OutKast

OutKast

Gli alieni del southern hip-hop

di Michele Corrado, Antonio Silvestri

Quella del duo di Atlanta è una rivoluzione che tra contaminazioni pindariche, introspezione, ironia, attenzione all’attualità e irresistibile coolness, ha rivoluzionato l’hip-hop per sempre

Parlare degli Outkast significa affrontare una delle realtà più poliedriche e sfaccettate, sia stilisticamente che liricamente, della storia dell’hip-hop. Di un duo che, senza mai rinunciare a divertirsi, quasi come fosse un gioco, ha ricodificato e offerto nuove, infinite possibilità al genere.

 

Quando André “3000” Benjamin e Antwan “Big Boi” Patton si incontrano alle scuole superiori e si costituiscono come duo nel 1992, il mondo dell’hip-hop americano è spaccato in due dalla faida, musicale e di sangue, tra East Coast e West Coast. A New York, luogo d’origine riconosciuto del genere, si fa fatica a considerare con uguale dignità la scena californiana nonostante questa si sia sviluppata notevolmente a cavallo dei due decenni. Contemporaneamente, già dal finire degli anni Ottanta gli storici fondatori newyorkesi hanno iniziato a perdere la capacità di rinnovarsi e anche la cosiddetta new school (Run-Dmc, LL Cool J, Public Enemy, Eric B. & Rakim, Beastie Boys e altri) ha pubblicato già gli album più importanti delle rispettive discografie all’altezza del 1992, così da lasciare spazio all’hip-hop proveniente da altre zone degli Stati Uniti: fra gli album dell’anno c’è anche “The Chronic” di Dr. Dre, un produttore di Compton, California, già attivo negli N.W.A..
Alla stessa Compton ha dedicato una canzone anche il rapper del Bronx Tim Dog: l’ha intitolata “Fuck Compton”, iniziando una guerra che, nata come una questione musicale, ha finito per avere effetti macroscopici sulla storia del genere. Saranno coinvolti poi anche nuovi protagonisti della scena orientale quali Sean “Puff Daddy” Combs, The Notorious B.I.G., Craig Mack, i Mobb Deep ma anche il californiano Tupac “2Pac” Shakur e, successivamente, Snoop Dogg. La vicenda sarà seguita con grande attenzione dai media per alcuni anni e avrà tragici rilievi cronacistici, portando alla morte di 2Pac nel 1996 e The Notorious B.I.G. nel 1997.

 

Gli OutKast hanno un ruolo curioso, per quanto marginale, in queste vicende. Nel 1995 partecipano ai prestigiosi “Source Awards”, da sempre dominati dai sostenitori della East Coast. Il loro intervento viene accolto malamente da un pubblico che vede l’hip-hop come qualcosa irrimediabilmente legato alle grandi metropoli della costa atlantica, centrato su un’estetica fatta di muscoli e pistole, prestiti dalla cultura delle gang e della criminalità organizzata.
L’edizione del 1995 è particolarmente rilevante perché i premi più prestigiosi sono equamente divisi fra le due scuole: il Wu Tang Clan fa trionfare la East Coast portando a casa il titolo di “Artist Of The Year (group)” mentre il premio “Artist Of The Year (solo)” è vinto da Snoop Dogg. Tra i nuovi artisti premiati, però, troviamo sia The Notorious B.I.G. (premiato anche anche come lyricist, per l’album dell’anno e come rapper solista), sia un gruppo che non appartiene né alla East Coast né alla West Coast, gli OutKast. Il discorso con cui il duo accetta il premio è la fotografia di quanto la band di Atlanta fosse distante dalla sensibilità dell’hip-hop più istituzionalizzato, che li rifiuta e respinge come un corpo estraneo. Sarà André 3000 a riassumere in poche frasi, diventate poi storiche, l’urgenza espressiva del Sud degli Stati Uniti di proporre una terza via all’’hip-hop:

But it's like this though, I'm tired of them closed minded folks, it's like we gotta demo tape but don't nobody want to hear it. But it's like this: the South got something to say, that's all I got to say.


Gli OutKast, da Atlanta, nella New York dei “Source Awards” sono degli alieni. Faranno di questa loro estraneità una forza, un vanto, una questione identitaria: saranno loro stessi, con un gioco di parole semplice quanto geniale, a definirsi “ATLiens”, gli alieni di Atlanta.

La terza via all’hip-hop: Southernplayalisticadillacmuzik e il suo ruolo nel southern-hip-hop

 

outkastbody1Il southern-hip-hop non è un’invenzione degli OutKast e loro non sono neanche i primi a ottenere una qualche notorietà. I più importanti fra i fondatori sono i Geto Boys da Houston, Texas, che hanno scioccato già gli appassionati fra Ottanta e Novanta con dei testi che portano all’estremo le liriche esplicite del gangsta-rap, concentrandosi su omicidi, sesso e violenze assortite.
Altri nomi della prima scena sudista, come lo Scarface solista (già nei Geto Boys) e UGK hanno già ricevuto le attenzioni degli appassionati ma rimanendo legati a un’estetica di violenza, sesso e criminalità.
Ad Atlanta, però, c’è almeno un altro gruppo hip-hop che ha scelto un approccio alternativo alla materia, e sono gli Arrested Development. Nel loro esordio “3 Years, 5 Months And 2 Days In The Life Of…” (1992) la musica è attraversata da sentimenti cristiani, afrocentrismo, ottimismo e
good vibes e l’album diventa un successo di portata internazionale. Non è da escludere che gli OutKast, loro concittadini, partano anche da questa lettura creativa dell’hip-hop per cercare un proprio stile, anche se più nella filosofia che nei risultati: gli Arrested Development sono eredi dei Public Enemy e del loro impegno socio-politico, pur reso decisamente più costruttivo che rivoluzionario, mentre gli OutKast intraprendono una traiettoria che trascura i messaggi di tipo politico e sociale, ma si concentra sulle esperienze personali e sulle fascinazioni psych-funk-soul.

 

André 3000 e Big Boi, dopo gli anni come compagni di scuola, si uniscono al team di produttori Organized Noize (Rico Wade, Ray Murray e Sleepy Brown) e decidono di chiamarsi OutKast (scritto anche Outkast; dall’inglese outcast, emarginato). Racconteranno loro stessi il significato del nome in un interludio parlato dell’esordio, “True Dat”, prima di tante collaborazioni con Big Rube:

OutKast, pronounced outcast
Adjective meaning homeless, or unaccepted in society
But let's look deeper than that
Are you an OutKast?
If you understand and feel the basic principles and
Fundamental truths contained within this music, you probably are
If you think it's all about pimpin' hoes and slamming Cadillac do's
You probably a cracker, or a nigga that think he a cracker
Or maybe just don't understand
An OutKast is someone who is not considered to be part of the normal world
He is looked at differently
He is not accepted because of his clothes, his hair
His occupation, his beliefs or his skin color

outkastbody2Forti di un contratto con LaFace firmato nel 1992, in seguito al successo della hit “Tennessee” degli Arrested Development, anche loro pubblicano il primo singolo nel 1993, “Player’s Ball”. Il brano vende oltre mezzo milione di copie e introduce gli ascoltatori al loro sound colorato e divertente, vivacizzato dal ritornello in falsetto cantato da Sleepy Brown, reso più dinamico dalle comparsate di Rico Wade (in apertura) e Peaches (quasi in chiusura), oltre ai due rapper titolari.
L’album d’esordio, che segue la pubblicazione di alcuni demo, Southernplayalisticadillacmuzik (1994), è un connubio di hip-hop e importanti dosi di psichedelia, funk, r’n’b e soul. Se la strumentazione live, le citazioni settantiane, i groove e le melodie nostalgiche possono far pensare a una raccolta di brani passatisti, l’equilibrio è reso possibile dall’integrazione di questi elementi con soluzioni al passo con le evoluzioni dell’hip-hop, dai beat elettronici alle linee di basso della scena di Memphis, senza disdegnare citazioni che ritornano alle origini dell’hip-hop, quali lo scratch.
Nel corso dei 17 brani per 64 minuti si passa dagli scampoli jazz dell’introduzione al flessuoso psych-funk-rock di “Myintrotoletuknow” e della sensuale
title track, transitando attraverso numeri hip-hop più futuristici e ballabili, come “Ain’t No Thang” e “D.E.E.P.”, altri smaccatamente rilassati e soul, come “Funky Ride” e “Crumblin’ Erb”, e altri ancora più aggressivi, come l’ipnotica “Hootie Hoo” guidata dagli ululati dei cori. In “Git Up, Git Out” (feat. Goodie Mob) si dedicano anche ad allontanare i giovani da droghe e vita di strada, seguendo un approccio ben diverso dai tanti violenti e aggressivi rapper di successo nel periodo.

 

Southernplayalisticadillacmuzik è un album centrale per l’emersione della scena di Atlanta e per l’ascesa nel mainstream del southern-hip-hop, perché non solo proviene dal Sud, come gli afrocentrici Arrested Development, ma si propone anche con un sound ben lontano dai cliché di East Coast e West Coast senza cercare l’immediato riconoscimento di un pubblico trasversale.
Un esordio dedicato ad Atlanta in ogni sua rima e suono ma anche adatto a far segnare la capitale della Georgia sulla mappa dal resto degli Stati Uniti, proprio negli anni in cui tutto l’hip-hop, o quasi, sembra dover passare da New York o da Compton.
L’album ottiene il disco di platino in patria per aver totalizzato oltre un milione di copie vendute ma, soprattutto, aiuta Atlanta a sfornare artisti poi diventati famosi a livello mondiale. È il caso delle TLC, sotto contratto anche loro con LaFace e già forti di un esordio come “Ooooooohhh... On the TLC Tip” (1992; oltre 6 milioni di copie nel mondo), che venderanno oltre 25 milioni di copie con “CrazySexyCool” (1994) e “FanMail” (1999).
Un simile successo arriderà anche a Toni Braxton, sempre sotto contratto con LaFace ai tempi del bestseller “Secrets” (1996; oltre 15 milioni di copie nel mondo), seguito dell’esordio omonimo che già aveva totalizzato oltre 10 milioni di copie.

 

Come abbiamo già detto, nel 1995 vincono ai “Source Awards”, ma la reazione del pubblico li spinge verso uno stile ancora più distante dal resto dell’hip-hop nazionale. Sul modello di Southernplayalisticadillacmuzik e forti del suo successo, possono concordare maggiore libertà con la LaFace ed evolvere verso qualcosa di ancora più… alieno.

Gli alieni di Atlanta: ATLiens e il grande successo

 

outkastbody2.5L’esordio è stato un successo ma ATLiens (1996), il secondo album, è destinato a cambiare per sempre la vita del duo. Forti di un proprio studio di registrazione e intenzionati ad avere maggior controllo sul processo creativo, André 3000 e Big Boi sperimentano anche con le prime composizioni a firma loro e decidono di evitare spesso il sampling.
Decisamente più disteso nei tempi, alieno e psichedelico,
ATLiens è caratterizzato da echi e riverberi, con prestiti dal reggae, dal dub e dal gospel che si aggiungono a quanto già ascoltato sull’esordio. I temi toccati nei testi allargano verso la vita extraterrestre e i viaggi nello spazio (ovviamente…). Il content scarta dall'edonismo violento alle pistole a profusione per raccontare la vita di quartiere secondo una prospettiva più positiva, che si allontana da droghe e violenza. Venderà 350 mila copie in due settimane e raggiungerà quota 2 milioni nel 2003.
Conoscendo, a posteriori, l'evoluzione stilistica degli OutKast, questo secondo album può essere considerato di passaggio. È un momento in cui i due titolari calibrano il proprio stile, allontanandosi ancora di più dal resto dell'hip-hop, anche southern, come espresso nel testo di "Two Dope Boys (In A Cadillac)" ("This side niggas dusting, that side niggas lacing/ But in the middle we stay calm, we just drop bombs"), esplorando un divertito edonismo come nella title track, ammiccando a una rilassata psichedelia in "Wheelz Of Steel", anche nostalgica in "Mainstream" (feat. T-Mo Goodie e Khujo Goodie) e spaziale in "E.T. (Extraterrestrial)".
I due singoli posti di seguito, la sensuale "Jazzy Belle" e l'aliena e ipnotica "Elevators (Me & You)", ben riassumono la ricerca di quest'album, mentre la lunga chiusura di "13th Floor/Growing Old" esplicita la tendenza a una certa perdita di densità rispetto all'esordio, tanto da lambire il prolisso.

 

Per quanto interlocutorio nello stile, ATLiens ha il pregio di trasformare gli OutKast in un gruppo di successo ben oltre i confini di Atlanta e porre le basi per il successo internazionale e trasversale dei prossimi album. Già a questo punto della carriera, la loro musica è d'interesse non solo per il ristretto circolo degli appassionati di hip-hop, genere i cui confini hanno contribuito a ridefinire e ampliare.

I capolavori di fine millennio: Aquemini e Stankonia

 

outkastbody3Sull'onda del successo del secondo album, gli OutKast possono permettersi una libertà creativa totale, fatta di turnisti, ospiti di pregio, composizioni ancora più elaborate e la possibilità di improvvisare in studio durante le lunghe settimane di registrazione.
Nel frattempo soprattutto André 3000 è diventato un personaggio sempre più carismatico, vestito sul palco nei modi più appariscenti, e persino un uomo del gossip per via della storia con Erykah Badu. Una relazione che lo cambiò profondamente. Non soltanto nelle vesti, ormai sgargianti e ultra-trendy, e nella capigliatura sempre più eccentrica, ma anche nello stile di vita, che vide il rapper rinunciare alla carne e alla marijuana, e nello spirito.

 

Il terzo Lp, Aquemini (1998), è prodotto dai due titolari seguendo l'esempio degli Organized Noize. Oltre a proseguire il contrasto fra urbano e alieno di ATLiens, l'album distingue con più forza i contributi dei due rapper, con Big Boi impegnato nelle strofe più tipicamente hip-hop e André 3000 a spingere verso sperimentazioni e contaminazioni: è una dinamica che il gruppo porterà alle estreme conseguenze con un album doppio in cui ognuno firmerà uno dei due dischi come Speakerboxxx/The Love Below.
Questo dualismo, che qui è ancora fusione di due sensibilità, è rappresentato sin dal titolo, che è un'unione dei segni zodiacali dei rapper:
aquarius + gemini. L’Acquario Big Boi ci mette dunque una limpida fedeltà ai canoni southern-hip-hop, il Gemelli André invece è un giano bifronte di contenuti, innovazioni e citazioni. Le due costellazioni si incrociano creando una galassia rap controversa, multiforme, ma perfettamente bilanciata, chiamata per l’appunto Aquemini.
Seguendo la strada tracciata già da ATLiens, l’approccio alle liriche del duo lo vede staccarsi con decisione dalle sbruffonerie gangsta tipiche della faida tra coste che aveva infiammato il decennio e abbracciare dunque tematiche più profonde, quali la natura umana, l’individualismo, il masochismo e la dipendenza da sostanze stupefacenti. Si può affermare senza timori che con il loro terzo disco gli OutKast inglobarono nel loro stile un modo di scrivere a tutti gli effetti afferente al nascente filone conscious-hip-hop.
Lo stacco dal “vecchio hip hop” è ancora più evidente in termini di
sound. Anzitutto sia i campionamenti che le parti suonate introdotte da Benjamin, svariando dal funk al gospel, dalla disco-music al rock, conferiscono all'album un suono decisamente articolato e colto per gli standard hip-hop dell’epoca.
Nei 74 minuti di scaletta è facile avere attimi di disorientamento: la dolcissima psichedelia sussurrata dell'introduzione porta all'umbratile beat della southern "Return Of The G". "Rosa Parks" recupera invece le chitarre e l'armonica del blues; mentre la title track rallenta e riecheggia sorniona, liquida e sensuale. Rimescola ulteriormente le carte del mazzo "Synthesizer" (con l’ospite di lusso George Clinton), che lambisce l'electro tanto cara ad Afrika Bambaataa.
Poco dopo "West Savannah" tradisce influenze dub, così come in "Mamacita" c'è persino qualcosa dell'eccentrico stile meticcio del Wyclef Jean solista.
Oltre che per la varietà, i brani sanno colpire per l'ambizione di alcune soluzioni: "Da Art Of Storytelling" è divisa in due parti, la prima piantata con i piedi nella realtà urbana e la seconda in un inferno apocalittico, mentre un altro brano, "SpottieOttieDopalicious", opta per un'orgiastica forma di
jam psych-funk di sette minuti. Con i suoi quasi nove minuti, “Liberation” è ancora più corposa, ma completamente diversa. La base è delicata ed elegante, tradisce sofisticate ispirazioni r'n'b, jazz e gospel e fa da tappeto al passo sornione e un po’ sguaiato della strana coppia, che fa da contraltare alle sensuali e ammiccanti linee r'n'b dell’ospite Cee-lo.

 

Aquemini mette in campo un roster di influenze alieno, impensabile per un disco hip-hop destinato a fare sfracelli in classifica. Riesce però a brillare anche in pezzi più tradizionali, come quando Big Boi e André si avvalgono del contributo di Raekwon per mettere in piedi un assalto gangsta su base sghemba e dinoccolata intitolato “Skew It On The Bar-B”.
L'impatto nel mondo della critica pop-rock di Aquemini è ben riassunto dal suo inserimento nella classica dei "500 Greatest Albums of All Time" di Rolling Stone: nella versione del 2003 è al numero 500, nella revisione del 2020 sale al numero 49. L'influenza di questo hip-hop meticcio e contaminato si estende alla scena alternativa di fine millennio, con collegamenti e rimandi che portano fino a Kanye West e Kendrick Lamar.

 

outkastbody4Se Aquemini fu per gli OutKast il disco della definitiva consacrazione e del riconoscimento globale da parte di critica e mondo hip-hop, due anni dopo, con il leggendario Stankonia (2000), sarebbe arrivata anche quella commerciale e di pubblico. Un vero e proprio bagno di fama e vendite che avrebbe visto il disco al secondo posto della classifica generale di Billboard e molto in alto in quelle di tutto il mondo, con un sonoro decimo posto in quella del Regno Unito e un quarto in quella canadese. Numeri tutt’altro che scontati per un duo dall’approccio alla materia rap assolutamente non canonico.
Se la rivoluzione di Aquemini fu quella di inglobare nel southern-hip-hop elementi disparati e sofisticati, quella di Stankonia vede André e Big Boi non solo ampliare l’inarrestabile girandola di influenze messa in campo, ma renderla ancora più catchy, ammiccante, radiofonica, sfavillante. Un’operazione certamente condotta attraverso gli iconici singoli “B.O.B.” (disco di platino in patria), “Ms. Jackson” (triplo platino in patria, doppio in Uk, quintuplo in Australia ecc.) e “So Fresh, So Clean” (platino in patria), ma anche mediante il mood generale del disco e il suo appeal sbrilluccicante.
André Benjamin è un uragano di creatività, la sua voglia di inglobare citazioni, parti suonate, stili e contaminazioni non conosce limiti, agisce in Stankonia come una specie di frullatore cosmico che ingoia materie contrastanti e le risputa riformulate e attraenti, perfette per il mercato di inizio millennio come per gli ascoltatori hip-hop e di musica alternativa più esigenti.
Big Boi riporta invece le invenzioni pindariche del collega sul pianeta hip-hop. Da un approccio in apparenza contrastante nasce però un equilibrio irripetibile, destinato a entrare nella storia del genere sin dal suo concepimento. Così difficile da replicare che, come anticipato, nel disco successivo la coppia si sarebbe “separata in casa”.

 

outkastbody3.5Uscito nell’ottobre 2000 per LaFace Records, Stankonia fu registrato e prodotto quasi esclusivamente dagli OutKast in una struttura di Atlanta da poco rilevata dal duo, precedentemente di proprietà dell’artista r'n'b Bobby Brown, e che sarebbe stata per l’appunto ribattezzata "Stankonia Studios".
Dicevamo dell’incontenibile voglia di André di immergere l’hip-hop degli OutKast in un mare magnum di influenze che vanno dal funk alla
rave music, dalla psichedelia al gospel e al rock, ma il quarto disco degli OutKast in realtà espande anche il loro universo lirico. Ci sono dentro le paillettes e la coolness immancabili nell’hip-hop di inizio millennio, ma anche i pensieri mai banali di due autori che si guardano dentro scandagliando la propria coscienza umana e politica, confrontandosi con temi duri quali razzismo e paternità.
Nel giro di un minuto abbondante, “Intro”, di nome e di fatto, immerge l’ascoltatore in un mondo futuristico e sommerso denominato ovviamente
Stankonia. Ci sono mugolii sensuali, sintetizzatori spaziali e soprattutto dei vocals mesmerici che invitano chi ascolta a rimbalzare e fluttuare.
Giusto il
tempo di ambientarsi, che si viene travolti dall’irruenta “Gasoline Dreams”. Il mattatore è qui André con un rap travolgente e sguaiato, tanto che a momenti sembra ragliare nel microfono, mentre tutt’intorno è un turbinare di chitarre acide, bassi e percussioni incessanti. Praticamente una versione deviata e psicotropa dei Run-Dmc più hard-rock.
Si torna a respirare nel breve intermezzo “I’m Cool”, dove una voce soul femminile trasforma la sensazione di freddo trasmessa da un mondo ostile in magnetismo e sensualità, passando dunque da cold a cool, da una sensazione di disagio a una di dominazione totale delle contingenze. Non può che seguire dunque la sbarazzina e smargiassa “So Fresh, So Clean”, uno dei più grandi successi degli OutKast.
Il ritornello in falsetto ripetuto da André fino all’ossessione, le tastierine
vintage che si muovono come la sabbia di una spiaggia durante la bassa marea, il contrappunto micidiale di Big Boi: tutto è semplice quanto perfetto. Questa volta le radio sono fottute e gli OutKast arrivano ovunque.
Non paghi, i due piazzano un altro pezzo da novanta subito dopo. Andamento caracollante, tastiere argentate, interventini di pianoforte,
scratch sapienti, un’effettistica insistente quanto delicata, le strofe controtempo e il ritornello zoppicante sono l’ossatura di una “Ms. Jackson” destinata a fare sfracelli, anche a traino di un iconico videoclip felino.

You can plan a pretty picnic, but you can't predict the weather

Eppure è tutt’altro che un brano da prendere alla leggera: la miss del titolo è la mamma della Badu, con la quale Benjamin aveva recentemente rotto, preoccupata per il destino della figlia di madre sola. Nonostante la rottura ritroviamo Erykah Badu a offrire uno dei contributi esterni più preziosi del disco. I suoi svolazzanti vocals neo-soul sono il perno della meravigliosa e scanzonata “Humble Mumble”, dove trovano casa tra gli sgargianti ritmi tropicali e i flow gommosi di André e Big Boi. Ma sono l'abbondanza e la varietà a dominare: dall'erotismo psych-funk di "I'll Call Before I Cum" al southern-hip-hop smargiasso di "We Love Deez Hoez" fino al breakbeat di "?" e alle allucinazioni robotico-cosmiche del soul-funk alieno di "Toilet Tisha" e passando dai numerosi interludi d'atmosfera. Fuori dalle hit, il brano più compiuto è forse l'orgiastica jam psych-soul-funk-dub della lunga title track.

 

Guai però a pensare che gli Outkast si siano ammorbiditi. Sulla copertina di Stankonia le loro eccentriche sagome si stagliano su una bandiera a stelle e strisce priva di colore, simbolo di un’America tutt’altro che equa e libera. Ecco dunque Killer Mike e J-Sweet fornire al disco una potenza di fuoco hardcore-hip-hop, con i loro flow taglienti a infrangersi tra i beat secchi di “B.O.B.” (acronimo di Bombs Over Baghdad), puzzle tanto divertente quanto affilato di capriole ritmiche, assoli di chitarra elettrica, intersezioni pericolose di linee vocali e un refrain destinato a echeggiare nell’eternità. Un brano tanto efficace da ballare quanto adatto a fare da inno per una generazione che deve farsi forza e reagire ai soprusi perpetrati dalla politica.

Separati in casa sul tetto del mondo:Speakerboxxx/The Love Below e Idlewild

 

outkastbody6Dopo il successo di pubblico e critica di Stankonia, accolto sin dai suoi primi giorni come un capolavoro dell’hip-hop, gli OutKast sono sul tetto del mondo. È dunque fisiologico che André e Big Boi si prendano del tempo prima di tornare in studio. Il primo dei due si trasferisce a Los Angeles, dove prova una neanche troppo infruttuosa carriera di attore, mentre il secondo rimane in quel di Atlanta e continua a produrre musica. Proprio in quel di Los Angeles, Benjamin comincia a scrivere numerosi testi e registrare tracce vocali, attorno ai quali costruirà delle nuove canzoni. Quando l’artista annuncia al suo partner che ha in mente di produrre un disco solista intitolato “The Love Below”, Big Boi gli risponde che anche lui era a lavoro su delle tracce in solitaria e che sta pensando a un disco intitolato “Speakerboxxx”.

 

Quello che nel 2003 venne presentato come un disco doppio, intitolato SpeakerBoxxx/The Love Below, lo è infatti soltanto nella forma e nella modalità di distribuzione. Si tratta infatti a tutti gli effetti di due dischi solisti co-prodotti dai due OutKast, ma concepiti e realizzati in piena indipendenza.
Anche stilisticamente i due dischi differiscono enormemente, con la parte di Big Boi a suonare nuovamente southern-hip-hop, seppure con forti influenze funk, e quella di André 3000 ad abbracciare finalmente e in tutto e per tutto, e senza il filtro dell’hip-hop, soul, jazz e r'n'b. Va da sé che la scissione dei due percorsi segna il sacrificio dell’alchimia, dell’equilibrio impossibile che aveva reso così importanti e rivoluzionari
Aquemini e Stankonia, eppure il fuoco degli OutKast è tutt’altro che spento.
I due rapper sono ancora nel pieno della loro creatività e il risultato rappresenta il loro più grande successo commerciale di sempre (primo posto immediato nella classifica di Billboard e primo Grammy come miglior album di sempre a un disco hip-hop, tanto per citare due traguardi), contenente in entrambi i suoi lati, che insieme ammontano a 2 ore e 15 minuti, hit inossidabili ed esperimenti inimmaginabili.
Big Boi e André sembrano da questo punto di vista essersi divisi proprio tutto, anche i loro più grandi successi commerciali di ogni tempo: per il primo un’estiva e travolgente “The Way You Move”, destinata a infestare i party r'n'b di tutto il mondo per l’eternità, mentre per il secondo la straordinaria ed euforica “Hey Ya!”, un brano semplice soltanto in apparenza, che dietro al ritornello scanzonato e festoso nasconde cambi di ritmo geometrici e influenze ampie quanto profonde.

Don't want to meet your daddy, just want you in my caddy

 

Sintetizzatori tirati, bassi pompati e sempre ben in vista, arrembaggi rap old-school: Speakerboxxx va dritto come un treno sin dalla sua programmatica opener “GhettoMusick”, dove Big Boy, pur in compagnia di André, rivela con estrema chiarezza in quale direzione intende muoversi. Dopo una “Unhappy” più scivolosa e schiva, “Bowtie” ci porta in una scalmanata festa di quartiere.
Il vecchio amico Killer Mike viene qui richiamato per ben due featuring: “Bust”, che è inevitabilmente l’episodio più tirato del disco, e “Flip Flop Rock”, dove scorrazza in compagnia di Jay-Z tra scratch recalcitranti ed elettronica futuristica. Non sono meno irresistibili momenti più dolci, come una “Reset” condita da un’altra ospitata della vecchia conoscenza Cee-Lo e da rilassanti battiti r'n'b.
The Love Below è invece un giardino delle meraviglie in cui André 3000 ha piantato i semi delle sue passioni musicali più ardenti, dai quali sono sbocciati pregiati fiori dai mille colori e profumi.
È un fiore di nome e di fatto “Roses”, brano nel quale Big Boi presta il controcanto al r'n'b sbilenco e sgraziato che il titolare del brano appoggia su irresistibili sintetizzatori Motown; ma lo sono anche anche le varie “Love Hater”, invasione di campo jazz-pop con tanto di orchestra anni 50, il funk sfavillante con coda di tastiere cibernetiche “Happy Valentine’s Day” e una “Spread” che spezzetta assoli jazz di piano e di sassofono mediante una ritmica breakbeat.

Non è distante da questo modo di agire “Vibrate”, che introduce martellanti effetti elettronici tra note di tromba provenienti direttamente da un fumoso jazz-club di metà secolo. Interpretato in compagnia di Kelis, “Dracula’s Wedding” è un esperimento di weird-soul che fa il pari ai numerosi intermezzi comico-demenziali interposti da André tra diversi brani.
In SpeakerBoxxx/The Love Below André 3000 fa un passo di lato trasformando le influenze dei suoi vecchi esperimenti nell’epicentro dei nuovi, Big Boi ne muove invece uno indietro, riavvicinandosi alle sue radici e a quello che per lui era il significato primigenio del fare hip-hop. In questa scatenata festa con due sale e due palchi, i due rapper si concentrano su temi diversi anche liricamente. Benjamin, deluso dal tramonto della storia con la Badu, si sofferma sul significato dell’amore, affrontandolo con malizia, romanticismo e tanta ironia; mentre Antwan Patton, come da copione southern, si sofferma sulla vita di quartiere, si riferisce spesso e volentieri al sociale e non disdegna qualche salace attacco alla politica.

 

Come anticipavamo, la rivoluzione stilistica dei due dischi che hanno preceduto la quinta opera degli OutKast è ormai terminata. Non lo è però l’ispirazione, tale da consentire al duo il quarto grandissimo disco di fila. Un’estasi destinata, purtroppo, a tramontare di lì a poco.
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SpeakerBoxxx/The Love Below è stato per i due artisti e il personale coinvolto un tour de force sfibrante, che in tutto ha portato a realizzare circa 120 canzoni. Dopo una fatica del genere uno iato di tre anni è assolutamente fisiologico e per fare tornare gli Outkast al lavoro ci vuole un buon motivo.

 

outkastbody5.5Nel 2006 ad André e Big Boi viene proposto dal regista Bryan Barber di interpretare e musicare un film musicale intitolato “Idlewild” (Universal Pictures e Hbo). Ambientata nel Sud degli Stati Uniti negli anni 30, la pellicola vede i due rapper nel ruolo di un impiegato dell’obitorio con la passione per la musica e di un pianista che si conoscono suonando di notte in una fumosa venue chiamata The Church.
Per il film gli OutKast realizzano una colonna sonora anacronistica che li vede mescolare l’hip-hop e il funk a jazz, gospel e country anni 30. Pane per la bocca di Benjamin.
Idlewild non è però una soundtrack classica, ma un vero e proprio album lungo oltre un’ora e sviluppato in 25 brani, dei quali soltanto 7 compaiono nella pellicola. Ospiti del calibro di Killer Mike, Janelle Monae, Snoop Dogg e Macy Gray arricchiscono il disco portando varietà e qualità. La ciambella non riesce però sempre col buco.
Forse a causa delle briglie tematiche, questa volta gli OutKast non possono sfruttare appieno la fantasia negli arrangiamenti di André 3000 e gli episodi all’altezza delle precedenti prove discografiche del duo sono pochi. Fanno sicuramente parte del novero il ferroso blues per chitarra acustica e handclapping “Idlewild Blue”, cantato da André alla grandissima e ricco di svolazzi gospel, e “The Train”, dove i flow morbidi di Scar e Sleepy Brown sgusciano tra le trombe di un’orchestra jazz; mentre brani più tipicamente hip-hop come “Hollywood Divorce”, che ospita nientemeno che Snoop Dogg e Lil’ Wayne, stentano a decollare e a offrire spunti davvero interessanti. Altre volte la classe di un’ospite fa invece la differenza, come nel caso di Janelle Monae che si comporta da regina in una “Call The Law” deliziosamente attempata e briosa.
Lungi dall’essere un disco brutto,
Idlewild viene penalizzato più che altro dalla sua durata mastodontica, che molto spesso non ripaga lo sforzo che richiede. Nei suoi momenti più ispirati suona però come un canto del cigno che con una buona sfoltita avrebbe chiuso una discografia altrimenti impeccabile.

Ancora alieni, ancora inimitabili

 

outkastbody6.5Vista nel suo complesso, la discografia degli OutKast è composta da sei album ognuno significativamente differente dal precedente, tanto da delineare una carriera in perenne movimento ed evoluzione.
Southernplayalisticadillacmuzik ha dato una lettura nuova del southern-hip-hop che, anche alla luce delle risposte delle scene costiere, ha portato il secondo ATLiens a scartare con più decisione dai cliché del genere, ampliandone i temi e contaminandone la musica con contributi più lontani dal core del genere.
Con
Aquemini si assiste non solo a un nuovo e sostanziale ampliamento, che espande i confini stilistici a tanta altra black music, ma anche a un riassestamento delle dinamiche creative: gli OutKast diventano un gruppo con due anime che si compensano, una scelta che permette di considerarli ancora hip-hop e contemporaneamente anche qualcosa di decisamente differente.
È il terzo album, insieme al quarto
Stankonia, a compiere idealmente la definizione della loro idea di rifondazione del suono meridionale, ma sul più recente le scorribande fuori dai confini sono tante e tanto ampie da portare il duo a essere inquadrabile come un gruppo anche hip-hop, affascinato da stili tanto distanti come quelli collegati alla cultura rave.
L'unica evoluzione possibile, o quantomeno quella intrapresa dai due rapper, è quindi di scindere il colossale
Speakerboxxx/The Love Below, due album in uno che al contempo delineano le anime degli OutKast, dando la possibilità di esprimere al meglio, e con il formato più ambizioso, la loro ricchezza creativa. Idlewild è invece, pur nella sua natura di album sostanzialmente postumo, nato da un duo in conflitto creativo, ancora una faccenda differente: una colonna sonora al servizio di un film fantasticato e infine realizzato.

 

Non esiste negli OutKast una stasi creativa ma una costante trasformazione, una tensione che rende ogni capitolo principale della carriera un discorso a parte, anche orientato a un pubblico di ascoltatori almeno in parte differente. Sono un duo per gli impallinati dell'hip-hop che hanno scritto album adatti a chiunque ami i Funkadelic, una splendida fabbrica di brani dall'attitudine pop e anche un ascolto da consigliare anche chi apprezza i rapper soprattutto quando si allontanano verso stili differenti. Nella discografia troviamo i brani dal ritornello perfetto e quelli inebrianti per la loro natura di jam magmatica, quelli in cui tributano i loro miti e quelli dove è una nuova compagine di rapper del Sud a passare per mostrare il proprio rispetto.
Per questa loro natura multiforme, non esiste un gruppo o un rapper che possa dirsi simile agli OutKast, ma al massimo simili a questi o quelli OutKast.
Nonostante quanto accaduto dall'autodefinizione di alieni, sono rimasti diversi e inafferrabili e pur avendo concluso la loro carriera nel 2007, questo vale anche tre lustri dopo. A non volerli chiamare alieni, si dovrebbe scomodare la parola genii.

 

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OutKast

Gli alieni del southern hip-hop

di Michele Corrado, Antonio Silvestri

Quella del duo di Atlanta è una rivoluzione che tra contaminazioni pindariche, introspezione, ironia, attenzione all’attualità e irresistibile coolness, ha rivoluzionato l’hip-hop per sempre
OutKast
Discografia
 Southernplayalisticadillacmuzik (LaFace, 1994)
 Atliens (LaFace, 1996)
Aquemini (LaFace, 1998)
Stankonia (LaFace, 2000)
Speakerboxxx/The Love Below (LaFace/Arista, 2003)
 Idlewild (LaFace, 2006)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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