Jay-Z

The Blueprint

2001 (Roc-A-Fella / Def Jam) | rap

Oh you're a soulful dude 

Una delle più celebri storie di amicizia/rivalità dell’hip-hop nacque sotto il segno di questa frase. La rivolse Jay-Z a Kanye West nello stesso giorno in cui questi, zaino e cd alla mano, gli si presentò con una serie di strumentali da proporre per il suo nuovo album. Si parla del 2000: a quei tempi Jay-Z era già Jay-Z, ancora senza Beyoncé al suo fianco, ma con cinque anni di incredibili successi alle spalle che l’avevano reso una star del genere nonché il più grande rapper di New York dopo la morte di Biggie; West, allora poco più che un semplice produttore a inizio carriera, fu notato dal discografico Damon Dash (socio stretto del rapper di Brooklyn) per via di un interessante beat che l’artista di Chicago aveva composto per Beanie Sigel, rapper affiliato alla Roc-A-Fella di Jay-Z. L’intenzione di Dash era quella di trovare a Jay una strumentale di impronta soul che seguisse la scia di “This Can’t Be Life”, uno dei suoi successi più recenti. 
Ciò a cui si trovò ad assistere una volta in studio, invece, fu la nascita di un’istantanea connessione tra artisti, di un’intesa di visioni, e di un’amicizia. Kanye suonò una serie di strumentali e la reazione di Jay-Z fu a dir poco entusiastica. Grazie a quell’incontro, la carriera di Kanye West prese il volo, mentre quella di Jay trovò la ricetta per l’eternità. Molti tra i beat suonati quel giorno definirono l’album che Jay-Z avrebbe pubblicato un anno dopo, esattamente l'11 settembre 2001: “The Blueprint”, ovvero uno dei più grandi album rap di ogni epoca.

Avete presente quando un artista entra nella famigerata “crisi creativa”? Tenetelo a mente: i rapper americani milionari non attraversano crisi creative, non sanno cosa siano, e anche se le attraversano non se ne accorgono e non ci pensano, quindi è come se queste non esistessero. Ma gli outsider che ne sanno, categoria a cui - ahinoi, è una vita mediocre - ci tocca appartenere, hanno spesso un’opinione diversa, per cui è concesso dire che la cosa più vicina a una crisi creativa Shawn Carter, in arte Jay-Z, nato a New York nel 1967, l’abbia vissuta alla fine degli anni 90. I suoi dischi vendevano milioni di copie, sfornavano un paio di hit ciascuno ma, insomma, mancavano di qualcosa. Invettiva, mordente, stile, cose così.
Con “The Blueprint”, con gli incredibili beat di Kanye West, di Just Blaze e un paio di cosette da dire a Nas (con cui aveva un dissing in corso), Jay-Z ritrovò finalmente se stesso e sfornò il suo lavoro migliore dai tempi del debutto “Reasonable Doubt” (1996), l’altro suo grande classico.
First the Fat Boys break up, now every day I wake up
Somebody got a problem with Hov
What's up? Y'all niggas all fed up 'cause I got a little cheddar
And my record's movin' out the store?
("Heart Of The City")
Ritrovare se stesso non significava tanto ritrovare sicurezza, ma la capacità di trasmetterla agli ascoltatori. La sicurezza di credere così a fondo di essere il migliore da diventarlo a tutti gli effetti. Questo è “The Blueprint”: un album da numero uno, da parte del numero uno. Ascoltate l’aplomb con cui Jay-Z enumera le sue amanti all over the globe in “Girl, Girls, Girls”, tra una boccata di cubano e l’altra. Ascoltate la freddezza da capobanda con cui mette a zittire Nas e Prodigy dei Mobb Deep in “Takeover”, e la teatralità con cui dal sottosuolo della strumentale risuona la spettrale voce di Jim Morrison nel sample di “Five To One”. Ascoltate con attenzione tutto ciò che succede nel beat dell’iniziale “The Ruler’s Back” - un dialogo alternato di tamburi, archi spioventi, fiati morbidi, chitarra elettrica filtrata al wah-wah - con Jay che ci apre le porte del suo mondo e si interrompe per lasciare respirare la strumentale al momento giusto – quando, perfetta, parte una struggente fanfara. Ascoltate come nella gioia funk di “Izzo (H.O.V.A.)”, un diamante grezzo che Kanye ha estratto a partire da “I Want You Back” dei Jackson 5, Jay-Z vada in scioltezza, a ruota libera, buttando un ritornello ogni volta che gli va, anche due, tre volte a strofa (“H to the Izz-O, V to the Izz-A”: spiegare che vuol dire è complicato, accontentiamoci di quanto suoni bene, con quella perfetta vocina femminile di rinforzo). È il suono di un rapper al saldo controllo della sua narrativa. 
 
Dove finisca la realness e dove parta l’egotrip non è importante: nello spazio di queste canzoni tutto è possibile, tutto è vero, e il risultato è un trionfo. Col successivo “The Black Album” (2003) – al tempo annunciato come grande album di addio alla musica per un carriera che in realtà non si fermò mai – Jay-Z farà altrettanto bene, ma “The Blueprint” rimane superiore, forse perché non toccato dalla lieve malinconia da “ultima volta” e per questo ancora più forte.
Gli accenti, gli incisi, i cambi di passo, di ritmo, la voglia di raccontare qualcosa per il semplice gusto di raccontarla, il niente condito di tutto: Jay-Z è come un scrittore di bestseller consapevole che il pubblico è in trepidante attesa della sua nuova opera, è l’autore che si compiace in quel misto di megalomania e tanto-son-già-ricco.
What you about to witness is my thoughts
Right or wrong
Just what I was feelin' at the time
You ever fel like this, vibe with me
Just vibe with me
("The Ruler's Back")
C’è una sola parola di progresso o umanità contenuta in “Izzo”? No! E in “Jigga That Nigga”? Chiaramente no, ma c’è un beat arabeggiante che spinge e su cui Jay-Z rappa come vuole, e cioè benissimo, di quelle cose lì di cui i rapper parlano spesso (troie, soldi ecc.). Il chipmunk-soul di “U Don’t Know” fa coppia perfetta con la successiva “Hola Hovito” e la sua jazzata frenesia gangsta-latin (prodotta da Timbaland), mentre “Renegade” resta lo storico momento di incontro tra il miglior Mc nero e il miglior Mc bianco di inizio duemila: c’è Eminem al beat e al microfono, che si alterna a Jay-Z in una sportiva gara che forse - ma è poco importante - vede vincere Marshall Mathers ai punti, ma che non fa altro che aggiungere qualità e blasone all’album.
 
Ci sono due caratteristiche del Jay-Z rapper che è importante rimarcare e che in “The Blueprint” brillano al meglio.
Numero 1: il temperamento. È freddo, come il bicchiere di un cuba libre ghiacciato, come il sangue di chi commissiona un omicidio dall’altra parte della cornetta. Jay-Z ha cominciato la sua carriera recitando se stesso, ossia un ex-kingpin dello spaccio, di quelli che non si sporcano le mani. Con gli anni l’adesione a quell’immaginario è venuta gradualmente meno, ma il temperamento, il distacco, la superiorità restano sempre gli stessi. Non è la coolness dello snob, è più l’assenza di chi è concentrato su pensieri più seri e importanti – o sulla donna da favola che lo aspetta nel letto. Il Jay-Z di “The Blueprint” non è più un traffichino, ma è un artista talentuoso e di successo che in una vita precedente ha fatto dell’altro, e tracce di quel passato si sentono ancora nella sua attitudine, nel suo modo parco di snocciolare dettagli di vita.
Numero 2: la voce. La voce di Jay-Z suona bene, ha un timbro perfettamente riconoscibile che marchia ogni suo album con il brevetto dell’artista. Un grande rapper non è solo quello con le rime migliori, col testo sagace, col flow e la metrica perfetti; è anche quello con la voce giusta, un elemento che hai o non hai. E Jay-Z ce l’ha.

Ma Jay-Z sa anche che un grande rapper (e un grande gangster) non è niente senza il suo lato più sensibile. Se alla lettura c’è qualche fan di Springsteen, deve sapere che “Never Change” è la “Ties That Bind” di Jay-Z, la canzone in cui cantare che sì, si cambia e si cresce, ma certe radici sono per sempre. “I’m still fuckin’ with crime ‘cause crime pays”: sono le confessioni di un malandrino, incise sull’emozionale beat di Kanye che tinge tutto di dolce nostalgia. Per continuare un improbabile paragone col rock, invece, “Song Cry” è un po’ una “Boys Don’t Cry” virata rap, una ballata di amore finito, con uno struggimento che mette a dura prova anche il più freddo dei cuori: “I can’t see ‘em coming down my eyes/ so I gotta make the song cry” (“non le vedo scendere dai miei occhi/ e allora dovrò far piangere la canzone”).

E se ogni album ha la sua canzone manifesto, quella è “Heart Of The City (Ain't No Love)”, con un beat capolavoro cortesia di Mr West, ottenuto riarrangiando quel gioiello R&B dell’omonimo brano di Bobby “Blue” Bland. Tra morbidi ricami di chitarra, stacchi di handclapping, squillanti botte di fiati, Jay-Z rappa come se fosse l’ultimo depositario della cultura, l'ultimo "a farlo". Ma c’è della malinconia, perché la strumentale insiste su una sensazione diversa, disillusa, e quello che sembra solo un vuoto di concorrenza comincia a suonare come un vuoto di umanità, proprio lì, nel cuore pulsante della città. Così che quando nel ritornello la voce di Bobby Bland canta “ain’t no love in the heart of the city”, e Jay-Z, in dialogo con la sua stessa musica, chiede “nigga, where’s the love?”, si viene a creare un momento quasi toccante, di un lirismo tutto metropolitano. C’è da chiedersi come sia camminare downtown a New York con questa canzone nelle cuffie.
Mama ain't raise no fool
Put anywhere on God's green Earth:
I'll triple my worth
("U Don't Know")
Nel 2011, a dieci anni dall’uscita di “The Blueprint”, Jay-Z e Kanye West incisero il loro unico album in coppia. Nel loro primo singolo, costruito sul sample di un celebre brano di Otis Redding, si sentiva Jay-Z aprire le danze con un “Sounds so soulful, don’t you agree?” che celebrava alla perfezione un’amicizia decennale. Poi, non si sa bene quando, le cose hanno preso una piega strana: pare che i due si siano divisi in seguito a divergenze artistiche (pensate a due elefanti in una Punto, circa) e oggi non è chiaro in che rapporti siano. Kanye ha chiamato Jay nel suo ultimo disco, dal canto suo lui continua a chiamarlo “my little brother”, ma la sensazione è che ci sia molto di non detto. Ma se non è ancora chiaro dove la storia del loro sodalizio andrà a finire, è ben noto come questa sia iniziata, tra i solchi di un disco scritto e registrato in due epiche settimane ai Baseline Studios di New York e che segnò in maniera indelebile il corso del rap negli anni a venire. La storia della musica contemporanea, fortemente connessa all’influenza della cultura hip-hop, passa anche da un artista come Jay-Z.
 
“The Blueprint” uscì l’11 settembre 2001, lo stesso giorno in cui gli unici due edifici più alti dell’ego di Jay-Z crollarono sotto gli attacchi suicidi di un folle attentato terroristico, spaccando per sempre il corso degli eventi. Durante quella settimana vendette comunque più di 400mila copie.

(12/09/2021)



  • Tracklist
  1. The Ruler's Back
  2. Takeover
  3. Izzo (H.O.V.A.)
  4. Girls, Girls, Girls
  5. Jigga That Nigga
  6. U Don't Know
  7. Hola' Hovito
  8. Heart Of The City (Ain't No Love)
  9. Never Change
  10. Song Cry
  11. All I Need
  12. Renegade (feat. Eminem)
  13. Blueprint (Momma Loves Me)
  14. Lyrical Exercise
  15. Girls, Girls, Girls (Part 2)


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