Si fa presto a dire country. Se poi nello specifico tiriamo in ballo il bluegrass, tutto potrebbe apparire musicalmente prevedibile e innocuo. Ma questa è una storia ben diversa, perché il protagonista ha tutte le carte in regola per raccogliere l’eredità di John Prine, Waylon Jennings, Kris Kristofferson, Dillard & Clark e John Hartford.
Vincitore di ben tre Grammy Award per il miglior album bluegrass (“Home” del 2021, “Live Vol. 1” del 2025 e “Highway Prayers” del 2026), il chitarrista e cantautore del Michigan William Lee Apostol, in arte Billy Strings, ha ribaltato la prospettiva della musica bluegrass, strappandola dall’austera disciplina della tradizione.
Si deve al patrigno Terry Barber l’iniziazione del musicista al fascino della musica country, ma William Lee si è sporcato le mani calcando il palco con band heavy metal, affinando uno stile che ha reinventato non solo esteticamente ma anche tecnicamente la musica bluegrass.
Willie Nelson lo ha definito “il John Coltrane del bluegrass”, e la sua originale tecnica di flatpicking è ormai parte dei corsi accademici per chitarristi. Non sono solo la velocità e la precisione a impressionare, ma la capacità del musicista di assorbire all’interno del bluegrass fraseggi rock e jazz, fino a rendere l’ascolto dei suoi dischi un’esperienza vertiginosa e unica. A tanta perizia e inventiva, i dischi di Billy Strings offrono anche testi che evitano liturgie familiari e religiose a favore di aspre riflessioni sociali e politiche.
Prodotto dal sempre imponderabile T-Bone Burnett e pubblicato sulla storica etichetta Reprise, il nuovo disco di Billy Strings, “So Much For Goodbyes”, è un tributo alla defunta madre Debra Apostol. È un racconto viscerale e crudo in cui memoria e inquietudine si allineano per una disturbante e febbrile sequenza di confessioni affidate a sonorità country-bluegrass che hanno ben poco di tradizionale nel senso stretto.
Sono gli interrogativi e le risposte mancanti la vera spina nel fianco di un disco che non riesce a tacere del doloroso passato. Il padre del musicista morì per overdose di eroina quando lui aveva solo due anni; metanfetamine e altre droghe erano all’ordine del giorno anche quando William Lee viveva con la madre e il patrigno. Quel che mancava spesso era il cibo, e lasciare casa all’età di quattordici anni fu una scelta di pura sopravvivenza.
Sedici tracce per settantaquattro minuti di colti e stranianti crossover stilistici: questo è il sunto del nuovo album di Billy Strings, una lucida rappresentazione dell’America on the road contemporanea. Non è casuale l’insieme degli oggetti incorniciati nella bella copertina di “So Much For Goodbyes”: nella musica dell’autore c’è spazio per quei ricordi messi insieme in fretta per andar via senza una meta. Nel bluegrass stradaiolo di “I’m One Of Those” trovano linfa la moderna spiritualità gospel e un’oscurità gothic-country che gli accordi impossibili e il canto impetuoso di “Burn The Other End” trasformano in uno spasmodico rituale sciamanico, capace di esaltare le già esplorate connessioni tra country e hard rock.
Sono due le pagine che celebrano in maniera esplicita la defunta madre del musicista. “Debra’s Waltz” è una traccia strumentale volutamente svogliata, in cui le note scorrono a volte imperfette eppure appassionate, quasi a voler sottolineare un rapporto emotivo mai del tutto chiarito. Ma è nella confessionale lettera aperta (e non chiusa) di “Still I Crash” che la nostalgia diventa protagonista, allontanando quelle velleità più rudi che spesso frammentano l’atipica spiritualità dell’album.
Le vivaci “Lay Me Down” e “Light The Way” restano ancorate alla tradizione bluegrass più colta, mentre la dolente ballata “Mill Town Flood” e la suggestiva “10,000 Miles From a Friend” imbastiscono un legame con il giovane Bruce Springsteen.
È tuttavia in “I Wish I Wanted To” che trova una perfetta esegesi la modernità della musica di Billy Strings: la tradizione bluegrass è rinnovata con toni graffianti, un testo sardonico e indolente e un irresistibile uptempo. Non è certo casuale che a seguire sia posta “Remembering To Cry”, un’incessante sequenza di acrobazie chitarristiche che godono del delizioso contrappunto del violino.
“So Much For Goodbyes” è un disco articolato. Le variazioni sul tema di brani come “Wrestling An Angel”, la dolcezza inaspettata che anima il country-jazz di “Live To Tell” (con Alison Krauss gradita ospite), la poco convenzionale psichedelia di “Lucid Daydream” e la sferzata di energia di “Bluewater Breakdown” sono ulteriori tasselli di un gioiellino country-bluegrass che non solo conquista un posto di rilievo tra le uscite dell’anno, ma consolida la notevole innovazione stilistica di Billy Strings.
Ebbene sì, si fa presto a dire country.
08/09/2026