Affacciandosi alla scena musicale di questi turbolenti anni 20, la stella di Olivia Rodrigo sembra sempre più difficile da ignorare. Da ex-star Disney a icona pop rock moderna – novella Avril Lavigne, dice più di qualcuno – la cantante americana ha trasformato i suoi turbamenti d’amore adolescenziali e le sue crisi esistenziali in brani che, nell’arco di due album acclamati – “Sour” (2021) e “Guts” (2023) – l’hanno resa artista simbolo della Gen Z, collocandola in uno stretto corridoio musicale che le ha permesso di guadagnarsi il rispetto di tutti pur restando relativamente una artista dedita a fare musica “per teenager”.
Ribelle e provocatoria, ma non tanto quanto la quasi coetanea Billie Eilish; disinvolta e a suo agio nell’esporsi sul palco, ma non ai livelli della celebre collega Sabrina Carpenter; fautrice, come molti della sua generazione, di un “ritorno alle chitarre” ma non con l’impegno e la convinzione della rocker inglese Beabadoobee. Quello di Olivia rimane un caso particolare, il caso di una ragazza che vuole essere alternativa ma anche parlare specialmente dei suoi problemi di cuore, che vuole schitarrare a tutto spiano ma mai farlo troppo lontano dalle classifiche.
Nel suo terzo album, il cui titolo è già tutto un programma, la direzione si conferma più o meno la stessa ma con una decisa inclinazione verso una malinconia romantica che pare autoalimentarsi e non voler cercare soluzioni a questi infiniti dilemmi d’amore, ma solo altre sofferenze. “You Seem Pretty Sad For A Girl So In Love” (“sembri parecchio triste per una ragazza così innamorata”) è Olivia che si immerge nei suoi patemi con pura sincerità; ma anche, impossibile non notarlo, con ben poco da dire al riguardo rispetto a quanto abbiano già fatto abbondantemente altre colleghe ben più “esperte” come Taylor Swift e a come, soprattutto, ci sarebbe da aspettarsi da una ragazza (e artista) che non ha più di 17 anni come al suo esordio professionale, ma ne ha ora 23.
Musicalmente l’album abbraccia un approccio strumentale che accoglie spesso arrangiamenti classicheggianti come nel primo celebrato singolo “Drop Dead”, un brano alla Laufey che apre il disco e ne segna un po’ il mood. La tracklist è infatti puntellata da ballad che dovrebbero forse comunicare ansie amorose sincere ma sconfinano spesso nella banalità – “Stupid Song”, “Begged”, “Less” appartengono a questa risma. Non mancano alcune sorprese carine, come il crescendo atmosferico in “Purple” e l’indie rock un po’ anacronistico di “My Way”, il pezzo più rock dell’album e forse il migliore, almeno se confrontato con il resto delle canzoni. Anche “Expectations”, più viva e vivace impostata su un rock scanzonato con forti bassi, potrebbe suonare bene a molti party: nel brano Olivia elenca tutto quello che non cerca più in un uomo, descrivendo una sua “evoluzione” in tal senso ma, sembra, incerta lei stessa se prendere questi cambiamenti con ironia o meno.
“Maggots For Brains” è l’unica canzone del disco a rivelare la chiara influenza dei Cure – si è parlato molto di questa ispirazione, che avrebbe dovuto in teoria interessare il disco in misura ben più ampia – il cui stile viene ripreso ovviamente con tutti gli aggiornamenti (al 2026) del caso; è anche uno dei pochi brani a tradire un malessere esistenziale piuttosto esplicito (“I’m a zombie in my body/ I’m a sad shell of a woman”) al di là della semplice sofferenza romantica. “U + Me = <3” cerca di rintracciare una esperienza simile nel lavoro di chitarra, ma si ferma a un pop/rock poco eclatante che rimanda più a inizio millennio che ai territori new wave anni 80 della band di Robert Smith. Il quale, comunque, compare di persona in un duetto con Olivia nel brano “What’s Wrong With Me”, un’accoppiata che tuttavia delude e al di là dell’eclatante bridge generazionale mette in scena poco altro di notevole, perché il brano è decisamente poco incisivo. Dopo tutto, l’ascendente del mito inglese della musica alternativa e del gothic rock su questo terzo lavoro di Olivia Rodrigo si è dimostrato alquanto superficiale, se non nullo.
Per quanto riguarda il resto dell’album, c’è poco altro da dire: pur salda nel suo ruolo di icona generazionale, Olivia Rodrigo sembra non mostrare una crescita musicale né lirica (né personale), preferendo a quanto pare continuare a costruire colonne sonore per i suoi mille mondi romantici nei quali adora perdersi tra lacrime, amara ironia e pura estasi d’amore – quando l’amore c’è. Se, però, questo è tutto quello che riesce a comunicare una artista considerata oggi tra le più importanti e famose al mondo, sia pure tenendo presente che si muove in ambito pop, c’è forse da chiedersi: davvero, davvero questo rimarrà uno degli album più chiacchierati del 2026? E, se sì, lo merita?
13/06/2026