Mi piacerebbe che la mia musica fosse come la mia voce: non necessariamente bella, ma vera. Una voce segnata dal tempo, piena di rughe. Tutti i linguaggi che ho toccato sono quelle rughe
(Vincenzo Germano)
Si parte con un incontro impossibile tra un ciclista d’altri tempi e un regista contemporaneo, tra un campione della bicicletta d’annata, come l’indimenticabile Luis Ocaña, e un cineasta provocante, ossia Gaspar Noé. Due anime apparentemente distanti, che però finiscono per idealizzare una tensione lampante, prima di sciogliersi in una cascata melodica di suoni che rimbalzano in un finale degno di una traccia industrial e arricchita, perlopiù, da una linea di piano tetrissima che si unisce ad un sax altrettanto virulento, incuneandosi tra una bordata elettronica e l’altra.
L’inizio di “Teatro Armónico”, il nuovo album di Opera 23, nome d’arte del compositore italiano di stanza a Madrid Vincenzo Germano, è spiazzante, eppure rivelatorio di un’opera complessa, esplicante di un habitat interiore figurato dove lasciar fluttuare nell’aria trovate apparentemente inconciliabili, per un’alchimia decisamente unica nel suo genere, il cui titolo è ispirato al Teatro Armonico del compositore seicentesco Giovanni Francesco Anerio, per giunta inteso, stando, appunto, anche alle parole di Germano, “non come spazio fisico, ma come architettura mentale e umana: un luogo dove pensieri, idee e sensibilità diverse possono coesistere pacificamente”.
A suonare le otto partiture sono lo stesso Vincenzo Germano (basso elettrico, contrabbasso, elettronica, composizione), Moisés P. Sánchez (pianoforte), Iván García Redondo (clarinetto basso) e Ludowic (trautonium e sintetizzatori in “Armónico”).
Presentato al Festival Jazz di Medinaceli (prima assoluta, ottobre 2025) e al Teatro OffLatina di Madrid (sold-out, febbraio 2026), con copertura su Radio Nacional de España, MásJazzDigital e La Estrategia del Caracol, “Teatro Armónico” fonde l’anima modern classical di Opera 23 e il suo spirito più decostruzionista, in un amplesso che rapisce i sensi e altrove consola, come in “La caja viajera”, con il contrabbasso e il piano che danzano leggeri sopra una nuvola carica d’acqua, a metaforizzare così un sentimento trattenuto, e cifra costante di un’opera che nei sette minuti di “Religiosamente” trova la propria quadratura free from del cerchio, mentre svolazzi privi di coordinate del clarinetto basso soggiogano i timpani e la parte elettronica, saggiamente gestita da Germano, ricrea una sporta di eden sci-fi sullo sfondo. E ancora i dodici minuti scarsi di “Hymno”, che si stagliano nel disco tra parlati indecifrabili, zigzag assurdi del basso elettrico ed entrate “sul palco” del piano che aggraziano un’atmosfera altrimenti lunare.
Il pathos non manca nemmeno negli episodi meno “dadaistici”, come in “Robota (La caja de lata)”, anch’essa dominata dal pianismo incantevole di Sánchez, quantomeno nella prima parte, visto che la seconda è una folle rincorsa ad una specie di proto-funk tanto futuristico quanto destrutturato. Non manca, infine, una certa stasi, a rasserenare tutto con il leggendario trautonium suonato da Ludowic, ovvero il monofonico inventato a Berlino nel 1930 dal fisico Friedrich Trautwein, che impera soave in “Armónico”.
Si potrebbe proseguire citando l’oscura partitura che emerge in “Talking about relativism”, prima che muti in un brano instrumental hip hop (!). O si potrebbe anche sciorinare la consueta trafila di paralleli, che vanno idealmente da Vlasislav Delay a Fennesz. Ma sarebbe una via di fuga comoda, per quantificare un album camaleontico, sfuggente e amabilmente ispirato, che conferma lo spessore assoluto di Vincenzo Germano, alchimista e teatrante di una messa in scena sonora da ascoltare e riascoltare, lasciandosi stupire ad ogni rinnovato giro di boa.
28/07/2026