Diciamolo subito: “Act III” è l’album dei Kasabian che aspettavamo da oltre un decennio, (finora) invano. E non perché ci si trovi al cospetto di un capolavoro: siamo sempre e comunque lontanissimi dai picchi toccati a inizio millennio dalla band di Leicester. E tuttavia, con tutti i suoi innegabili pregi e difetti, questo nono lavoro in studio ritrova in parte la freschezza e l’energia ormai perdute sotto velleità mainstream che evidentemente mal si confacevano al progetto inglese.
Metabolizzato il traumatico – sotto ogni punto di vista – addio di Tom Meighan, i Kasabian al terzo tentativo del nuovo corso, come da titolo, sembrano aver ritrovato un precario equilibrio sul quale danzare. Ecco, pur lasciandosi ancora andare a qualche forse inevitabile scivolone, Serge Pizzorno dosa con maggiore perizia inni elettrici e velleità da dancefloor, che tradotto significa uptempo a tratti straripanti (“Hippie Sunshine”, “Great Pretender”, “Hyper//Rising”) e brani ballabili non più posticci ma sostanzialmente innocui, se non quasi godibili (“Silver Apple Eyes”). “Soulmate” prova addirittura a riallacciare i nodi con le origini della band inglese, un esercizio di madchesterismo che riporta le lancette ai bei tempi di “L.S.F.”.
Certo, il confine tra stilosità e tracotanza da queste parti continua a rimanere alquanto sottile, e va a finire che il pendolo sconfini da entrambi i lati. Se la curiosa “Superpowers” mescola ritornelli 100% Kasabian-style a strofe che sembrano sgorgare dalla penna di Eminem, risultando tutto sommato riuscita, la voglia di strafare (o di riprovare a bucare le classifiche) partorisce una “Nothing Better Than This” che ancora una volta risulta banale e posticcia. Laddove “The Guru anc the Crypto Time Machine” sembra accartocciarsi su sé stessa, “Glide” stupisce per le soluzioni strumentali che inventa. Immancabile anche la ballad “Say You (Closer)”, che qui va a chiudere il sipario.
“Act III”, a sua volta suddiviso in tre atti divisi da interludi strumentali, è un ritratto sincero di ciò che i Kasabian sono diventati: un progetto a metà strada tra la riproposizione dei retaggi giovanili, che tuttora appaiono il lato più sincero e meglio riuscito, e uno slancio verso territori pop che, anche con il senno di poi a favore, fanno a pugni con la realtà dei fatti. Come un visconte dimezzato di calviniana memoria, Serge Pizzorno continua a mostrare le due enigmatiche facce della stessa medaglia.
08/09/2026