Jay-Z

Jay-Z

Brooklyn's Finest

di Antonio Silvestri

Sono passati tanti anni dal 1996, e troppi record, aneddoti, stravolgimenti sono accaduti nella lunga e movimentata carriera (e vita) di Jay-Z per poter ancora ignorare una delle figure più influenti dell'intera storia dell'hip-hop e, di riflesso, della musica popolare di questo secolo. Dalle origini fino a oggi, ripercorriamo la lunga trama di una vita larger-than-life

Mafioso-rapper nei panni di un gangster d’altri tempi, pieno di swag fino a sembrare più un personaggio che una persona. Arriva sulle scene un po’ più anziano di tanti suoi colleghi, ma si distingue comunque a suon di successi crossover-pop dopo un esordio sensazionale, mai ripetuto, che funge ancora oggi da cerniera fra un certo hip-hop newyorkese novantiano e la scena ben più globalizzata e ubiquitaria dei primi vent'anni del secolo.
A inizio millennio diventa celebre, amato e odiato ma sostanzialmente rispettato da (quasi) tutti: se non come rapper, come businessman, talent scout, produttore, autore o uno dei tanti altri ruoli che veste con disinvoltura. Finge di smettere e abbandonare la musica, ma è tanto anticipato il suo inevitabile ritorno che sembra solo l'ennesimo cliché preso in prestito da Hollywood e trasposto nel mondo reale, a riprova del suo essere eccezionalmente post-moderno nel genere post-moderno per eccellenza, l'hip-hop.
Diventa, nella sua costante trasformazione, sempre più pop e affianca colossi del mainstream quali Rihanna e Beyoncé, contribuendo in modo sostanziale al loro successo quando ancora non era evidente a tutti che avessero le qualità delle popstar che segnano un'epoca: la prima, dicono rumors mai confermati, l’avrebbe portata a letto; l’ultima addirittura la sposa, diventando il rapper più invidiato di sempre.
Col tempo i suoi album diventano co-protagonisti di business, gossip, featuring e indiscrezioni che si muovono in un universo con la sua narrazione, i suoi meccanismi e i suoi temi ricorrenti.

Oltre 125 milioni di copie vendute fra singoli e album, 23 Grammy vinti (record per un rapper), 14 album in cima a Billboard (più di Elvis!) e primo rapper nella Songwriters Hall Of Fame, dove troviamo nomi del calibro di Bob Dylan e Jim Morrison. Amato dal pubblico e dalla critica, ma poco considerato nella galassia rock, a differenza di Eminem o Kanye West, si riscatta nel 2021 diventando il primo rapper vivente nella Rock & Roll Hall Of Fame. Latita sui social, scappa da Spotify, sfugge su YouTube ma è ovunque, ed è sempre protagonista. Per non sapere cos'altro fare, nel 2019 è diventato anche il primo billionaire in assoluto fra i rapper e quindi anche uno dei neri più ricchi della storia degli Stati Uniti.
Sono passati tanti anni dal 1996, e troppi record, aneddoti, stravolgimenti sono accaduti nella lunga e movimentata carriera (e vita) di Jay-Z per poter ancora ignorare quella che è una delle figure più influenti dell'intera storia dell'hip-hop e, di riflesso, una delle più importanti della musica popolare di questo secolo. Dalle origini fino a oggi, ripercorriamo la lunga trama di una vita larger-than-life.

1969 - 1996: dalle Marcy Houses all'esordio

Shawn Corey Carter nasce a Brooklyn nel dicembre 1969 e cresce nelle Marcy Houses, alloggi popolari di quelli di cui è pieno il grande libro del rap. Non fosse abbastanza dura la vita all’ultimo gradino della scala sociale, il padre Adnis Reeves abbandona lui e gli altri tre figli alle cure della madre Gloria Carter. Studia alla stessa George Westinghouse High School di Notorious B.I.G. e Busta Rhymes. Le cose non vanno proprio a gonfie vele, e Shawn sembra preso soprattutto dallo spaccio di crack, anche a costo di farsi sparare ben tre volte in pochi anni.
Mamma Gloria asseconda anche una più sana passione per la musica, comprando un boombox al giovane Shawn e facendolo approdare ai suoi primi freestyle. Dal suo mentore Jonathan “Jaz-O” Burks prende lo stile del suo nome d’arte, che da Jazzy diventa un più carismatico Jay-Z. Si fa strada bisticciando con LL Cool J e comparendo nella posse cut “Show And Prove” di Big Daddy Kane, con il quale nasce una più solida collaborazione.
Dopo qualche altra comparsata, esordisce col singolo “In My Lifetime” nel 1995: ha 25 anni, distribuisce senza supporto di una casa discografica usando la macchina dell’amico Damon “Dame” Dash e si presenta come un seguace dell’east-coast novantiana di Nas e dell’amico Notorious B.I.G.. Subito litiga per le royalties e, mostrando per la prima volta un fiuto per gli affari invidiabile, decide di fondare la Roc-A-Fella Records per imbarcarsi in un’avventura discografica che meriterebbe un approfondimento tutto suo: sarà, tra le altre cose, l’etichetta di Kanye West e ovviamente di tutti i lavori di Jay-Z fino al 2013, quando la società verrà sciolta.

Finalmente il debutto arriva, si chiama Reasonable Doubt (1996) ed è un mezzo miracolo, il tardo classico della costa atlantica prima del cambio di millennio e dell’inizio di un’epoca diversa per l’hip-hop.
Quello che colpisce dell’esordio di Shawn Carter è quanto arrivi già con un progetto estetico ben chiaro, che è tipico di un periodo in cui non bastava più essere dei fuoriclasse della rima per distinguersi. Ci sono già stati “Illmatic” (1994) e “Ready To Die” (1994): è davvero difficile fare di più sullo stesso campo di album come questi due capolavori. La scelta è di aggiungere tanto stile alla proposta, curandone i dettagli come e più dei suoi illustri predecessori; il tono colloquiale, rilassato, atmosferico, sensuale, setoso con cui Jay-Z snocciola i suoi testi, ma anche la sua immagine di mafioso dai gusti sofisticati e retrò, ben rappresentata sull’iconica copertina in bianco e nero, riescono a fare di Reasonable Doubt qualcosa che si distingue da tutta la concorrenza del periodo.
Poi, ovviamente, ci sono i brani: “Brooklyn’s Finest”, proprio con Notorious B.I.G. e “Can’t Knock The Hustle”, con una Mary J. Blige erotica e sofisticata nei primi tre brani sono roba da capogiro per qualsiasi album hip-hop, in qualsiasi anno lo si pubblichi.
Dj Premier fa la differenza ai piatti e contribuisce al successo di critica e pubblico, ma importanti contributi arrivano da Clark Kent e Ski, che aiutano a cucire il vestito su misura per questo young black male che non potrebbe essere più diverso da Tupac Shakur: nel suo sbandierare la propria munificenza, i gusti sofisticati, l’ossessione per i luxury brand e la passione per l’immaginario per i “Carlito’s Way” e “Scarface” di Brian De Palma, Jay-Z fa riappropriare l’east-coast dell’estetica gangster, riscrivendone le regole.

“I got the Godfather flow, the Don Juan DeMarco”, dice Shawn Carter in “Can’t Knock The Hustle” ed è difficile dargli torto, a sentirlo muoversi come un felino su “Politics As Usual” o formare una coppia irripetibile con Notorious B.I.G. nela già citata “Brooklyn’s Finest”. Persino quando ammicca a “The World Is Yours” in “Dead Presidents II”, con quella produzione malinconica di Ski dominata dal pianoforte e quel campionamento di Nas, non sembra irrispettoso il suo omaggio, ma anzi un raro esempio in cui un esordiente può appropriarsi di un frammento di un capolavoro senza suonare immodesto. Quando Dj Premier campiona Snoop Dogg e Prodigy dei Mobb Deep per “D’evils” è chiaro che Jay-Z non teme il confronto con i giganti del genere, ma anzi lo ricerca.
La sicurezza nei suoi mezzi è tale che in scaletta ci finisce anche “22 Two’s”, un brano meno raffinato che nasce come freestyle e confluisce nell’esordio in fretta e furia, per fotografare l’esplosiva capacità di Shawn Carter di inanellare rime su rime e giocare meravigliosamente con i suoni. Il modo rilassato in cui “Feelin’ It” fa scoprire che Jay-Z può benissimo avventurarsi anche in territori jazz-rap, sfruttando un campionamento di “Pastures” di Ahmad Jamal, e magari passare al bollente funk di “Cashmere Thoughts” poco dopo, è una grandiosa dimostrazione di duttilità.
L’album si chiude con “Regrets”, brano più riflessivo e intimista, che viene così commentato dall’autore sul libro “Decoded” (2010):

L'album è passato dagli sfarzi della vita del truffatore in canzoni come 'Feelin 'It' alla profonda paranoia di 'D'Evils'. Volevo finirlo con il rimpianto, quell'ultima sensazione che provi prima di andare a dormire, o che provi quando ti svegli e ti guardi allo specchio del bagno.

Jay-Z non ripeterà mai Reasonable Doubt, che rimane il suo unico album mancante di contatti con il pop e anche l’unico scritto da uno Shawn Carter non ancora famoso. Curiosamente, il produttore Clark Kent ha rivelato a Spin come si dovesse trattare di un unicum:

Penso che sia questo il motivo per cui è stato così bello, perché è stato, tipo, senza sforzo. 'Sì, faremo così. Pubblicheremo questo disco e ce ne andremo'. Questo era il piano.

Nel tempo è diventato disco di platino ed è ampiamente considerato uno degli album hip-hop più influenti e importanti della sua epoca, oltre che l’inizio di una carriera inimitabile.

1997 - 2000: la trilogia della vita e il successo

Alla pubblicazione dell’esordio segue una trilogia autobiografica che lo avvicina al grande pubblico, il quale sarà conquistato definitivamente con “Hard Knock Life” (1998). Shawn Carter ha ottenuto un contratto distributivo con la Def Jam e il suo secondo album, In My Lifetime, Vol. 1 (1997), lo produce il Re Mida del pop-rap Sean “Puff Daddy” Combs. La risposta della critica è tiepida, ma il successo commerciale arriva puntuale.
Decisamente meno raffinato dell’esordio, indubbiamente più facile da ascoltare, è soprattutto un contenitore di singoli inframezzati da brani che invece rimandano più chiaramente allo spirito del primo album e soprattutto al suo immaginario mafioso-rap. "The City Is Mine" (featuring Blackstreet) e ancora di più "I Know What Girls Like" (featuring Puff Daddy e Lil' Kim) e “Always Be My Sunshine” (featuring Babyface e Foxy Brown) evidenziano l’avvenuto cambiamento, che non è difficile leggere come un tentativo di
sell-out. Nel 2009 è lo stesso Jay-Z ha riassumere la questione:

Quello che ho fatto con [In My Lifetime] Vol. 1 è stato provare a vendere dischi. Avevo appena realizzato Reasonable Doubt... non aveva avuto successo in termini di industria musicale, era un classico di culto nelle strade, ma non aveva successo nel mondo della musica e ho cercato di fondere questi due aspetti. Se guardi indietro a In My Lifetime, c'erano canzoni che erano fantastiche. Non ascolto quell'album perché penso di averlo rovinato. Ci sono così tanti pezzi incredibili lì dentro che penso che abbia perso l’occasione di scrivere due classici di fila [per] cercare di passare in radio.

Con il beneficio del tempo trascorso e del senno di poi, comunque, “Street Is Watching” e “Where I’m From” sono brani che ancora oggi resistono al tempo e la conclusiva “You Must Love Me”, sontuosa nei suoi quasi sei minuti e nei riflessi soul, rimane uno dei suoi classici.

Va meglio con
Vol. 2... Hard Knock Life (1998), che è anche l’album del vero successo commerciale: se l’esordio diventa un long-seller da un milione e mezzo di copie, superando anche il secondo album fermo a 1,4 milioni, il terzo lavoro supera di slancio quota 5 milioni di copie e rimane ancora oggi il più venduto album dell’intera carriera. Un quintuplo platino che premia l’equilibrio che già era stato ricercato in In My Lifetime, Vol. 1, fra strada e stardom, e che finalmente viene trovato.
Neanche a dirlo, anche questo viene venduto come un ultimo album prima del definitivo ritiro, ma l’affermazione viene smentita poco dopo. La Bad Boy di Puff Daddy viene allontanata quasi integralmente dalla produzione, mentre il più ruvido Swizz Beats arriva a conferire muscoli al
sound. Dopo aver debuttato in cima a Billboard, l’opera fa vincere a Jay-Z il Grammy per il miglior album rap e lui ne approfitta per boicottare la cerimonia, richiedendo una maggiore rappresentanza dell’hip-hop alla manifestazione.
La scaletta, questa volta, è entusiasmante. Apre il platino “Hard Knock Life (Ghetto Anthem)”, col curioso campionamento del musical "Annie", ed è chiaro che questa volta il risultato è accessibile senza suonare superficiale, capace com’è di essere duro e persino sperimentale in una “If I Should Die” che Swizz Beatz produce richiamando alla mente il minimalismo di Terry Riley. Rispetto all’esordio, c’è anche la volontà di immaginare il futuro prossimo del genere in una “Nigga What, Nigga Who (Originator 99)" (featuring Big Jaz a.k.a. Jaz-O) prodotta da un Timbaland in stato di grazia, che spinge sull’acceleratore creando un amalgama ipnotico. Il flow è stratosferico, anche quando ammicca al pop nel platino "Can I Get A..." (featuring Ja Rule e Amil).
Per la prima volta c’è anche un accenno di rock, in versione funk, con "Reservoir Dogs" (featuring The LOX, Beanie Sigel e Sauce Money).

Tre giorni prima della fine del secolo arriva Vol. 3... Life And Times Of S. Carter (1999), un altro bestseller che non segna però una particolare evoluzione del sound. Arrivati al quarto album, è evidente che Jay-Z ha la capacità di variare flow con naturalezza e fantasia, ma questa volta i contenuti sono più banali e spesso ripetono quanto abbiamo già ascoltato nei dischi precedenti.
I nuovi brani di punta, come “So Ghetto”, “Dope Man”, “Pop 4 Roc” (feat. Memphis Bleek, Amil e Beanie Sigel) e soprattutto il singolone “Big Pimpin’” (feat. UGK), l’unica hit che non riduce l’interesse per l’album, e porta invece un po’ di ironia in una narrazione autoreferenziale e anche un po’ risentita, basta comunque a fare di questo terzo capitolo una degna chiusura della “trilogia della vita”.

Prima di cambiare di nuovo il corso della musica hip-hop, però, c’è tempo per una compilation furbescamente venduta come un nuovo album solista, The Dynasty: Roc La Familia (2000). È uno showcase per Roc-A-Fella, che risulta interessante soprattutto perché alcuni dei nomi emergenti coinvolti sono destinati a un successo enorme, come Kanye West e The Neptunes. Non è un mezzo disastro come “The Album” di The Firm, visto che un singolo come “I Just Wanna Love U (Give It To Me)” è incredibilmente avanti per il suo tempo, un brano sensuale e ammiccante che potrebbe essere un successo di un decennio dopo. Inoltre, Jay-Z è in ottima forma e riesce a risollevare anche alcuni passaggi non proprio indimenticabili.
Certamente, da ascoltatori ci si può sentire un po’ presi per i fondelli, perché più che un album in senso stretto, questo è una tentata vendita di piccoli e grandi talenti da parte dello Shawn Carter businessman della musica. Vende comunque due milioni di copie, diventando doppio platino negli Stati Uniti: è il suo successo commerciale più immeritato, frutto di una furberia di marketing.

2001 - 2002: Blueprint e il suo quadrato

I mesi successivi sono quantomeno movimentati: prima una polemica con Prodigy dei Mobb Deep, poi l'inizio della lunga rivalità con Nas che finirà solo nel 2005. Fioccano le cause in tribunale, serpeggia la paura del freddo ai polsi. Ci si mette in mezzo anche la storia, quella dei grandi eventi internazionali e non il sottoinsieme prettamente musicale, visto che il 2001 è l'anno del terribile attacco alle Torri Gemelle di New York. È proprio l'11 settembre quando Jay-Z pubblica The Blueprint.
È un progetto di rinascita, che guarda al futuro e reinventa la musica di Shawn Carter tratteggiando con maestria un nuovo modo di intendere l'hip-hop, che superi i modelli novantiani. Una importante parte del merito è della squadra di produttori, in particolare gli astri nascenti Just Blaze e Kanye West, che imprimono un'epocale svolta verso il
sampling soul e r'n'b dopo anni di rinunce alla pratica del campionamento, anche per evitare magagne legali.
L'unico ospite presente è un certo Eminem, e questo racconta molto sull'opera ma anche sul fiuto per il marketing di Jay-Z: è un album assai personale e come tipica opera di rifondazione deve concentrarsi esclusivamente su Shawn Carter, emancipandolo dal personaggio (novantiano) costruito con
Reasonable Doubt; sul lato del business, è una testa di ponte per il mercato sempre più globale, e culturalmente sempre meno black, dell'hip-hop, ed Eminem è l'ospite ideale per ammiccare a questo pubblico trasversale. Tre anni dopo gli ascoltatori di tutto il mondo riconosceranno Shawn Carter: il progetto deve aver avuto successo.

Nonostante il trambusto e lo sgomento dell'attacco terroristico dell'11 settembre, The Blueprint vende in modo straordinario e soprattutto incontra il plauso della critica, a partire dal raro e prezioso "5-mic" della rivista specializzata The Source. Incluso nel celebre libro "1001 Albums You Must Hear Before You Die", ma anche in molte classifiche di fine anno e decennio, arriverà a vendere 3 milioni di copie.
Sono risultati facili da giustificare quando si apre con una “The Ruler’s Back”, con slanci soul e funk e quella citazione estesa di Slick Rick, in cui già si respira quella sicurezza di sé che è propria del Jay-Z al suo meglio:

I'm representin' for the seat where Rosa Parks sat
Where Malcolm X was shot, where Martin Luther was popped
So off we go, let the trumpets blow
And hold on, because the driver of the mission is a pro
The ruler's back

Con “Takeover” si riaccende la rivalità con Prodigy e Nas su una produzione di Kanye West da antologia, con un passo funk distorto e una chitarra elettrica che commenta acida sullo sfondo, incastrando “5 To 1” dei Doors con “Sound Of Da Police” di KRS-One. Il singolo di lancio “Izzo (H.O.V.A.)”, altra magia di West che campiona i Jackson 5, chiude un terzetto iniziale eccezionale, con Jay-Z che può serenamente dirsi emancipato da Notorious B.I.G. e Nas, a suo agio in un nuovo sound east-coast che, morbido e flessuoso, si accoppia perfettamente con un flow serico e confidenziale, alla bisogna anche seducente (“Girls, Girls, Girls”) e festoso (“Jigga That Nigga”).
L’impeccabile rap di "U Don't Know" è l’equivalente di un assolo di Eddie Van Halen per l’hip-hop, tanto spettacolare, preciso e apparentemente svolto senza particolare sforzo, come solo un gigante della rima potrebbe fare. Quando mostra i muscoli dell’hardcore-hip-hop, nella futuristica “Never Change”, lo fa per riaffermare di essere ancora lo Shawn Carter dell’esordio, ma in realtà sembra che si stia mostrando adesso per la prima volta, più risoluto e padrone dei propri mezzi, se serve anche sentimentale come in “Song Cry”.
Quando anche interviene Eminem, in “Renegade”, come rapper e producer, il quale è forse l’artista più famoso del mondo al momento, non ruba la scena ma anzi dimostra che giocano nello stesso campionato esclusivo, quello dei possibili “goat” (greatest-of-all-times). Da segnarsi sul taccuino delle migliori punchline almeno “No lie, just know I chose my own fate/ I drove by the fork in the road and went straight”.

Dopo, persino per il momento di grazia che sta vivendo come rapper e come celebrità, pubblica troppo per non scadere nell'eccesso. Jay-Z: Unplugged (2001) fa parte della celebre serie di Mtv. È un live divertente, e lui è un fuoriclasse della rima, ma in questo hip-hop suonato con l’aiuto dei The Roots è facile avvertire un senso di compiacimento, nonché un nuovo ammiccamento al mondo del rock.
Seguono non uno, ma due album collaborativi, pubblicati nel 2002 e nel 2004, con R. Kelly, secondo una logica da strategia aziendale che mira a coprire ogni settore del mercato musicale, compreso quello più legato a suoni black più tradizionali.

Il ritorno solista con The Blueprint²: The Gift & the Curse (2002) semplicemente indulge troppo e seleziona poco: 112 minuti di musica e 25 brani sono eccessivi e rischiano di sminuire i momenti da ricordare, che pure non mancano.
Magari si può sorvolare sull'idea di sfruttare una strofa-capolavoro di Notorious B.I.G. per farne un melodramma, come l'iniziale "A Dream", e anche sull'ospitata di sua maestà Rakim e del maestro Dr. Dre per farne una canzoncina come "The Watcher 2", e andare subito a “'03 Bonnie & Clyde" (featuring Beyoncé), una pop-rap-song perfetta, prodotta da Kanye West secondo un gusto cajun. Sarà la voce strappamutande di Beyoncé, l'immaginario d'avventura e criminalità, il video magistrale, ma questo brano segna un prima e un dopo per il pop-rap mondiale, contribuisce a trasformare Jay-Z in una rapstar anche da noi in Italia e lancia Beyoncé nell'olimpo pop a cui è destinata dai tempi delle Destiny's Child. A ruota arriva "Excuse Me Miss", un singolo di grande successo che è l'epitome del sound dei Neptunes, e quindi anche uno dei singoli pop-rap dell'anno.
Poi si deve fare una sosta per godersi "The Bounce", con Kanye West che rappa su una produzione di Timbaland, in una delle sue primissime apparizioni dietro il microfono.
Intriga anche il fatto che su un brano che si chiama "Guns & Roses" compaia la chitarra di Lenny Kravitz, in un altro chiaro tentativo di raggiungere un pubblico rock. Ideale conclusione è la corale "As One" (featuring Memphis Bleek, Beanie Sigel, Freeway, Young Gunz, Peedi Crakk, Sparks e Rell), che ripropone Jay-Z come discografico che mette assieme talenti.

Evidentemente insoddisfatto dagli eccessi del doppio album, Jay-Z tenta di rimediare con The Blueprint 2.1 (2003), un più modesto lavoro di 17 brani che sfronda l'originale (ma si doveva farlo da subito!) e aggiunge qualche trascurabile inedito.

Ancora una volta Jay-Z ha segnato la storia dell'hip-hop e ancora una volta ha ecceduto nel voler spremere la sua creatività. Se
Reasonable Doubt, nato come primo e ultimo album della carriera, manca completamente di una dimensione progettuale, la trilogia successiva e la coppia di pubblicazioni di inizio millennio, unite a tanti rigagnoli e sviluppi paralleli, restituiscono una certa difficoltà nel delineare un percorso artistico nel lungo periodo. Per fortuna, Jay-Z è un gigante dell'hip-hop, e nonostante l'incoerenza e la poca lucidità di tante pubblicazioni, riesce a premiare la pazienza dei suoi ascoltatori.

2003 - 2005: The Black Album e il "ritiro"

Sospinto dall'ennesima dichiarazione di un ritiro e dall'affermazione che il prossimo sarebbe stato l'ultimo - ultimissimo - album della carriera, arriva l'ottavo The Black Album (2003). Spoiler-alert: ritornerà nel 2006, continuerà a rimanere attivo nel frattempo e in fin dei conti nessuno o quasi ci crede davvero, che debba appendere il microfono al chiodo. La produzione è un sfilata di nomi d'eccezione, da Rick Rubin a Kanye West, passando per Timbaland, The Neptunes ed Eminem. Questa volta i brani sono 14 e il totale arriva a poco più di 55 minuti, testimoniando un sofferto ma finalmente raggiunto ritorno alla sintesi.
Jay-Z si racconta, diverso e uguale da Reasonable Doubt, a partire da “December 4th”, che ospita persino la madre Gloria Carter, cambiando flow, produttore e stile in ogni brano, facendo di The Black Album uno sfoggio di tecnica ed eclettismo.
C’è spazio per la stilosissima “Change Clothes”, con Pharrell Williams alla seconda voce e la produzione dei Neptunes a costruire un brano tutto da ballare, ma anche per la più aggressiva “Dirt Off Your Shoulder”, su un beat frenetico e ossessivo di Timbaland sfregiato da bave di synth, e neanche un ritorno al sound classico, quello praticato da “Threat”, mostra segni di difficoltà.
Rispetto agli esordi, Shawn Carter è ora capace di rileggere la propria vita con una diversa maturità (“Moment Of Clarity”) ed è capace di giocare con le parole e le loro possibili interpretazioni, anche sollevando un po’ di polemica a fini pubblicitari: ne è un esempio la celeberrima frase che apre “99 Problems”, “If you're havin' girl problems, I feel bad for you, son/ I got 99 problems, but a bitch ain't one”, che è accusata per il suo sessismo ma viene usata anche per riferirsi ai cani (“bitches” in inglese) della polizia in cerca di droga. Per restituire l’idea di quanto sia diventata famosa la frase, è stata citata in un discorso ufficiale dal Presidente Barack Obama.

La produzione è in mano a Rick Rubin, che infila delle chitarre elettriche distorte nel brano, quasi a voler ricordare il suo spettacolare curriculum fra hip-hop e rock.
Se fosse stato il finale di carriera, The Black Album, che venderà oltre tre milioni di copie solo in patria e incasserà anche 5 platini con i singoli, avrebbe funzionato come orgoglioso sfoggio di eclettismo creativo, l’ideale abbandono quando si è ancora in piena forma così da evitare il declino, e invece...

Nel 2004 arriva il breve esperimento di mash-up con i Linkin Park, Collision Course, che rovina i brani dell’uno e dell’altro e non risulta neanche granché divertente. Aveva fatto meglio, pochi mesi prima, Danger Mouse fondendo l’ultimo album di Jay-Z con il self-titled dei Beatles per creare il curioso “The Grey Album”. Dopo, si parla di Shawn Carter per la fine di Roc-A-Fella e la sua ascesa a presidente di Def Jam: è temporaneamente fuori dai giochi, ma rimane nei paraggi.

2006 - 2007: il ritorno dell'American Gangster

L’inevitabile (?) ritorno, che vende oltre un milione e mezzo di copie, prende il nome di Kingdom Come (2006). La critica lo accoglie con più di qualche riserva, Shawn Carter lo reputa il suo lavoro peggiore e il confronto con l’album precedente è tutto svantaggioso. La sofferta “Minority Report”, che racconta del dramma dell’uragano Katrina, mostra comunque l’intenzione di emanciparsi dal personaggio cinematografico, e quindi irreale, di un tempo. Viene anche valutata la possibilità di pubblicare a nome Shawn Carter, ma poi viene scelto di mantenere Jay-Z per non confondere i fan e, probabilmente, rischiare un risultato deludente delle vendite.

I riferimenti cinematografici ritornano prepotentemente su
American Gangster (2007), creato come music-companion del film di Ridley Scott dello stesso anno. Serioso e drammatico (“Pray”, “No Hook”), settantiano come non mai (“American Dreamin’”, “Roc Boys (And The Winner Is)”), persino smaccatamente vintage (“Party Life”), registra un duetto con Nas (“Success”) e un’ospitata a suo modo importante di Lil Wayne, col senno di poi quasi un passaggio di consegne. Non è che l’ennesima narrazione di sé, ma dopo il passaggio a vuoto di Kingdom Come sembra si possa affermare che Jay-Z, pur non particolarmente ispirato, sia tornato in pista.

2008 - 2011: alla conquista del pop (e del rock)

In fondo, su tanti fronti la carriera di Jay-Z è stata un successo, tranne uno. È riuscito a farsi spazio nella scena, già mitizzata, della east-coast, e dopo ha saputo reinventare il proprio sound condizionando, indirettamente, una grande parte dell'hip-hop di inizio millennio. Ha fatto proprio il successo mondiale di Beyoncé, che poi è diventata prima la sua compagna e poi sua moglie nel 2008, e ha spianato la strada a superstar come Kanye West. Ha fondato la Roc-A-Fella e da lì ha collezionato soddisfazioni, tanto da essere poi scelto come presidente della Def Jam. Ha venduto milioni e milioni di album, diventando famosissimo in patria e, in una fase successiva e con meno irruenza, anche nel resto del mondo.
La macchia di questo elenco trionfale sta nel non aver ancora irretito il pubblico pop e rock più legato a chitarre e assoli. Certo, c'è stata la collaborazione con i Linkin Park, ma il risultato è stato non solo trascurabile per quantità e qualità, ma anche rivolto a un pubblico che poco si distanzia da quello dell'hip-hop.
La musica "suonata", un po' conservatrice, tendenzialmente bianca, vede Jay-Z come un corpo estraneo. Sì capisce, quindi, che quando annunciano la sua presenza al "Glastonbury Festival" del 2008 fioccano le polemiche: che ci fa uno che non sa neanche suonare la chitarra a un festival rock, gridano gli oppositori? Fra i più critici c'è Noel Gallagher degli Oasis, a cui Jay-Z dedicherà una versione di "Wonderwall" a suo modo parodistica.

Proprio attraverso un'intensa attività concertistica Shawn Carter prova a riscrivere il ruolo dell'hip-hop nei grandi eventi live internazionali, dove ancora soffre molto rispetto al rock, al pop e al metal. In altri termini, e con una punta di cinismo, potremmo dire che, ormai inariditosi il mercato discografico, Jay-Z deve trovare un nuovo modo per fare i milioni di dollari e, da businessman qual è, capisce che il futuro è negli eventi e nei proventi dei biglietti.
Indovina anche che ormai il rock, inteso come galassia estetica con i suoi riferimenti e rituali, sta tramontando a favore di un nuovo hip-hop sempre più globale, candidato a essere l'esperanto degli anni Dieci e Venti. Jay-Z ovviamente vuole arrivare al vertice di questa gerarchia in fieri, e per farlo deve conquistare le roccaforti del rock, compresi i grandi festival internazionali.
Questa conquista passa anche attraverso l’allontanamento dalla Def Jam e nuovi accordi con Live Nation, oltre alla fondazione di nuove attività imprenditoriali, persino a Broadway. Arriva anche un album a segnare questo momento di passaggio, ma è The Blueprint 3 (2009) e non segna esattamente una rivoluzione, né per Jay-Z né, figuriamoci, per l’hip-hop.

L’importanza storica è da ricercare nella forza che ha di emanciparsi dal genere originario, inserendo una chitarra elettrica in “D.O.A. (Death Of Auto-Tune)” e rifiutando il famoso software d’intonazione, tanto odiato dal pubblico rock e ritenuto spesso uno dei principali difetti dell’hip-hop del periodo.
È anche l’occasione per sentire Rihanna e Kanye West unirsi al titolare su “Run This Town”, a trainare la neonata label Roc Nation, di proprietà del signor Carter, o ancora godersi il ritorno all’eleganza vintage degli esordi con “Empire State Of Mind”, splendido piano-rap ingioiellato dalla voce di Alicia Keys.
A riconferma della volontà di diventare globale arriva anche una collaborazione con Drake, presente nella movimentata “Off That”, ma c’è anche tempo per avvicinare il futuro prossimo della trap presenzialista tramite produzioni futuristiche come “Hate” e contemporaneamente buttarsi nella nostalgia con la conclusiva “Young Forever”, che cita gli Alphaville.
Nel complesso, però, sembra quasi una compilation che riunisce brani diversi per intenti e risultati, fotografia di un artista che sta costruendo un definitivo approdo per la sua lunga carriera. Pur senza replicare i trionfi del passato, l’album ottiene il platino in patria e, cosa ancora più interessante, anche nel Regno Unito e in Canada. I singoli, a conferma che funzionano meglio dell’opera presa integralmente, sono il vero trionfo: "Run This Town" totalizza 5 platini fra varie nazioni, “Empire State Of Mind” addirittura 8, di cui uno un Nuova Zelanda.

Cogliamo l’occasione anche per ripercorrere per sommi capi i successi e i momenti fondamentali del Jay-Z in veste di ospite in brani altrui: dai primi trionfi come “I’ll Be” di Foxy Brown (1997) e “Heartbreaker” di Mariah Carey (1999), passando per il successo fondamentale di “Crazy In Love” (2003) con la futura moglie Beyoncé. Il biennio 2006 - 2007 è irripetibile: prima "Déjà Vu" con la fidanzata, quindi il successo mondiale di “Umbrella” (12 platini!). Ci allineiamo di nuovo con la narrazione principale citando l’ospitata nel capolavoro di Kanye West “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” (2010), nell’affollato brano “Monster” (presenti anche Rick Ross, Bon Iver, Nicki Minaj). Importante anche fare cenno ai tour intrapresi con altri artisti, in particolare le date-evento con Eminem nel breve “The Home & Home Tour” (2010) e il supporto agli U2 in Australia e Nuova Zelanda (sempre 2010).

Proprio queste collaborazioni rappresentano il presupposto di un’operazione come Watch The Throne (2011), album collaborativo con Kanye West che supera per importanza tutto quello fatto in passato da Shawn Carter non in veste di unico uomo al comando.
Sono tante e importanti le ospitate, e l’album aiuta a interpretare le due carriere dei titolari in un momento cruciale per entrambi. Kanye West è nel suo momento più disordinatamente creativo, mentre Jay-Z ricerca disperatamente una serenità dopo essere tornato sulle scene, un approdo pacifico per l’età adulta della sua carriera. La quadratura è trovata dal bombastico singolo “Niggas In Paris” (12 platini!), che sottraendo Shawn Carter dal suo personaggio troppe volte scritto e riscritto, lo riconduce a essere semplicemente un fuoriclasse della rima.
Ben a suo agio anche nei passaggi più classici, come “New Day” e “Murder To Excellence”, Jay-Z sa anche fronteggiare la violenza meccanica di “Who Gon Stop Me” e la trap di "H•A•M".
Il pubblico, ormai totalmente irretito da anni di mosse di marketing sapienti, unite a un indiscusso talento, reagisce con enorme entusiasmo: vende più copie digitali di qualsiasi altro album, scippando il record ai Coldplay (se ne approprierà tre settimane dopo Lil Wayne, ma questa è un’altra storia...); arriva in cima a Billboard, che ormai è un luogo familiare per Jay-Z; vende 5 milioni di copie solo in patria, arrivando al platino anche in Regno Unito, Canada e Australia.

2012 - 2021: il businessman miliardario e fedifrago

Nel 2012 Jay-Z può collaborare con artisti di rilievo internazionale come M.I.A. in “XXXO”, e diventare il curatore di un festival annuale, il “Budweiser Made In America”, poi duettare sul palco con Rihanna e unirsi ai Coldplay per il concerto di fine anno a Brooklyn.
Ad alimentare la sua celebrità contribuisce una comparsata dell'attesissimo “The 20/20 Experience” di Justin Timberlake (2013), poi suo collega per il “Legends Of The Summer Stadium Tour” (2013). Quasi secondario l’arrivo dell’album Magna Carta... Holy Grail (2013), che funge soprattutto come contenitore autoreferenziale per lo Shawn Carter giunto finalmente al vertice del (pop-) rap game.
La confezione è impeccabile, ma davvero non c’è molto che Jay-Z possa raccontare di sé senza ripetersi. Può dimostrare di poter fare il verso a Lil Wayne in “Tom Ford”, o continuare a baloccarsi con l’hip-hop di un tempo (“Picasso Baby”, “Somewhereinamerica”, “Versus”) e contemporaneamente salire sul carro della trap (“F*ckwithmeyouknowigotit” con Rick Ross; “Beach Is Better”; La Familia”).
Prevedibilmente, è un altro trionfo commerciale: due milioni di copie e 5 platini per i singoli. Totalizza 9 nomination ai Grammy, ma vince solo per la collaborazione con Justin Timberlake, a testimonianza del fatto che ormai la fama lo precede e conta più degli effettivi risultati. A parziale compensazione, o forse come beffa oltre al danno, stravince il duetto di “Drunk In Love” con la moglie Beyoncé, che le vale ben tre Grammy.

Arrivati a questo punto della carriera, la musica non è l’aspetto più importante della vita pubblica di Jay-Z, ma lo è la sua relazione con Beyoncé. Conosciutisi con la collaborazione in "'03 Bonnie & Clyde", i due hanno continuato a scambiarsi ospitate, fino a sposarsi nel 2008. Considerati dal Time la coppia più influente al mondo già nel 2006, sono annoverati da Forbes al vertice della sua classifica delle coppie più facoltose sul pianeta: hanno guadagnato 162 milioni di dollari in totale.
Nel 2011 lei, a favore di telecamere, annuncia di attendere una figlia, occasione che fa impazzire internet: il prima, il durante e il dopo della nascita di Blue Ivy sono eventi globali simili al parto di un erede al trono in un impero coloniale. Per capirci, questa esposizione estrema, questo interesse malsano e ossessivo sono il modello anche della nostra coppia web - ahinoi - di riferimento, i Ferragnez (sì, con le dovute proporzioni). Tutto il privato diventa un po’ più pubblico, estetizzato e riversato sui social, compresi eventi traumatici e delicati come un aborto o amenità domestiche come il pianto della neonata, immortalato sul singolo autocelebrativo “Glory”. Replicheranno con un parto gemellare nel 2017, mantenendo più riserbo.

Nel mentre, Jay-Z tradisce Beyoncé, la relazione entra in crisi, lei diventa una bandiera dell’emancipazione femminile contemporanea e in “Lemonade” (2016), album-evento accompagnato da un film, l’intreccio di privato e pubblico solletica in modo perverso i tabloid.

Un anno dopo tocca a Jay-Z dare in pasto il suo privato per 4:44 (2017), acclamato come l’ennesima rinascita e album-evento dalla stampa. Lo psicodramma relazionale è offerto, inizialmente, solo sulla piattaforma streaming Tidal, ovviamente di proprietà di Shawn Carter, e su Sprint.
Dopo aver raccontato numerose volte se stesso, questa volta Jay-Z cerca di far emergere la persona nascosta dietro il personaggio. L’album
conscious della sua carriera brilla almeno in “The Story Of O.J.”, ma in generale si apprezza nel suo spogliare il tipico braggadocio hip-hop in una narrazione più umile, come ben sintetizza il brano “4:44”.
Giunto al milione di copie in patria,
4:44 è privo della tensione smaniosa che ha attraversato molta della carriera di Jay-Z: è un album adulto, se non addirittura saggio, scritto da un rapper e da un uomo che finalmente si è convinto di non dover dimostrare più nulla a nessuno. Potrebbe essere, in un mondo ideale, anche l’opera conclusiva della sua lunga carriera, una confessione personale laddove l’esordio era un racconto estetizzato.

Il fatto che Jay-Z sia principalmente lo sposo di Beyoncé è confermato dal fatto che, formato il duo The Carters con la moglie, abbia pubblicato
Everything Is Love (2018). D’altronde, Shawn Carter è evidentemente il meno rappresentato e le conversazioni fra i due sembrano più adatte al gossip che alla storia della musica.
Scontati gli elementi trap, in mezzo a composizioni che comunque sanno variare anche verso il jazz e il soul. Il fulcro, però, sta tutto nel racconto della coppia, della sua potenza e ricchezza, così che qualsiasi altro messaggio venga schiacciato dall’ingombrante egocentrismo autocelebrativo dei due. Ne rimarrà, forse, la sola “Summer”, elegante ballad di Beyoncé con il marito a fungere da diversivo.

Nel 2021 entrerà nella Rock & Roll Hall Of Fame, come performer, insieme a Tina Turner, Carole King, The Go-Go’s, Foo Fighters e Todd Rundgren: è l’ultima attestazione di un successo trasversale e consolidato, incredibile e entusiasmante, se si pensa che è nato nelle case popolari ed è subito stato abbandonato dal padre. Shawn Carter ha così vissuto in pieno il sogno dell’hip-hop, dalle prime rime agli album, dai primi soldi al primo miliardo (!) di dollari, dall’essere un emerito sconosciuto a diventare il marito superstar di una delle donne più potenti del mondo. Ormai non conta neanche più che non sia esattamente un fotomodello, perché, come chiosa lui stesso in “Family Feud”, “Ain't no such thing as an ugly billionaire, I'm cute”.

Dal 2012 è sempre meno attivo come musicista, e nulla di quanto pubblicato dal ritorno sulle scene del 2006 può stare alla pari del meglio dei suoi primi dieci anni di carriera, ma è ancora oggi uno dei più importanti rapper viventi. Oltre ogni ragionevole dubbio.

Jay-Z

Brooklyn's Finest

di Antonio Silvestri

Sono passati tanti anni dal 1996, e troppi record, aneddoti, stravolgimenti sono accaduti nella lunga e movimentata carriera (e vita) di Jay-Z per poter ancora ignorare una delle figure più influenti dell'intera storia dell'hip-hop e, di riflesso, della musica popolare di questo secolo. Dalle origini fino a oggi, ripercorriamo la lunga trama di una vita larger-than-life ..
Jay-Z
Discografia
Reasonable Doubt (Roc-A-Fella, 1996) 
 In My Lifetime, Vol. 1 (Roc-A-Fella, 1997) 
Vol. 2... Hard Knock Life (Roc-A-Fella, 1998) 
 Vol. 3... Life And Times Of S. Carter (Roc-A-Fella, 1999) 
 The Dynasty: Roc La Familia (Roc-A-Fella, 2000) 
The Blueprint  (Roc-A-Fella, 2001) 
 The Blueprint 2: The Gift & The Curse (Roc-A-Fella, 2002) 
The Black Album (Roc-A-Fella, 2003) 
 Kingdom Come (Roc-A-Fella, 2006) 
 American Gangster (Roc-A-Fella, 2007) 
 The Blueprint 3 (Atlantic, 2009) 
 Magna Carta... Holy Grail (Roc Nation, 2013) 
 4:44 (Roc Nation, 2013) 
   
 COLLABORAZIONI
 
   
 

The Best of Both Worlds (con R. Kelly, Roc-A-Fella, 2002)

 
 Unfinished Business (con R. Kelly, Roc-A-Fella, 2004) 
 Collision Course (con i Linkin Park, Roc-A-Fella, 2004) 
 

Watch The Throne (con Kanye West, Roc-A-Fella, 2011)

 
 Everything Is Love (con Beyoncé come The Carters, Parkwood Columbia, 2018) 
   
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