Notorious B.I.G.

Notorious B.I.G.

Il famigerato gigante dell’hip-hop

di Antonio Silvestri

Celebrato unanimemente da critica e pubblico, è diventato più simile a una leggenda che a un semplice rapper. Ripercorriamone la movimentata vita e la tragica morte di questo ragazzo del ghetto, descrivendone anche la preziosa eredità sulla musica fra i due millenni

When I die, fuck it, I wanna go to hell
'Cause I'm a piece of shit, it ain't hard to fuckin' tell
(da “Suicidal Thoughts”)

Il 21 maggio del 1972, all’ospedale St. Mary di Brooklyn, nasce il figlio unico di due immigrati giamaicani. Si chiama Christopher George Latore Wallace e può godersi entrambi i genitori per appena due anni: mentre la madre Voletta Wallace, insegnante, rimane al suo fianco, il padre Selwyn George Latore, saldatore con il pallino della politica, li abbandona in una situazione di precarietà economica. Voletta si ritrova a fare due lavori, ma almeno Cristopher non le dà problemi a scuola. Tutt’altro, è un genietto che vince molti premi nei primi anni di scuola, diventando uno dei ragazzini più chiacchierati alla “All Saints Middle School”. Il fatto che sia decisamente sovrappeso già all’età di 10 anni gli vale il soprannome che si porterà dietro per tutta la vita: “Big”, un po’ ridicolo per uno scolaretto ma perfetto per l’uomo che diventerà, un energumeno di un metro e novanta e circa 150 chili.

Ad appena 12 anni, Cristopher inizia a spacciare, ma la madre è troppo impegnata a lavorare per accorgersene. Cambia “high school”, finendo nelle stessa di DMX, Jay-Z e Busta Rhymes, e inizia, nello stesso periodo, a fare rap, per strada e nelle prime formazioni in cui milita, gli Old Gold Brothers e i Techniques. L’equilibrio è, comunque, instabile: rimane un buono studente, ma la sirena del crimine lo conquista a 17 anni, quando abbandona la scuola. Nel 1989 viene arrestato per possesso d’armi e condannato a 5 anni di libertà vigilata, che viola nel 1990. Nel 1991 lo pizzicano in possesso di crack, e si becca 9 mesi di prigione.
Quando esce, pubblica il suo demo, Microphone Murderer, e si sceglie il nomignolo Biggie Smalls, citando il personaggio della commedia con cast interamente nero “Let's Do It Again” (1975), di Sidney Poitier. Dovrebbe essere un demo pubblicato per divertimento, ma il talento è palpabile e attira l’attenzione di alcuni addetti ai lavori, in primis Sean "Puffy" Combs, che è destinato a diventare una delle figure centrali della sua vita. Esordisce, ufficialmente, nel singolo  "A Buncha Niggas" di Heavy D & The Boyz’s (1993) e in modo naturale il nostro Christopher diventa uno degli artisti della nuova etichetta di Combs, la Bad Boy Records. Col senno di poi, è il momento della svolta.
Biggie Smalls è destinato a diventare uno dei più importanti artisti dell’etichetta e dell'intero hip-hop degli anni Novanta. Nata a fine 1993, la label si fa conoscere con "Flava In Ya Ear" di Craig Mack e soprattutto con l’esordio “Project Funk Da World” (1994). Poco dopo, come vedremo, sarà una delle etichette più famose del mondo grazie ai primi successi di Christopher.

A fine ‘93 Biggie Smalls diventa padre, anche se la relazione con la ragazza dell’epoca, T’yanna, è finita. Combs lo costringe a uscire dal giro della droga, promuovendone l’ascesa artistica con la partecipazione a "Real Love" di Mary J. Blige (#7 nella Billboard Hot 100). A quanto pare non è il primo che vorrebbe diventare famoso come Biggie Smalls, quindi opta per un re-naming che lo renda indiscutibilmente unico: The Notorious B.I.G.. Per i più affezionati rimarrà, comunque, indiscutibilmente, “Biggie” o al massimo “Biggie Smalls”. Varie ospitate in altri singoli tengono accesa la fiamma dell’hype, in particolare il remix di "Flava In Ya Ear" con LL Cool J e Busta Rhymes, che arriva al #9 nella Hot 100.
Nell’agosto del ‘94 la vita di Cristopher inizia a somigliare da vicino a un sogno: convola a nozze con la cantante r’n’b Faith Evans e ottiene il suo primo successo solista, il singolo "Juicy/Unbelievable", che arriva al #27 e promuove il suo atteso esordio solista.
“Juicy” è uno dei brani più importanti dell’hip-hop novantiano. Descrive la parabola di chi nasce nella povertà e diventa ricco grazie alla musica, secondo un canovaccio che tornerà infinite volte nell’hip-hop dei decenni successivi, e che ancora oggi ci viene propinato da chi la vita nel ghetto non l'ha vista che nei film. Il testo è un manifesto del personaggio di Biggie, della sua epica fatta di rivalsa sociale e divertimento, di dramma e spensieratezza, di nostalgia e ottimismo. Essendo la traccia scelta per presentare l’album d’esordio, è una vera e propria dichiarazione d’intenti per l'intera carriera, e si apre con una sagace dedica alle insegnanti che non hanno creduto alle potenzialità di Christopher.

Yeah, this album is dedicated
To all the teachers that told me I'd never amount to nothin' to all the people that lived above the buildings that I was hustlin' in front of
Called the police on me when I was just tryin' to make some money to feed my daughter (it's all good)
And all the niggas in the struggle
You know what I'm sayin'? It's all good, baby baby
(da "Juicy")

La prima strofa è un viaggio indietro del tempo, quando ancora l'hip-hop era una faccenda non presa molto sul serio, neanche negli Stati Uniti. È una sfilata di riferimenti a un’epoca che non c’era più ai tempi della pubblicazione del singolo, e che oggi è semplicemente leggendaria. “Word Up!” era l’unica rivista che parlasse assiduamente di hip-hop negli anni Ottanta, quando il gruppo Salt-n-Pepa e il rapper giamaicano Heavy D impazzavano e “Rap Attack” era il primo show radiofonico sulla musica hip-hop di una radio nazionale. Biggie rievoca quei tempi dell’infanzia con la tipica “restrospettiva rosea”, che fantastica sul passato e ne esalta la serenità e la positività, ricordandosi delle prime canne e dei vestiti della prima adolescenza, e ancora del finto John Wayne prestato all’hit-parade di “Rappin’ Duke” quando ancora la credibilità musicale del genere era più o meno pari a quella di un promessa politica due giorni prima delle elezioni. A questa sfilata di dolci ricordi si contrappone, però, la povertà dell’infanzia (“Remember when I used to eat sardines for dinner”), comunque destinata a essere riscattata dal successo che proprio in quei mesi si stava concretizzando.
La seconda strofa ha una struttura simile, e contrappone il passato da ladruncolo (“common thief”) all’attuale benessere a base di “Moët and Alizé”, marchi assai in voga per i vip della musica dell’epoca. Anche le donne sono arrivate insieme al successo, ai soldi, alla tranquillità, ma il nostro non dimentica la difficile gioventù e le disparità razziali, che forse il successo potrà almeno mitigare. A questi versi tanto efficaci quanto comunicativi, segue una terza strofa ancora più nostalgica e toccante: l’immagine di un ragazzino povero, costretto a non festeggiare Natale e compleanni, che finalmente può circondarsi di giochi tecnologici, auto di lusso e agi, quando una volta si preoccupavano di come riuscire a pagare le bollette. Come si può non amare un rapper la cui prima preoccupazione è assicurare anche alla madre Voletta un’auto di lusso, dopo tanti sacrifici? E pensare che dietro al microfono c'è un ragazzone di 22 anni...

Nel tempo, “Juicy” è considerata una delle più grandi canzoni hip-hop di sempre, con il suo funk geometrico e gli incastri ritmici. L’album che la contiene, Ready To Die (1994), dal canto suo, è una delle opere essenziali del genere. Prodotto da un team che comprende l'onnipresente Sean "Puffy" Combs insieme a Easy Mo Bee, Chucky Thompson, DJ Premier e Lord Finesse, racconta la storia di Cristopher che diventa “Biggie” con uno spirito quasi cinematografico. Rimane l’unico album pubblicato in vita dal rapper, come vedremo meglio in seguito.
Arrivato al #15 della Billboard 200, è spinto da tre singoli: la già citata “Juicy”, ma anche la signature-song “Big Poppa” (#6 nella Hot 100) e “One More Chance”. Nel 2018 la “Recording Industry Association of America” (RIAA) ha assegnato il sesto disco di platino all’album, a testimonianza del grande successo commerciale. Rolling Stone ha inserito il disco nella sua classifica dei 500 migliori di tutti i tempi, al numero 134: è un riconoscimento che vale doppio, se consideriamo la scarsa presenza di album hip-hop nella lista, e testimonia il rispetto riconosciuto all'opera nel più ampio mondo della musica popolare.
Musicalmente, è uno show personale di Cristopher, con le sue rime flessuose e precise. Il flow è vario ma mai ostico, i testi sono immediati ma raramente banali. La sua capacità di raccontare, attraverso pochi dettagli e un lessico semplice, un’intera realtà sociale, verrà eguagliata da pochi altri album hip-hop. C’è grande abbondanza di riferimenti alla violenza, alla criminalità e alla droga, e non manca un alone sinistro, persino funebre in alcuni frangenti, ma se tutto questo potrebbe sembrare solo l’ennesimo esempio di romanticizzazione dell’illegalità, come hanno insegnano tanti film, Biggie Small controbilancia questi riferimenti con un’emotività che suona sincera e comunicativa.
Non siamo dinanzi a un freddo e cinico spacciatore dagli occhi di ghiaccio, ma a un pingue ragazzone che ha dovuto farsi in quattro per non affogare nella melma che la società statunitense ha scelto come prigione per i giovani maschi neri. In questa storia la musica hip-hop è una strategia di fuga, uno strumento di rivalsa e di libertà che non può avere in altri contesti:
Ready To Die, così come l’altro capolavoro hip-hop del ‘94, “Illmatic” di Nas, ci ricorda che fare hip-hop negli Stati Uniti, da afroamericani nati poveri e circondati di crimine e droga, non è esattamente come imitarlo a Milano o Parigi o Berlino. La rivalsa è tanto più epica quando è quella di un soggetto discriminato per il colore della sua pelle e il suo luogo di nascita, nella culla del capitalismo mondiale.

My shit is deep, deeper than my grave, G
I'm ready to die and nobody can save me
Fuck the world, fuck my moms and my girl
My life is played out like a Jheri curl, I'm ready to die!
(da "Ready To Die")

Superata l’introduzione, “Things Done Changed” racconta la vita nel ghetto, prima che la più aggressiva “Gimme The Loot”, con spettacolari dialoghi a due voci fra il giovane Biggie e quello adulto, rubi la scena: sentirlo interpretare due versioni di se stesso è uno show imperdibile, accento giamaicano compreso. La più sensuale “Machine Gun Funk”, la canzone preferita da Biggie, è uno dei funk più iconici del periodo, compreso il suo sample ossessivo nel ritornello, che promette fedeltà alla musica, fino alla morte. Proprio la mietitrice è la protagonista del capolavoro “Ready To Die”, una di quelle canzoni che diventa da brividi, se ascoltata con il senno di poi. La vita che vuole abbandonare è quella da criminale, drogato e disperato, perché nessuno avrebbe immaginato nel momento di successo nazionale del 1994 che la parabola di Biggie Small fosse destinata a interrompersi tanto bruscamente. La violenza e la rabbia con cui descrive la vita difficile del ghetto è più un grido di dolore che vanità criminale. A livello tecnico, il brano contiene alcuni dei versi più elaborati di Cristopher, come il tricolon, la figura retorica di equivalenza ritmico-sintattica fra tre elementi, di “Mic ripper, girl stripper, the Henny sipper”. Si chiude con una preghiera della buonanotte recitata da Sean Combs, dal sottotesto funebre. Dopo la prematura morte, il brano assumerà un significato tanto scorretto, a livello filologico, quanto tristemente profetico.
Il duetto con Method Man del Wu-Tang Clan, unica collaborazione di uno spettacolo personale, si chiama “The What” ed è un altro momento di suoni sensuali, che precede la già descritta “Juicy” e soprattutto “Everyday Struggle”, l’ideale sintesi dell’album con il suo suono nostalgico,
funky e geometrico, una filastrocca ipnotica in cui altri momenti di rap tecnico sono proposti senza sacrificare nulla all’orecchiabilità.
“Big Poppa”, uno dei brani-simbolo di Cristopher, è un perfetto esempio dell’equilibrio fra melodia, ritmo e messaggio che riesce a trovare con naturalezza. “Respect” mischia le carte con un piccolo intervento della cantante giamaicana Diana King e un loop di chitarra elettrica. Si chiude ancora in un clima drammatico, con la lettera di "Suicidal Thoughts", un brano che suona grottesco alla luce della prematura morte del rapper.

I love it when you call me Big Poppa
Throw your hands in the air if you's a true player
I love it when you call me Big Poppa
To the honies getting money
Playing niggas like dummies
I love it when you call me Big Poppa
If you got a gun up in your waist
Please don't shoot up the place!
‘Cause I see some ladies tonight
That should be having my baby, baby
(da "Big Poppa")

Album fondamentale per la rinascita dell'East-Coast-hip-hop, è promosso da Biggie regalando copie ai passanti, davanti casa sua. Riascoltato oggi, trasmette un'amara tristezza, ma soprattutto si dimostra un disco di contrasti vividi: reale e cinematografico; cinico ed emotivo; immediato e tecnico; nostalgico e proiettato nel futuro. Nessuno poteva immaginarlo come l'epitaffio di una carriera, all'epoca, destinata al successo mondiale. Nell'evoluzione dell'hip-hop, Ready To Die è uno degli ultimi lavori che appartengono alla cosiddetta golden-age, quel periodo di creatività ed espansione conosciuta dal genere dalla metà degli Ottanta, per circa tutto il decennio seguente. Proprio il suo successo, di critica e soprattutto di pubblico, trasformerà questo tipo di musica in un ariete ideale per sfondare le porte del pop, con un'efficacia inedita.

Diventato amico di Tupac Shakur, rap-star della West Coast, ma anche nella stella del basket Shaquille O'Neal, Biggie Smalls fonda anche la band Junior M.A.F.I.A., che con "Conspiracy" guadagna il disco d'oro grazie ai singoli "Player's Anthem" e "Get Money". Questo progetto, alcune collaborazioni e la scia di Ready To Die trasformano l'ex-ragazzino del ghetto nell'artista maschile del mondo r'n'b e pop negli Stati Uniti più venduto dell'anno. Nel 1995 guadagna la copertina di The Source, che per lui strilla "The King of New York Takes Over". Sembra inarrestabile: anche artista rap dell'anno per Billboard, è lui la nuova personalità musicale di cui tutti parlano e una delle figure di riferimento per l'hip-hop dell'Atlantico, entrato in crisi proprio in quel periodo. Purtroppo, la vita da criminale, quella che avrebbe voluto concludere con l'inizio della carriera musicale, continua a perseguitarlo e finisce per chiedere il suo terribile prezzo.

La famigerata faida fra le due coste, pacifica e atlantica, è la più conosciuta della storia dell'hip-hop e avrebbe sconvolto i musicofili e, in generale, l'opinione pubblica. Se inizialmente si trattava semplicemente di insulti, a mezzo di brani o dichiarazioni, in seguito avrebbe avuto risvolti drammatici. Riassumiamo, brevemente, cosa è accaduto ripartendo dal 1993...
Tra la Bad Boy Records di Sean Combs e la Death Row Records di Dr. Dre non corre esattamente buon sangue, in una logica di contrapposizione e competizione per il predominio sulla rigogliosa scena hip-hop del periodo. Trattandosi di label assai influenti, con pezzi da novanta sotto contratto, questo divide il pubblico in due fazioni e quello che era un bisticcio aziendale e musicale diviene prima una tensione e poi, tragicamente, una guerra fatta di morti e feriti.
New York aveva dato i natali all'hip-hop nel decennio precedente, ma gli N.W.A. hanno fatto spostare i riflettori sulla California, e Dr. Dre ora può impensierire i veterani dell'East Coast con rap-star quali Snoop Dogg, forte del successo "Doggystyle", e Tupac Shakur, destinato a un successo planetario con "Me Against The World" (1995) e "All Eyez on Me" (1996). Proprio quest'ultimo rischia la morte il 30 novembre '94, quando in uno studio di registrazione di New York si becca cinque pallottole. Proprio Biggie è accusato dal suo, ormai ex, amico: avrebbe potuto avvertire Tupac, salvandolo da morte quasi certa.
Da qui, la situazione degenera: il socio di Dr. Dre, Suge Knight, sbeffeggia Sean Combs agli eventi pubblici; nel settembre 1995 un amico di Knight viene colpito da colpi d'arma da fuoco e la prima sospettata è proprio la Bad Boy Records; a dicembre trivellano il camper di Snoop Dogg, per fortuna senza causare feriti. Nel 1995 Notorious B.I.G. pubblica "Who Shot Ya?", buttando altra benzina sul fuoco. A giugno del 1996 Tupac in "Hit 'Em Up" minaccia di morte i rivali e afferma di aver fatto sesso con la moglie di Biggie, Faith Evans. Nel frattempo, molti altri nomi sono coinvolti, compreso Jay-Z. Nel marzo 1996, la Bad Boy e la Death Row arrivano a un passo da una sparatoria in un parcheggio. A settembre Tupac viene ucciso a Las Vegas, forse da una gang di Compton, mentre nel marzo 1997 è la volta del nostro Christopher: quattro proiettili da un'auto in corsa a Los Angeles, di cui uno gli sarà fatale.

Difficile districare il groviglio legale, capire se davvero i due omicidi sono in relazione fra loro, se il secondo sia la vendetta per il primo. Nel periodo direttamente precedente, Biggie ha anche avuto comportamenti molto violenti, comprese delle minacce di morte a danno di alcuni fan, che quantomeno testimoniano la grande tensione del periodo. Quel che è certo è che Biggie, a Los Angeles per girare il video di "Hypnotize" e promuovere il suo secondo album, non potrà più conquistare il mondo della musica, almeno in vita. In questo contesto, l'immaginario funebre dell'esordio e quello del seguito postumo Life After Death (1997) rifulgono di un'amara ironia.
Sedici giorni dopo il decesso, l'album, un doppio come "Alle Eyes On Me" di Tupac, arriva nei negozi: 120 minuti che concludono il discorso iniziato con Ready To Die. A livello commerciale, è un successo clamoroso, che guadagna 11 dischi platino nei soli Stati Uniti e sbaraglia le classifiche di Billboard. La critica premia l'album come un sontuoso testamento stilistico, la consacrazione arrogante ed esaltante di uno dei più grandi rapper della sua generazione. Questa volta anche la scena hip-hop si inchina a Biggie, collaborando in gruppo all'opera che, per poco, è diventata postuma. Ecco che la lista degli ospiti, all'esordio assai misera, comprende ora, fra gli altri: 112, Jay-Z, Lil' Kim, Mase, Bone Thugs-n-Harmony, Too $hort, Angela Winbush, D.M.C. dei Run-D.M.C., R. Kelly, The LOX e ovviamente Sean "Puff Daddy" Combs. D'altronde, l'occasione è imperdibile, perché si sta scrivendo la storia dell'hip-hop dei gangster, dei ghetti e dei sogni di rivalsa.

Più cupo e in definitiva meno divertente dell'esordio, è un album di ben 24 brani in totale, che contiene in sintesi molti dei temi, dei trucchi e dei futuri cliché di molto hip-hop prestato al mondo del pop. Se in "Somebody's Gotta Die", "Niggas Bleed", "Last Day" (featuring The Lox) si respira una tensione violenta, una minaccia lugubre, "Hypnotize" è un gioiello di funk smargiasso, bassi grassi e quel modo di rappare rilassato e sicuro di sé che distingue Christopher dal resto dei cantanti.
Persino più goduriosa è la fusione soul-funk-rap di "I Love The Dough", con Jay-Z. La sessualità sbandierata in "Fuck You Tonight" (con il featuring di R. Kelly) è quel mix di volgare ed erotico che Ja Rule trasformerà in un Bancomat nel giro di pochi anni. C'è anche spazio per momenti di scintillante tecnica rap, come "What's Beef". "Mo Money Mo Problems", secondo singolo e seconda #1 nella Billboard Hot 100 per l'album (record imbattuto per materiale postumo), è l'occasione per parlare della fantastica varietà delle produzioni, ricche e coloratissime, che animano il lungo doppio album. Nel caso specifico si tratta di un gioiello di Stevie J, che moltiplica le voci in un massimalismo hip-hop al quale Kanye West guarderà con grande interesse. Il fatto che il brano scalzi "I'll Be Missing You" di Sean Combs, dedicata proprio al compianto Biggie, è solo l'ennesima crudele ironia. Alla fine del primo disco la nostalgia ritorna protagonista con "I Got A Story To Tell", mostrando il lato più umano ed empatico del rapper. 

I don't know what they want from me
It's like the more money we come across
The more problems we see
(da "Mo Money Mo' Problems")

Il secondo disco si apre con l'r'n'b corale di "Notorious Thugs" (featuring Bone Thugs-n-Harmony), con quelle accelerazioni del flow da infarto. Prosegue con l'eterogeneo pot-pourri della prima parte, scivolando qua e là: sul cantato fragile, per non dire stonato, di "Another" (featuring Lil' Kim), nella ballata improbabile di "Playa Hater", o sulla lunghissima introduzione dell'altrimenti scintillante hit g-funk di "Going Back To Cali", la sua "California Love".
Per fortuna "Nasty Boy", nuovo funk-rap geometrico come quelli dell'esordio, e il successivo malinconico r'n'b crepuscolare di "Sky's The Limit" (featuring 112), con la splendida produzione di Clark Kent, brillano nella scaletta. Si chiude con un gioiello gangsta-rap come "Long Kiss Goodnight" e la potente dichiarazione di "You're Nobody (Til Somebody Kills You)", ideale brano di commiato.

Meno originale del primo album, che è uno degli esordi fulminanti che segna il decennio, Life After Death è comunque il completamento di un discorso musicale che unisce hip-hop, criminalità e ritornelli in uno stile che poi lo stesso Sean Combs trasformerà in una miniera d'oro. La schizofrenica fusione di violento e ballabile, e quella insidiosa di reale e romanzato, che con Biggie non suona mai come una mera posa grazie alla sua travagliata storia personale, diventeranno una costante del pop-rap fra i due millenni. Se Jay-Z eredita il mafioso-rap e ci fonda un impero, Eminem ne riprende la baldanza e lo spirito radio-friendly e Kanye West l'idea di opere tentacolari, affollate di sample e produttori. Difficile però immaginare che la sua influenza non sia stata importante anche per i vari 50 Cent, Ja Rule, Nelly e Lil' Wayne.

Se Life After Death è un album postumo, ideato da un Biggie ancora in vita, e quindi inattaccabile dal punto di vista dell'etica commerciale, il materiale pubblicato successivamente appare assai più pretestuoso. Le prime opere postume sono quantomeno tollerabili, ma nel corso del tempo si scivola francamente nel ridicolo. Born Again (1999) è un di vecchie registrazioni rimaneggiate, anche sfruttando ospitate di spicco. Doppio platino, l'album è arrivato dritto dritto in cima a Billboard, ma è poco più che un lavoro per collezionisti. Commuove la trasversalità del tributo, che coinvolge il presunto "rivale" Snoop Dogg e un Eminen sulla cresta dell’onda, pronto a diventare il più famoso rapper di tutti i tempi.

Lo sfruttamento della tragica storia di Biggie prosegue con altre comparsate postume in 45 giri di Michael Jackson, Ashanti e persino nel singolo post-mortem di Tupac Shakur, “Runnin’ (Dying To Live)”, che è quindi un collage di materiale pubblicato da due rapper defunti. Con Duets: The Final Chapter (2005) si raschia il barile, spazzolando versioni alternative, freestyle e scarti di Biggie per orchestrare duetti pretestuosi.

Dopo una dozzina di anni di tregua, ci pensa Faith Evans a profanare di nuovo la memoria di Biggie, con i duetti postumi di The King & I (2017). Poco meritevole anche il Greatest Hits (2007), buono solo per un’introduzione all’artista e superfluo se si considera che l’intera produzione in vita è composta da due soli album. An Introduction To (20‘19) è un’altra compilation di singoli e successi, per soli completisti.
Nel 2009 arriva anche un film biografico, "Notorious", accolto assai tiepidamente dalla critica e inseribile in quel filone di hood-movie hip-hop che ha raggiunto il massimo successo con "8 Mile" (2002) di Eminem e che più recentemente ha prodotto anche il notevole "Straight Outta Compton" (2015). Ovviamente, il film produce anche una colonna sonora che ripropone, ancora una volta, i brani di Biggie e poche vere novità: "Brooklyn Go Hard" di Jay-Z e "Letter To B.I.G." di Jadakiss e Faith Evans; tre demo; una canzone col figlio Christopher Junior.

Neanche questo accanimento dopo la morte, comunque, ha intaccato granché l’opera di Christopher: niente ha offuscato l’importanza della sua musica. Al contrario, nel corso degli anni il consenso si è fatto sempre più unanime. Se nel 1995 stravince alla premiazione organizzata da The Source (artista dell’anno, lyricist dell’anno, live performer dell’anno), dominando anche gli awards di "Billboard" (artista rap dell’anno, singolo rap dell’anno, album r’n’b dell’anno), in seguito le premiazioni e i riconoscimenti si moltiplicano. Fra i più importanti: il premio come miglior video rap per “Hypnotize” agli "Mtv Video Music Awards" del 1997; i premi ottenuti al "Soul Train Music Awards" nel 1996 e nel 1998; l’inserimento, fatto particolarmente rilevante per un rapper, nella Rock And Roll Hall Of Fame nel 2020, tre anni dopo l'amico-nemico Tupac Shakur.
In retrospettiva, la critica lo considera uno dei giganti dell’hip-hop: nel 2002 The Source lo ha laureato “the greatest rapper of all time”. Ha anche ottenuto il più alto numero di citazioni nella lista di Xxl del 2003, in cui a vari rapper si chiedeva di indicare i migliori
mc di tutti i tempi; è arrivato al n.3 della lista di Mtv dei migliori rapper di sempre, bissando il gradino più basso del podio anche nella classifica stilata da About.com; per Rolling Stone è il più grande rapper che sia mai vissuto, un’affermazione con cui Billboard concorda. Il successo commerciale, anche considerando le opere postume, totalizza qualcosa come 21 milioni di album venduti, in totale, nei soli Stati Uniti.

Con la prospettiva che solo il tempo può conferire, l’intuizione di Christopher di suonare al contempo violento ed emotivo, tecnico e immediato, in poche parole sia
hardcore sia radio-friendly, è stata una delle svolte dell’hip-hop di fine millennio. Quello che gli altri hanno ereditato con più difficoltà è la genuinità della sua storia personale, quella profonda nostalgia, malinconia e disperazione che rimane, come una cicatrice, sulla pelle di chi ha sempre dovuto combattere per non affogare. Christopher George Latore Wallace, un gigante da un quintale e mezzo, è riuscito per un paio di anni a volare via dal ghetto, dalla criminalità, dalla miseria, e poi si è schiantato, ventiquattrenne, al suolo, proprio quando sembrava poter abbandonare le proprie zavorre. La sua storia personale, insieme alla sua musica, ne fanno uno dei personaggi chiave dell’hip-hop e della musica degli ultimi decenni.



Notorious B.I.G.

Il famigerato gigante dell’hip-hop

di Antonio Silvestri

Celebrato unanimemente da critica e pubblico, è diventato più simile a una leggenda che a un semplice rapper. Ripercorriamone la movimentata vita e la tragica morte di questo ragazzo del ghetto, descrivendone anche la preziosa eredità sulla musica fra i due millenni
Notorious B.I.G.
Discografia
Ready To Die (Bad Boy, 1994) 
Life After Death (Bad Boy, 1997) 
 Born Again (Bad Boy, 1999) 
 Duets: The Final Chapter (Bad Boy, 2005) 
 Greatest Hits (compilation, Bad Boy, 2007) 
 Notorious (colonna sonora, Bad Boy, 2009) 
 The King & I (con Faith Evans, Rhino, 2017) 
 An Introduction To (compilation, Rhino, 2019) 
pietra miliare di OndaRock
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