Cannibal Ox

The Cold Vein

2001 (Definitive Jux) | abstract & experimental hip-hop

Dopo un'intensa stagione creativa, all'inizio del nuovo millennio la scena hip-hop - fatta eccezione per pochi fenomeni di culto (tra cui quelli legati alle benemerite Anticon e Rawkus) - sembrava piombata in una fase di stallo. Poi, all'improvviso, sui radar della critica e degli appassionati di musica comparve il nome dei Cannibal Ox, un duo di Harlem composto da Vast Aire e Vordul Mega che nel 2001 pubblicò "The Cold Vein", uno dei dischi hip-hop più importanti di sempre. Ma per capire bene come andarono le cose, è necessario fare un passo indietro e spostarsi a Brooklyn, dove all'epoca risiedeva il produttore e musicista Jaime Meline, nome di battaglia El-P, diminutivo di El-Producto.

Reduce dall'esperienza con i Company Flow (artefici di "Funcrusher Plus", un altro gioiello sotterraneo che nel 1997 aveva fatto tremare le fondamenta dell'hip-hop grazie a uno sferzante mix di beat come macigni dub'n'funk e liriche di denuncia sociale declamate con rabbia intellettuale), Meline decise di fondare, insieme al manager Amaechi Uzoigwe, una propria etichetta discografica, la Definitive Jux (spesso abbreviata in Def Jux), per continuare a diffondere il verbo di un hip-hop sperimentale che aveva nell'underground il suo habitat naturale. Intanto, poco più a nord di Brooklyn, già da qualche anno bazzicavano due rapper che avevano iniziato a masticare la materia fin dalla prima adolescenza.
Il primo si chiamava Theodore Arrington III ed era arrivato nel Bronx insieme ai genitori quando aveva tre anni, poco alla volta lasciandosi influenzare da quello che si ascoltava in casa: soul, funk e jazz. Quando la famiglia si spostò nel quartiere Jamaica, nel Queens, il giovane Theodore si era già avvicinato alle sonorità dell'hip-hop, ma fu solo grazie all'ascolto di "Ain't No Half-Steppin'" di Big Daddy Kane che vide la luce. Si butto, così, a capofitto nei suoi quaderni, tirando fuori una rima dopo l'altra. Una volta trasferitosi in quel di Harlem, ebbe l'opportunità di condividere quella passione con diversi coetanei, cosa che gli fece capire che forse poteva avere un futuro lungo il sentiero di quella trascinante commistione di beat & rhymes.

Tra quei coetanei c'era Shamar Gardner, un tizio che fin da bambino si era abituato a traslocare da una casa all'altra di New York, al seguito di genitori sempre impegnati in nuovi e più duri lavori per tirare avanti la baracca. Il piccolo Shamar crebbe ascoltando soprattutto rhythm and blues e soul (roba tipo Luther Vandross, Patti LaBelle, Loose Ends e Cameo), ma uno dei suoi primi amori furono i fumetti, d'ambientazione sia militare che fantascientifica. A differenza di Theodore, Shamar ebbe nel rock il suo primo amore. All'epoca - siamo tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta - andavano per la maggiore i Guns 'n' Roses e anche il Nostro non riuscì a resistere dinanzi al falsetto di Axl Rose e all'iconico cappello nero di Slash. Ma fu un amore effimero, perché al varco lo aspettavano i dischi dei De La Soul (che avevano fatto il botto nel 1989 con il solare e ottimistico "3 Feet High and Rising") e gli A Tribe Called Quest (che contribuirono a gettare un ponte tra l'hip-hop e il jazz con "The Low End Theory").

Col passare del tempo, sia Theodore che Shamar divennero degli habitué della scena hip-hop underground newyorkese e, quando si incontrarono, l'intesa fu immediata e profonda, pronta a essere testata durante le "rap battle", in cui i rapper si sfidavano a colpi di freestyle. Per rafforzare ancora di più i legami tra i diversi esponenti di quella scena, a un certo punto Theodore (che nel frattempo si era dato il nome di Vast Aire) tirò fuori dal cilindro l'idea della Atoms Family, un collettivo di beatmaker, dj e Mc che avrebbe dovuto condividere i propri materiali e, all'occorrenza, registrare anche qualche session, magari utilizzando il piccolo registratore Casio di Shamar (anche lui ormai già in possesso di una nuova maschera: Vordul Mega). I confini della zona ferroviaria di Union Square divennero, però, rapidamente troppo angusti, il che spinse la Atoms Family a provare a fare il salto di qualità. Fu, quindi, contattato il produttore Cryptic One, che supervisionò la registrazione di alcuni demo, caratterizzati da un sound che, all'epoca, qualcuno già indicò come una delle vie maestre della New School newyorkese: ritmi spigolosi, quando non lunatici, e testi ricchi di riferimenti alla fantascienza.

Nel 1998, uno di quei demo finì nelle mani del produttore El-P, all'epoca reduce dal grande successo "sotterraneo" di "Funcrusher Plus" (oltre 30mila copie vendute) e membro della crew The Indelible MC's. Si trattava di poche tracce, ma gli piacquero così tanto da spingerlo a consigliare a Vast e Vordul di mettere fine all'esperienza con la Family e di fare tutto da soli. Cosa che i due fecero immediatamente, subito preoccupandosi di scegliere un nome con cui battezzare quella nuova avventura. Cannibal Ox saltò fuori per puro caso durante una telefonata, con i due a scambiarsi parole in libertà. In seguito, così Vast - uno a cui piace dare significati multipli alle parole che sceglie di utilizzare - spiegò quello strano accostamento di parole: "Il cannibale rappresenta l'aggressività, la rabbia e la mentalità guerriera, mentre 'ox' (che normalmente indica il "bue", ndr) è un termine gergale che indica la lama affilata di un coltello, ma è anche un simbolo dietro cui si nasconde l'idea del cerchio formato dai freestyler mentre si danno battaglia a colpi di rime". E ancora: "Cannibal Ox dice che siamo liricamente taglienti. Questa è la metafora di base. Tutto questo parlare di 'lame' deriva dal fatto che viviamo a Harlem e vediamo ogni giorno tizi che se le danno di santa ragione o si mandano a quel paese. Poi c'è la questione del cannibalismo, che in qualche modo dice che siamo pronti, con i nostri testi, a divorare gli altri Mc".

"The Cold Vein", registrato in un paio d'anni a causa di un budget striminzito, è un affresco della vita di strada e della povertà che affligge Harlem. Un affresco dalle tinte fosche e apocalittiche, influenzato dalla letteratura e dal cinema di fantascienza, ma anche dalle storie a fumetti che tanta parte avevano avuto durante l'infanzia e l'adolescenza di Vordul, ma che, a un certo punto, avevano finito per coinvolgere anche Vast. Tra le storie a fumetti, quella che ebbe l'impatto maggiore nella realizzazione del disco fu senza dubbio "Kōkaku Kidōtai" ("Ghost In The Shell", il titolo americano), il manga scritto e disegnato da Masamune Shirow, che alla fine degli anni Ottanta profetizzava un Giappone del XXI secolo ampiamente dominato dalle nanotecnologie, dall'ingegneria genetica e dall'informatica.

Nel ritrarre Harlem (e, indirettamente, tutta la New York dei bassifondi), il punto di vista che i Cannibal Ox assumono non è innanzitutto quello di chi vuole osannare o condannare, quanto, invece, quello di chi, in prima battuta, si limita a osservare per cercare di capire. E per farlo, si serve di texture sonore dalle tinte futuriste e visionarie e di beat mai scontati, sempre obliqui e spigolosi, quasi fossero stati realizzati nel laboratorio di uno scienziato pazzo. Quanto ai testi, essi si muovono tra un realismo a tratti davvero frustrante, guizzi distopici e allegorie venate di acida ironia.
In questo viaggio allucinatorio tra i labirinti di Harlem, dove si materializzano creature simboliche - piccioni malnutriti che cercano qualcosa da mangiare nella sporcizia, avvoltoi pronti ad approfittarne, mattinieri e bracconieri ("early birds and poachers"), ma anche snob "con i becchi all'aria" ("with their beaks in the air") - non manca la sensazione che tutto sia irrimediabilmente inutile, che la disperazione alla fine ci prenderà alla gola, che "sadness will prevail", per dirla con i Today Is The Day. "You love New York, but New York don't love you", rappano i due in "Stress Rap". E, insomma, l'uomo che si aggira per Harlem è l'Uomo nella sua difficile condizione esistenziale, sempre alle prese con qualcosa che si frappone fra sé e la propria realizzazione spirituale."The Cold Vein ('la vena fredda') è una metafora che abbiamo inventato per indicare le avversità. In qualsiasi ostacolo o problema che mette a repentaglio anche la nostra stessa sopravvivenza s'annida la 'vena fredda'. E ancora: "(Quelle creature simboliche) sono immagini che rappresentano la lenta evoluzione di un'anima umana".

Ma, ovviamente, "The Cold Vein" non suonerebbe così come suona senza la fantastica produzione di El-P (è lui lo scienziato pazzo di cui sopra). Tenendo bene a mente quanto realizzato già su "Funcruscher Plus" (un suono visionario e, al contempo, robotico, violento, carico di groove), El-P operò una sorta di crossover tra le dense texture della Bomb Squad, i ritmi algidi ma incisivi di compagini e rapper old-school quali Beastie Boys, Boogie Down Productions e Schooly D e le colonne sonore di pellicole di fantascienza (in primis quella di "Blade Runner", il suo film preferito), risolvendo il tutto in claustrofobica, vorticosa orchestrazione, in bilico tra caos e strutture sempre sul punto di esplodere. A fare la differenza è anche la scelta dei sample, che coprono uno spettro stilistico che va da Philip Glass ai Nektar, da Brian Eno agli Spooky Tooth, passando per le Salt-N-Pepa, Bo Hansson, Al Green, Giorgio Moroder, i Wall Of Voodoo, Beaver & Krause e via discorrendo.
Alla fantascienza, El-P era arrivato dopo aver letto "Do Androids Dream of Electric Sheep?", il romanzo di Philip K. Dick pubblicato nel 1968. Tutto nasceva sia dalla volontà di rompere gli schemi precostituiti (prendendosi quindi anche dei rischi, così come facevano i graffittari - da lui così tanto amati - i quali non esitano a infrangere la legge pur di lasciare tracce del loro passaggio sugli edifici o sui vagoni dei treni che dormono nelle stazioni di New York), sia per il gusto di riprodurre i soundscape caotici di una città che, in fatto di rumori e di stratificazione degli stessi, ha pochi eguali al mondo.

"The Cold Vein" non fu il primo disco pubblicato dalla Def Jux, ma fu senza dubbio quello che mise, per la prima volta e con impatto dirompente, il nome dell'etichetta sulla mappa dell'hip-hop "indie" e d'avanguardia. Naturalmente, questo significò anche che, da un giorno all'altro, negli ambienti delle musiche indipendenti il nome dei Cannibal Ox divenne improvvisamente caldissimo. New York era di nuovo uno dei centri nevralgici dell'universo hip-hop e questo spinse molti a fare dei paralleli con "Enter The Wu-Tang (36 Chambers)", con cui i Wu-Tang Clan avevano datò il La alla cosiddetta East-Coast Renaissance, con New York a fare la parte del leone.
Ma se i due dischi condividono una visione piuttosto cinica della realtà (pur con i dovuti distinguo, dato che i Cannibal Ox fanno del cinismo una leva per oltrepassare la "malattia del presente", laddove il Clan non riesce a scrollarsi di dosso un fatalismo strisciante), a livello di suono vi è un abisso. Se, infatti, l'opera più riuscita della compagine guidata da RZA si impose subito come uno dei pilastri dell'hardcore hip-hop, "The Cold Vein" rappresentò, piuttosto, un'evoluzione del già citato "Funcrusher Plus" dei Company Flow, la cui lezione venne però in parte filtrata dalle visioni futuristico-fantascientifiche-distopiche dell'omonimo esordio dei Deltron 3030, uscito proprio all'inizio del nuovo millennio, quasi a voler sottolineare che quella era anche l'alba di una nuova era per l'hip-hop. Un'era in cui quest'ultimo, abbattute tutte le barriere che ancora facevano resistenza al suo sviluppo creativo, sarebbe diventato una della forme espressive musicali più importanti (ma se si afferma che è la più importante di tutte non si pecca di dismisura...) e più capaci di intercettare lo Zeitgeist di anni (i nostri) così tortuosi.
We pigeons became phoenix with open mind to open yours...

Con l'apporto di J Fluid al giradischi, "Iron Galaxy" (già apparsa un anno prima sul single split condiviso non a caso con i Company Flow) annuncia l'inizio del viaggio con segnali intermittenti intergalattici, stacchi orchestrali in thrilling-mode e un sample rallentato tratto da "The Big Chill" di Lawrence Kasdan ("It's a cold world out there..."). Quando beat & rhymes prendono il volo (il primo verso, "My shell, mechanical found ghost", è un esplicito riferimento al manga di Shirow), diventa subito manifesta la portata dirompente dell'operazione: il flow di Vast e Vorgul è fluido, dinamico, quasi panoramico nel suo accompagnare un tessuto sonoro attraversato da brividi fantascientifici e intimamente mutante. New York viene presentata come una città fortemente degradata e caotica, oltre che piena di cattive vibrazioni ("New York is evil at its core"). Una città sull'orlo del baratro e in cui la vita assomiglia troppo spesso a una malattia mortale ("Life's ill, sometimes life might kill").
"The Cold Vein" uscì il 15 maggio del 2001. Quattro mesi dopo, gli attentati alle Twin Towers avrebbero portato l'Apocalisse dentro il cuore pulsante della Grande Mela e niente sarebbe più stato lo stesso.

Di fronte all'epica imponenza di "Iron Galaxy", la successiva "Ox Out The Cage" (con la prima apparizione al microfono di El-P) sembra ricadere in un formato più tradizionale, ma sotto la superficie si agitano ancora anomalie notevoli, come un tossico riff di chitarra digitalmente alterato che sembra provenire da un Jimi Hendrix intrappolato in una bolla spazio-temporale ("I grab the mic like Are You Experienced/ But I don't play the guitar, I play my cadence"). Si procede con il beat fratturato, gli scratch (courtesy of DJ Cip One) e i ronzii elettronici di "Atom", che preparano il terreno per l'incedere ipnotico di "B-Boy Alpha", con basso distorto, sbilenche evoluzioni al giradischi, altri sample cinematografici (ma questa volta trasformati in veri e propri messaggi alieni) e, per finire, una piccola figura di pianoforte che se ne va a zonzo come un vagabondo. Il primo verso è a dir poco leggendario:
My mother said, 'You sucked my pussy when you came out
Don't ever talk back
I handed you life and I can snatch it back

In "Raspberry Fields", le macchine scricchiolano, intimidatorie e cupissime, mentre i synth ronzano come cornamuse all'estremo delle forze. A rendere ancora più gelido e ossessivo questo viaggio distopico nella Grande Mela ci pensano, quindi, "Straight Off The D.I.C." (con contrappunto di synth ottusi) e la sincopata "Vein". Nonostante i suoi interludi circensi, "Battle For Asgard" (con la partecipazione di C-Rayz Walz e L.I.F.E. Long) rappresenta uno dei momenti più vicini alle sonorità di "Funcrusher Plus", qui evocato grazie a un beat funk pieno di steroidi e ricco di spigoli.
Gli scenari futuristici di "Real Earth", caratterizzata da uno dei beat più disarticolati del disco, si mescolano con riferimenti biblici ("I'm like Moses with a staff that parts the Red Sea/ But it's a new day, so I use the mic to depart emcees") e scientifici ("Negroids act like Sigmund Freud/ Dreaming of a perfect thyroid, screaming cerebrum steroid"), generando un cortocircuito lirico-musicale.

In "Ridiculoid" (con El-P ancora a condividere il microfono) il beat è sferzante - esce dalle casse come una mannaia controllata da un meccanismo a circuito chiuso - eppure tutto il brano possiede un mood arioso, complice anche il tappeto sintetico che albeggia ininterrottamente sullo sfondo. "The F-Word" racconta, invece, la storia dell'amore non corrisposto di un b-boy e lo fa supportando le rime con una serie di pennellate di synth più espressioniste del solito e con radure cosmiche che costituiscono un etereo contraltare alla perentorietà del beat.
Uno dei brani più lineari è "Stress Rap", costruito intorno a un minimalistico tappeto di sonagli metallici intervallato da gorgoglii androidi. Col suo portamento spaccone (una versione aggiornata dei Goats di "Tricks Of The Shade"?) "Painkillers" (al netto di una coda electro sci-fi) è invece il brano più eterodosso del disco e funge idealmente da preludio alla doppietta finale "Pigeon"/"Scream Phoenix", in cui confluisce e si risolve tutto l'ordito simbolico di "The Cold Vein".

Il primo brano si ricollega idealmente a "Iron Galaxy", tessendo una trama insieme epica e visionaria. Da un punto di vista lirico, si tratta del momento più importante del disco: "'Pigeon' era un modo per dire che ne avevamo passate tante, che ci eravamo bruciati, ma che alla fine eravamo rinati", ricordano i due. Il piccione ("pigeon") è un uccello simbolico nell'universo dei Cannibal Ox: esso indica una sorta di everyman alla disperata ricerca della propria strada, l'unica che possa farlo rinascere a nuova vita. Contrapposta al "piccione" è la "fenice", uccello protagonista di "Scream Phoenix". Come scriveva Carl Gustav Jung, l'uomo e la fenice hanno molte cose in comune, perché entrambi condividono una grande capacità di resistere alle avversità e di superare gli ostacoli fino a imboccare il sentiero della rinascita. Uomo e fenice, insomma, sono capaci di lasciarsi alle spalle la "vena fredda". In "Scream Phoenix", i Cannibal Ox indossano i panni di profeti che, assaporata la luce, assaporata la verità che attesta il nostro essere, nel profondo, parte attiva del "fuoco vivente" ("the truth is I'm proof of living fire"), offrono anche ai loro "fratelli" la possibilità di risorgere dalle proprie ceneri: "We pigeons became phoenix with open mind to open yours...".

(11/10/2020)

  • Tracklist
  1. Iron Galaxy
  2. Ox Out the Cage
  3. Atom
  4. A B-Boys Alpha
  5. Raspberry Fields
  6. Straight Off the D.I.C.
  7. Vein
  8. The F-Word
  9. Stress Rap
  10. Battle for Asgard
  11. Real Earth
  12. Ridiculoid
  13. Painkillers
  14. Pigeon
  15. Scream Phoenix
Cannibal Ox su OndaRock
Recensioni

CANNIBAL OX

Blade Of The Ronin

(2015 - iHipHop Distribution)
Il ritorno ufficiale del duo Aire-Mega, a quattordici anni dal mitico "Cold Vein"

Cannibal Ox on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.