Linkin Park

Hybrid Theory

2000 (Wea) | nu-metal

Il processo di trasformazione da sottogenere musicale a moda del momento passa oggi, nella maggioranza dei casi, attraverso tre fasi distintive. Inizialmente, una manciata di gruppi più o meno ispirati pongono le fondamenta caratteristiche del nuovo complesso sonoro. Successivamente, nella speranza spesso non vana di cavalcare l'onda di quel successo, un'ondata di cloni (in gran parte senza alcuna personalità, benché ogni tanto si distingua qualche brillante eccezione) si riversano sul mercato e, con fortuna anche superiore ai padri, all'interno delle charts discografiche. Per chiudere il ciclo poi, altre band tentano in qualche modo, magari innamorate di quel tipo di musica, una scalata verso il successo ma, ostacolate dalla vastità delle proposte, sono costrette in un modo o nell'altro a propendere per una "nicchia", secondo il linguaggio tecnico del marketing, che dia loro un'apparenza di "brand new thing" su cui consolidare grandi consensi. Quest'ultimo è esattamente il caso dei Linkin Park, ultimi epigoni del cosiddetto "nu-metal" e chiaro indice del fatto che, dopo i primi entusiasmi verso l'ultima, celebre forma di crossover, ormai al genere non resta più alcun futuro in cui sperare, e in ogni caso i giorni di gloria non sono che un pallido ricordo.

Dal momento che l'album non si regge su nessuno spunto di rilievo, i suoi autori hanno optato per mettere insieme quella che in apparenza suona come una intuizione folgorante, quando invece si tratta dell'assemblaggio di tre o quattro elementi in svariate combinazioni. Tra questi il più evidente è forse l'hip hop in una sua insopportabile accezione che trovò ampio spazio all'interno della dance commerciale dei primi anni '90, con i suoi scratch spaziali, con quella arroganza da posse, quella sorta di vanità combat che si risolve in filastrocche catchy di puro atteggiamento, perfette per bulli di strada e paninari d'altri tempi. Seguono, anzi precedono, intro ad effetto dai contorni spettrali, o melanconici, o spettrali e melanconici insieme, visto che anche in questo caso si parla di pura costruzione a posteriori senza alcuna idea vera e propria e, soprattutto, senza alcuna consapevolezza di una precisa direzione sonora.

Giacchè si è deciso di essere nu-metal, occorre tuttavia un po' di violenza: e allora giù schitarrate, ruggiti e pestaggi rubati a tutti i predecessori con una compostezza quasi maniacale, e guai a inventare qualcosa che altri trecento gruppi non abbiano già fatto e rifatto; nei casi peggiori, inoltre, l'aggressività si riduce a un muro di distorsioni in sottofondo che stride col resto e dà quasi fastidio. Infine la melodia che, forse per accontentare un po' tutti, tira esattamente in direzione opposta, citando, mano sul cuore e sguardo sperduto all'orizzonte, il pop più giovanilistico, orecchiabile, insipido e fintamente sentimentale degli ultimi dieci anni.

Molti hanno scomodato varie boy-band per un inquietante paragone in fatto di cantato e lirismo e, spiace dirlo, l'associazione è tutt'altro che campata per aria. Le intuizioni melodiche non sono comunque da buttare in genere, e aggiungerei quasi che i nostri danno il meglio di sé proprio quando, abbandonate in parte le frustrazioni hard, scrivono pezzi sinceri a metà tra un pop banalotto e un rap-rock decadente tutto sommato passabile: "Crawling" e "Runaway" (che malignamente potremmo considerare la stessa traccia ripetuta due volte, vista la somiglianza sfacciata) sono l'esempio più calzante. Per il momento tuttavia, complici anche gli orribili testi da tredicenne, rimane il terreo fallimento di un suono che vorrebbe impressionare e, invece, suona solo boriosamente cool.

(24/10/2006)

  • Tracklist
  1. Papercut
  2. One Step Closer
  3. With You
  4. Points Of Authority
  5. Crawling
  6. Runaway
  7. By Myself
  8. In The End
  9. A Place For My Head
  10. Forgotten
  11. Cure For The Itch
  12. Pushing Me Away
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