" con gli Anthrax in "What A Fool Believes", in particolare, suonano come degli attempati rapper che per apparire attuali si dimostrano più che mai obsoleti. Quando tornano al politico, con “Revolution”, lo fanno con un brano senza verve.

 

Per riaccendere il fuoco arriva l’album collaborativo con Oscar Jackson Jr. in arte Paris, un hardcore-rapper di San Francisco altamente politicizzato che ha fatto parlare di sé con l’esordio "The Devil Made Me Do It" (1990) e “Sleeping With The Enemy” (1992) ma che è diventato inviso all’industria entro la fine del decennio e caduto nel dimenticatoio.
Tornato sulle scene nel 2003, con un altro album provocatorio intitolato “Sonic Jihad”, nel 2005 pubblica insieme ai Public Enemy
Rebirth Of A Nation, prodotto dallo stesso Paris ed edito sulla sua etichetta Guerrilla Funk. È l'occasione per fare costruire a Paris un album di hardcore-hip-hop politicizzato, tributare la formazione e radunare numerosi ospiti, ma a predominare è l'impressione che sia meglio riascoltare per la centesima volta i classici che queste riproposizioni nostalgiche.

 

In occasione del ventennale arriva poi il decimo album di studio, How You Sell Soul To A Soulless People Who Sold Their Soul? (2007), che contiene uno dei loro ultimi singoli di moderato successo, “Harder Than You Think”, con un campionamento del rifacimento di Shirley Bassey della "Jesahel" dei nostri Delirium. Nei venti (troppi!) brani in scaletta, però, si fatica a trovare qualcosa da segnalare a qualcuno che non sia un fan.

 


Segue un quinquennio di pausa dalle pubblicazione di studio, poi nel 2012 arrivano addirittura due album gemelli:
Most Of My Heroes Still Don't Appear On No Stamp e The Evil Empire of Everything, anticipati dall’ennesima compilation per completisti, Beats And Places.
Accorrono numerosi produttori, intervengono molti amici e ammiratori, compresi i rocker
Tom Morello e Henry Rollins in “Riotstarted” e, considerata l’età, il tutto suona contemporaneamente come un tributo a sé stessi, l’ennesimo, ma anche un estremo tentativo di dimostrare che Chuck D e Flavor Flav sono rimasti gli stessi, anche senza l’ormai perduta Bomb Squad e che, forse, sono le medesime le questioni sociali e politiche che urlavano nei testi dei loro primi album.
Almeno "I Shall Not Be Moved", dal primo, trova quell'equilibrio fra passato e presente che la rende un tardivo classico del repertorio, ma l'ascolto integrale dei due album è da consigliare solo ai più affezionati.

 

Nel 2013 i Public Enemy sono i quarti artisti hip-hop a essere inseriti nella "Rock And Roll Hall Of Fame", dopo Grandmaster Flash & The Furious Five, Run-Dmc e i Beastie Boys. Nel 2014 nascono i Public Enemy per la nuova generazione, chiamati PE 2.0 e formati dal rapper Jahi e dallo stesso Chuck D. Nelle intenzioni originali, dovrebbero rileggere i classici della formazione per adattarli a una platea di nuovi ascoltatori. Sembra che sia questo il momento in cui la formazione tocca il fondo: il progetto spin-off è un fallimento: dovrebbe prendere forma in una trilogia ma si ferma ai primi due album.

L’allontanamento (finto?) di Flavor Flav: i Public Enemy dopo i Public Enemy

 

La fase altamente creativa dei Public Enemy, vale a dire quella che li ha visti reinventare l’hip-hop nel corso dei primi tre album e poi continuare, con qualche difficoltà, nel corso degli anni Novanta, è finita da tempo quando siamo entrati nel nuovo secolo. I numerosi cambiamenti avvenuti nella carriera hanno avuto effetti duraturi e alcuni sembrano aver danneggiato irrimediabilmente la riuscita degli album che si sono succeduti nei primi due decenni di questo terzo millennio. 
Con l’allontanamento dalla Def Jam, la fine della collaborazione con la Bomb Squad, la collaborazione di retroguardia con Paris, lo spin-off e le infinite pubblicazioni celebrative, si è andata indebolendo l’idea stessa di una formazione ancora pienamente in attività, viva anche oltre l’ennesima e deludente “rinascita”, “rilettura” e “reincarnazione”.

 

Gli album che chiudono gli anni Dieci sono fra i più trascurabili della carriera e, in generale, non lasciano traccia alcuna nella musica hip-hop del periodo: il leggermente più elettronico e moderno Man Plans God Laughs (2015; 28 minuti in tutto) e Nothing Is Quick In The Desert (2017; distribuito gratuitamente), attraversato da molta chitarra elettrica, galleggiano grazie all’esperienza e quel che rimane del talento di un tempo.
Per avere un po’ di contesto: il 2015 è l’anno di “
To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar e “Rodeo” di Travis Scott; il 2017 quello di “Flower Boy” di Tyler, The Creator e di “Big Fish Theory” di Vince Staples, nonché dei tre “Saturation” dei Brockhampton.

 

La fine ingloriosa dei Public Enemy arriva però nel 2020, quando Chuck D e Flavor Flav si dividono a causa della decisione del primo di supportare, con il brand Public Enemy, l’elezione di Bernie Sanders come nuovo presidente degli Stati Uniti. Estromesso Flavor Flav, con il nuovo nome Public Enemy Radio la formazione, ora costituita da Chuck D, DJ Lord, Jahi e i S1W (Security On The First Floor), pubblica un solo album, Loud Is Not Enough (2020, non a caso il primo d’aprile).
L’intento dichiarato è di ritornare alle radici, come se non fossero passati trent’anni, ma non è niente di troppo diverso da quanto tentato tante altre volte negli album precedenti. Chuck D dirà poi che il litigio con il rapper e amico è stata tutta una trovata pubblicitaria, per raccontare la tendenza dell’informazione a promuovere soprattutto le notizie negative riguardo all’hip-hop, ma Flavor Flav lo smentisce via Twitter.

 

Sia come sia, i Public Enemy pubblicano il loro inno anti-Trump, “State Of The Union (STFU)” e il quindicesimo album di studio, What You Gonna Do When The Grid Goes Down? (2020), affollatissimo di ospiti e di nuovo per la storica etichetta Def Jam. Sorpresa: è l'album più intenso da tanti anni, un concentrato di energia che riporta per un attimo la storia a metà anni Novanta, quando un'opera simile avrebbe potuto fare decollare di nuovo la carriera. Nel 2020, invece, è solo un album classico di una band classica.

 

Pur sgomitando per l’attenzione come non mai, i Public Enemy degli anni Venti raccolgono ormai solo il rispetto dei cultori dell’hip-hop, sempre affascinati dalla possibilità di sentire ancora una volta qualcosa di quel magico sound che, a metà anni Ottanta, ha cambiato per sempre questo genere musicale trasformandolo, per usare una famosa definizione dello stesso Chuck D, nella Cnn del ghetto.

Public Enemy

Le pantere nere dell'hip-hop

di Antonio Silvestri

Il gruppo che ha trasformato l'hip-hop nella "Cnn del ghetto" ha una lunga storia fatta di inni, manifesti e capolavori che hanno cambiato per sempre il genere e, in parte, la musica di fine millennio
Public Enemy
Discografia
 Yo! Bum Rush The Show (Def Jam, 1987) 
It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back (Def Jam, 1988)
 
Fear Of A Black Planet (Def Jam, 1990) 
 Apocalypse 91... The Enemy Strikes Black (Def Jam, 1991) 
 Muse Sick-N-Hour Mess Age (Def Jam, 1994) 
 There's A Poison Goin' On (Atomic Pop, 1999) 
 Revolverlution (Koch, 2002) 
 New Whirl Odor (Slam Jamz, 2005) 
 Rebirth Of A Nation (Guerilla Funk, 2006) 
 How You Sell Soul To A Soulless People Who Sold Their Soul? (Slam Jamz, 2007) 
 Most Of My Heroes Still Don't Appear On No Stamp (Slam Jamz, 2012) 
 The Evil Empire Of Everything (Enemy, 2012) 
 Man Plans God Laughs (RCS, 2015) 
 Nothing Is Quick In The Desert (916%, 2017) 
 What You Gonna Do When The Grid Goes Down? (Def Jam, 2020) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock